Europa

Brexit, tre ministri inglesi danno le dimissioni

Brexit, tre ministri inglesi danno le dimissioni
Dominic Raab, Esther McVey. e Shailesh Vara

Tre ministri in due ore lasciano il governo britannico. Lascia il ministro per la Brexit Raab dicendo: “Non posso sostenere l’accordo con l’Ue”. Raab, figura chiave nell’ultima fase dei negoziati e ‘brexiteer’ convinto, afferma di non poter “sostenere in buona coscienza i termini dell’accordo con l’Ue proposto”. Nella sua lettera di dimissioni indirizzate alla premier Theresa May afferma di “comprendere” i motivi per i quali il governo abbia deciso a maggioranza di sposare la bozza d’intesa e di “rispettare il diverso punto di vista” espresso che ha spinto la premier e “altri colleghi” a dare il via libera al testo “in buona fede”.

Personalmente, afferma tuttavia di non poter accettare un accordo che a suo dire nella soluzione proposta per l’Irlanda del Nord rappresenta “una minaccia reale all’integrità del Regno Unito”, né un meccanismo di “backstop indefinito”. Raab – secondo ministro per la Brexit a lasciare in questi mesi dopo David Davis – non chiede le dimissioni di May. Ma il suo forfait, al quale poco dopo si è unito anche quello della sua sottosegretaria Suella Braverman, significa comunque un colpo duro sia per il governo e per il contesto negoziale, mentre non si escludono ora possibili defezioni di altri ministri Tory dissidenti.

Lo aveva preceduto il ministro per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara, dimesso perché contrario all’accordo sulla Brexit annunciato dalla premier Theresa May. “Con molta tristezza e rammarico ho presentato la mia lettera di dimissioni da ministro dell’Irlanda del Nord al premier”, ha scritto il 58enne esponente dei Tory in un tweet. “Siamo una nazione orgogliosa e ci siamo ridotti ad obbedire alle regole fatte da altri Paesi che hanno dimostrato di non avere a cuore i nostri migliori interessi. Possiamo e dobbiamo fare meglio di questo. Il popolo del Regno Unito merita di meglio”, ha aggiunto.

Vara, sottosegretario al dicastero dell’Irlanda del Nord (junior minister nella definizione britannica) è il primo componente del governo di Theresa May a dimettersi per protesta contro l’intesa con Bruxelles. Nella lettera di rinuncia deplora che la bozza sia destinata a lasciare il Regno Unito “a metà del guado” a tempo indeterminato e non dia garanzia definitive che l’Irlanda del Nord non abbia alla fine relazioni con l’Ue più profonde rispetto al resto del Paese. Si è poi dimessa la ministra del lavoro Esther McVey, ‘brexiteer’ convinta e tra le voci più ostili all’accordo nel gabinetto. “L’accordo – ha detto – non onora il risultato del referendum”.

“Possiamo scegliere di uscire senza accordo o non avere nessuna Brexit”. La premier May, di fronte alla Camera dei Comuni, ha difeso l’accordo raggiunto: “L’intesa con l’Ue non è l’accordo finale”, ha precisato, sostenendo di aver “scelto di fare la scelta giusta e non quella facile, per onorare la promessa fatta al popolo”. L’intesa sulla Brexit, ha aggiunto, è la migliore negoziabile “nell’interesse nazionale”, e garantirà l’uscita dall’Ue nel Regno “nei tempi previsti”. May ha tuttavia ammesso che la soluzione indicata per garantire un confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord può suscitare perplessità, ma che sarebbe stato “irresponsabile” rifiutarla. L’obiettivo, ha spiegato, è evitare l’entrata in vigore del meccanismo di salvaguardia del backstop. La premier non ha nascosto che il negoziato abbia comportato “scelte difficili”, ed ha espresso “rispetto” per le decisioni di Dominic Raab, affermando però di non condividerle. Il capo dell’esecutivo britannico, rispondendo al leader liberaldemocratico, Vince Cable, ha inoltre escluso l’opzione di un secondo referendum. Il governo britannico, ha detto, “non intende prepararsi” allo scenario di “una no Brexit” perché ritiene sia “suo dovere attuare il mandato” referendario stabilito dal popolo nel giugno 2016.

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