Economia

La manovra fiscale gialloverde spiegata in otto punti

Camera approva Legge di stabilità 2018
La manovra fiscale gialloverde spiegata in otto punti

Cosa ci aspetta sul fronte tributario in epoca gialloverde? Poco di buono, e ve lo spiego in otto punti. La pressione fiscale non scenderà e la pressione tributaria sulle imprese aumenterà

Il documento programmatico di bilancio (DPB) del governo indica che la pressione fiscale nel 2019 resterà costante al livello del 2018 (41,8 per cento). Si interrorompe così il trend degli ultimi cinque anni, che aveva sempre visto decrescere, anno dopo anno, la pressione fiscale dal valore massimo raggiunto dopo la maxi-manovra di consolidamento fiscale del 2012 (43,6 per cento) al 41,8 per cento nel 2018, e cioè di 2,4 punti di Pil.

La manovra introduce due nuovi regimi di sgravio tributario per le imprese, ma ognuno di questi sostituisce un regime già esistente o programmato per il 2019 con effetti netti aggregati negativi, cioè con un aumento della pressione tributaria sulle imprese.

Al di là degli effetti aggregati sulla pressione tributaria media, cambiano in modo rilevante le platee-obiettivo delle imprese beneficiate e le finalità degli sgravi, con il risultato di favorire i segmenti più arretrati e più “grigi” dell’economia e di disincentivare i processi di crescita delle imprese

Società di capitali: dall’ACE allo sconto Ires, prepariamoci a vedere più Ferrari e maxi SUV in giro per le nostre città

Gli sconti Ires (dal 24 al 15 per cento) per le imprese che reinvestono gli utili in azienda sostituiscono l’ACE (aiuto alla crescita economica), dove lo sgravio era legato al rafforzamento patrimoniale, e cioè al superamento di una delle principali debolezze strutturali del nostro sistema imprenditoriale, la bassa capitalizzazione.

Il mero reinvestimento degli utili in azienda, ad esempio per l’acquisto di macchinari o per nuove assunzioni, non garantisce da comportamenti elusivi. Prepariamoci, così come successe quando gli sgravi Tremonti sostituirono gli sgravi Visco, a vedere un aumento della circolazione sulle nostre strade di Ferrari e maxi SUV “aziendali”.

Nel DPB si dice comunque che la nuova misura è meno costosa della precedente per i primi due anni, contribuendo così alla copertura della manovra complessiva per circa 200 milioni nel 2019 e 350 nel 2020.

Società di persone: dall’IRI al forfetario. Imprese: rimpicciolitevi!

Il regime forfetario dei minimi per le società di persone (imprese individuali, partite IVA, ecc.) verrà ampliato fino alla nuova soglia di 65 mila euro di ricavi. E’ questo che il governo chiama Flat Tax, anche se con la vera flat tax non c’entra niente, e che sostituisce l’entrata in vigore dell’IRI (imposta sul reddito d’impresa).

Anche in questo caso, e cioè per le piccole e micro imprese, l’IRI legava lo sgravio alla scelta dell’imprenditore di lasciare gli utili in azienda rafforzandone il patrimonio e distinguendo con trasparenza il reddito personale dell’imprenditore dal reddito d’impresa. Ciò che l’imprenditore usa come reddito personale sarebbe stato tassato in Irpef (per esempio, a 65 mila euro con un’aliquota marginale del 43 per cento) mentre ciò che restava nel patrimonio dell’impresa sarebbe stato tassato come in Ires (24 per cento).

Con il forfetario chi sta sotto 65 mila viene tassato al 15 per cento, chi resta sopra con le aliquote Irpef. Il regime forfetario esenta poi dall’obbligo di fatturazione elettronica e di comunicazione dei dati per la costruzione degli Indicatori di affidabilità fiscale, il regime che ha sostituito gli studi di settore, con la conseguenza di minori sistemi di controllo della tax compliance su questo ampio bacino di piccole e micro imprese, stimato in circa un milione.

Mentre l’IRI spingeva le microimprese a crescere, con il forfetario sarà conveniente rimanere al di sotto della soglia o affrettarsi a scendervi, un incentivo insomma a restare micro o a rimpicciolirsi.

Grazie al meccanismo degli acconti e dei saldi la cosiddetta Flat tax al posto dell’IRI porta risorse allo Stato, contribuisce a coprire la manovra e aumenta la pressione tributaria sulle imprese: in base al DPB l’IRI valeva circa 2 miliardi nel 2019, la nuova Flat tax soltanto 550 nel 2019 e circa 1,3 miliardi a regime. I gialloverdi danno alle piccole imprese meno sgravi tributari e li concentrano su chi non vuole crescere o decide di diventare più piccolo.

Per il settimo anno di fila vengono annullate le clausole di salvaguardia che prevedono, nel bilancio pluriennale ereditato dall’anno precedente, l’aumento dell’IVA. L’annullamento è totale per 2019 solo parziale per 2020 e 2021, quindi la questione clausole di salvaguardia tornerà anche nei prossimi anni. Si tratta della misura più costosa della manovra (12 miliardi).

Perché da sette anni ci impicchiamo a queste clausole? Dipende dalla nuova regola di equilibrio del bilancio pluriennale introdotta, in seguito alla riforma dell’art. 81 della Costituzione, dalla nuova legge “rafforzata” di bilancio varata nel gennaio del 2012. Dato che fin da allora non si è mai riusciti a garantire un quadro di finanza pubblica in equilibrio per l’intero triennio di programmazione, per realizzare il pareggio nel secondo e nel terzo anno si introduce l’aumento dell’IVA, tranne poi anno dopo anno trovare con difficoltà coperture in gran parte una tantum per evitare che l’IVA aumenti nell’anno di bilancio immediatamente successivo.

Ma è proprio vero che l’IVA vada considerata intoccabile? Anche senza aumentarne le aliquote, un loro semplice riordino, e una razionalizzazione dei regimi di esenzione parziale o totale, potrebbe portare un migliore allineamento con il resto d’Europa, minore evasione e più gettito (vedi Liberati-Crescenzi e V. Visco su Il Sole 24 Ore del 2 giugno 2018). Da molti anni la Commissione Europea, nei suoi Country Report sull’Italia, ci invita a farlo. Non solo i gialloverdi ma neppure il centrosinistra hanno avuto il coraggio di affrontare la questione.

La definizione agevolata gialloverde a confronto con la voluntary disclosure

Sulla rottamazione delle cartelle esattoriali c’è poco da dire: è simile a quelle già fatte. Possono esprimersi dubbi sul gettito, visto che già la seconda rottamazione ha portato meno di quanto previsto.

Sui procedimenti di definizione agevolata (cosiddetta “pace fiscale”) è interessante fare un confronto con la voluntary disclosure (VC). Primo, i verbali di constatazione e gli avvisi di accertamento non erano compresi nella VC, perevitare di incentivare comportamenti opportunistici: il contribuente deve dichiarare prima di essere scoperto. Secondo, con la nuova dichiarazione integrativa speciale si paga il 20 per cento dell’imponibile emerso, mentre nella VC si pagava il 100 per cento dell’imposta dovuta. Qui si rischia seriamente, sia per il gettito degli ultimi mesi 2018, sia perché si tratta di una forte picconata alla tax compliance.

La voluntary disclosure era un misto di bastone e carota. Il bastone aveva due elementi: la fine del segreto bancario e l’accordo di collaborazione con la Svizzera, l’introduzione del nuovo reato di autoriciclaggio. La carota era la possibilità di emergere all’interno dei criteri consigliati dall’OCSE. Qui invece ci sono solo carote, che disincentivano i contribuenti che possono farlo da una corretta compliance fiscale.

La discussione si è svolta soprattutto sul tema delle depenalizzazioni. Ma non è questo il punto principale: escludere l’applicazione del penale tributario è necessario in questi casi, dove le dichiarazioni sono nominative e non anonime (com’è stato ai tempi degli scudi di Tremonti-Berlusconi). Il punto è il rilevante incentivo a comportamenti opportunistici con la riduzione generale dell’equità e dell’efficienza del sistema tributario.

Il governo del popolo non poteva ovviamente che punire i bastioni del capitalismo giudaico e plutocratico. Le più corpose coperture della manovra vengono da aggravi di imposta a carico di banche (circa tre miliardi) e assicurazioni (circa un miliardo). Non è chiara la motivazione della punizione: dipende forse dal fatto che hanno comprato quasi il 35 per cento del debito pubblico italiano?

Il trattamento fiscale specifico di svalutazioni e perdite sui crediti nei bilanci bancari (cosiddetto deferred tax asset) esiste in tutti i paesi europei e favorisce lo smaltimento dei crediti deteriorati. Viene per adesso bloccato in via transitoria per un anno. Si tratta di uno strumento fondamentale per accelerare la soluzione del più grande problema che ha portato alla crisi bancaria italiana di tre anni fa, la pulizia dei bilanci dalla massa di crediti deteriorati ereditati dalla Grande Recessione.

Il rischio banche è quello che emerge con maggiore pericolosità, non solo dal versante tributario della manovra ma dall’intero andamento della fase congiunturale. Se l’aumento dello spread dovesse persistere e ampliarsi le banche italiane saranno costrette a pesanti e costose ricapitalizzazioni senza potere usare il beneficio dell’ACE. Dove troveranno le risorse? Quanto saranno recettivi i mercati internazionali?

Lo slogan che potrebbe ben descrivere questa manovra è: viva l’economia arretrata, abbasso l’economia innovativa.

C’è una regressione sulla fiscalità d’impresa a vantaggio dei segmenti più arretrati e stagnanti dell’economia mentre nella passata legislatura gli incentivi di natura tributaria erano stati concentrati sui segmenti trainanti e sulle imprese che volevano crescere. Se mal congegnato, anche il reddito di cittadinanaza potrebbe contribuire ad aumentare la preferenza degli italiani, già molto radicata, verso il sommerso. Si premiano i segmenti, gli operatori e i comportamenti più “grigi”, se non addirittura “neri”, dell’economia.

Viene punito il lavoro dipendente

La manovra gialloverde è con tutta evidenza figlia di una preferenza culturale dei partiti di governo per il lavoro autonomo al confronto con il lavoro dipendente.

I governi di centrosinistra nella precedente legislatura, pur avendo introdotto il forfetario e ridotto l’Ires, avevano concentrato l’attenzione sul lavoro dipendente sia sul piano fiscale (80 euro, eliminazione dall’Irap della componente costo del lavoro, sgravi contributivi) sia su quello regolamentare. Il Jobs Act ad esempio ha disincentivato il ricorso a forme di lavoro autonomo con caratteristiche di para-subordinazione (le cosiddette “false partite IVA”). Fra 2014 e 2017 il numero di lavoratori autonomi è diminuito di circa 160 mila unità, soprattutto tra i collaboratori e i lavoratori in proprio; quello dei dipendenti è aumentato di 900 mila.

La preferenza politica per il lavoro autonomo era un elemento ben noto per la Lega, meno per il M5S – anche se, a ben pensarci, i più assidui frequentatori di rete e social dovrebbero essere gli indipendenti, quando mai i dipendenti potrebbero farlo durante l’orario di lavoro? Ciò nonostante i partiti oggi al governo hanno fatto il pieno di voti anche nel lavoro dipendente e il centrosinistra è stato ed è giudicato sempre meno labour friendly.

Qui c’è una lezione politica per il PD, per i sindacati, per l’intero centrosinistra: parecchi sbagli sono stati fatti. Si tratta di errori a cui si potrebbe porre rimedio in futuro.

l DPB si dice comunque che la nuova misura è meno costosa della precedente per i primi due anni, contribuendo così alla copertura della manovra complessiva per circa 200 milioni nel 2019 e 350 nel 2020.

Società di persone: dall’IRI al forfetario. Imprese: rimpicciolitevi!

Il regime forfetario dei minimi per le società di persone (imprese individuali, partite IVA, ecc.) verrà ampliato fino alla nuova soglia di 65 mila euro di ricavi. E’ questo che il governo chiama Flat Tax, anche se con la vera flat tax non c’entra niente, e che sostituisce l’entrata in vigore dell’IRI (imposta sul reddito d’impresa).

Anche in questo caso, e cioè per le piccole e micro imprese, l’IRI legava lo sgravio alla scelta dell’imprenditore di lasciare gli utili in azienda rafforzandone il patrimonio e distinguendo con trasparenza il reddito personale dell’imprenditore dal reddito d’impresa. Ciò che l’imprenditore usa come reddito personale sarebbe stato tassato in Irpef (per esempio, a 65 mila euro con un’aliquota marginale del 43 per cento) mentre ciò che restava nel patrimonio dell’impresa sarebbe stato tassato come in Ires (24 per cento).

Con il forfetario chi sta sotto 65 mila viene tassato al 15 per cento, chi resta sopra con le aliquote Irpef. Il regime forfetario esenta poi dall’obbligo di fatturazione elettronica e di comunicazione dei dati per la costruzione degli Indicatori di affidabilità fiscale, il regime che ha sostituito gli studi di settore, con la conseguenza di minori sistemi di controllo della tax compliance su questo ampio bacino di piccole e micro imprese, stimato in circa un milione.

Mentre l’IRI spingeva le microimprese a crescere, con il forfetario sarà conveniente rimanere al di sotto della soglia o affrettarsi a scendervi, un incentivo insomma a restare micro o a rimpicciolirsi.

Grazie al meccanismo degli acconti e dei saldi la cosiddetta Flat tax al posto dell’IRI porta risorse allo Stato, contribuisce a coprire la manovra e aumenta la pressione tributaria sulle imprese: in base al DPB l’IRI valeva circa 2 miliardi nel 2019, la nuova Flat tax soltanto 550 nel 2019 e circa 1,3 miliardi a regime. I gialloverdi danno alle piccole imprese meno sgravi tributari e li concentrano su chi non vuole crescere o decide di diventare più piccolo.

Intoccabile IVA. Ma è davvero così?

Per il settimo anno di fila vengono annullate le clausole di salvaguardia che prevedono, nel bilancio pluriennale ereditato dall’anno precedente, l’aumento dell’IVA. L’annullamento è totale per 2019 solo parziale per 2020 e 2021, quindi la questione clausole di salvaguardia tornerà anche nei prossimi anni. Si tratta della misura più costosa della manovra (12 miliardi).

Perché da sette anni ci impicchiamo a queste clausole? Dipende dalla nuova regola di equilibrio del bilancio pluriennale introdotta, in seguito alla riforma dell’art. 81 della Costituzione, dalla nuova legge “rafforzata” di bilancio varata nel gennaio del 2012. Dato che fin da allora non si è mai riusciti a garantire un quadro di finanza pubblica in equilibrio per l’intero triennio di programmazione, per realizzare il pareggio nel secondo e nel terzo anno si introduce l’aumento dell’IVA, tranne poi anno dopo anno trovare con difficoltà coperture in gran parte una tantum per evitare che l’IVA aumenti nell’anno di bilancio immediatamente successivo.

Ma è proprio vero che l’IVA vada considerata intoccabile? Anche senza aumentarne le aliquote, un loro semplice riordino, e una razionalizzazione dei regimi di esenzione parziale o totale, potrebbe portare un migliore allineamento con il resto d’Europa, minore evasione e più gettito (vedi Liberati-Crescenzi e V. Visco su Il Sole 24 Ore del 2 giugno 2018). Da molti anni la Commissione Europea, nei suoi Country Report sull’Italia, ci invita a farlo. Non solo i gialloverdi ma neppure il centrosinistra hanno avuto il coraggio di affrontare la questione.

La definizione agevolata gialloverde a confronto con la voluntary disclosure

Sulla rottamazione delle cartelle esattoriali c’è poco da dire: è simile a quelle già fatte. Possono esprimersi dubbi sul gettito, visto che già la seconda rottamazione ha portato meno di quanto previsto.

Sui procedimenti di definizione agevolata (cosiddetta “pace fiscale”) è interessante fare un confronto con la voluntary disclosure (VC). Primo, i verbali di constatazione e gli avvisi di accertamento non erano compresi nella VC, perevitare di incentivare comportamenti opportunistici: il contribuente deve dichiarare prima di essere scoperto. Secondo, con la nuova dichiarazione integrativa speciale si paga il 20 per cento dell’imponibile emerso, mentre nella VC si pagava il 100 per cento dell’imposta dovuta. Qui si rischia seriamente, sia per il gettito degli ultimi mesi 2018, sia perché si tratta di una forte picconata alla tax compliance.

La voluntary disclosure era un misto di bastone e carota. Il bastone aveva due elementi: la fine del segreto bancario e l’accordo di collaborazione con la Svizzera, l’introduzione del nuovo reato di autoriciclaggio. La carota era la possibilità di emergere all’interno dei criteri consigliati dall’OCSE. Qui invece ci sono solo carote, che disincentivano i contribuenti che possono farlo da una corretta compliance fiscale.

La discussione si è svolta soprattutto sul tema delle depenalizzazioni. Ma non è questo il punto principale: escludere l’applicazione del penale tributario è necessario in questi casi, dove le dichiarazioni sono nominative e non anonime (com’è stato ai tempi degli scudi di Tremonti-Berlusconi). Il punto è il rilevante incentivo a comportamenti opportunistici con la riduzione generale dell’equità e dell’efficienza del sistema tributario.

Il governo del popolo contro banche e assicurazioni

Il governo del popolo non poteva ovviamente che punire i bastioni del capitalismo giudaico e plutocratico. Le più corpose coperture della manovra vengono da aggravi di imposta a carico di banche (circa tre miliardi) e assicurazioni (circa un miliardo). Non è chiara la motivazione della punizione: dipende forse dal fatto che hanno comprato quasi il 35 per cento del debito pubblico italiano?

Il trattamento fiscale specifico di svalutazioni e perdite sui crediti nei bilanci bancari (cosiddetto deferred tax asset) esiste in tutti i paesi europei e favorisce lo smaltimento dei crediti deteriorati. Viene per adesso bloccato in via transitoria per un anno. Si tratta di uno strumento fondamentale per accelerare la soluzione del più grande problema che ha portato alla crisi bancaria italiana di tre anni fa, la pulizia dei bilanci dalla massa di crediti deteriorati ereditati dalla Grande Recessione.

Il rischio banche è quello che emerge con maggiore pericolosità, non solo dal versante tributario della manovra ma dall’intero andamento della fase congiunturale. Se l’aumento dello spread dovesse persistere e ampliarsi le banche italiane saranno costrette a pesanti e costose ricapitalizzazioni senza potere usare il beneficio dell’ACE. Dove troveranno le risorse? Quanto saranno recettivi i mercati internazionali?

Qui i gialloverdi stanno scherzando col fuoco.

Back to the past

Lo slogan che potrebbe ben descrivere questa manovra è: viva l’economia arretrata, abbasso l’economia innovativa.

C’è una regressione sulla fiscalità d’impresa a vantaggio dei segmenti più arretrati e stagnanti dell’economia mentre nella passata legislatura gli incentivi di natura tributaria erano stati concentrati sui segmenti trainanti e sulle imprese che volevano crescere. Se mal congegnato, anche il reddito di cittadinanaza potrebbe contribuire ad aumentare la preferenza degli italiani, già molto radicata, verso il sommerso. Si premiano i segmenti, gli operatori e i comportamenti più “grigi”, se non addirittura “neri”, dell’economia.

Viene punito il lavoro dipendente

La manovra gialloverde è con tutta evidenza figlia di una preferenza culturale dei partiti di governo per il lavoro autonomo al confronto con il lavoro dipendente.

I governi di centrosinistra nella precedente legislatura, pur avendo introdotto il forfetario e ridotto l’Ires, avevano concentrato l’attenzione sul lavoro dipendente sia sul piano fiscale (80 euro, eliminazione dall’Irap della componente costo del lavoro, sgravi contributivi) sia su quello regolamentare. Il Jobs Act ad esempio ha disincentivato il ricorso a forme di lavoro autonomo con caratteri

Cosa ci aspetta sul fronte tributario in epoca gialloverde? Poco di buono, e ve lo spiego in otto punti.

La pressione fiscale non scenderà e la pressione tributaria sulle imprese aumenterà

Il documento programmatico di bilancio (DPB) del governo indica che la pressione fiscale nel 2019 resterà costante al livello del 2018 (41,8 per cento). Si interrorompe così il trend degli ultimi cinque anni, che aveva sempre visto decrescere, anno dopo anno, la pressione fiscale dal valore massimo raggiunto dopo la maxi-manovra di consolidamento fiscale del 2012 (43,6 per cento) al 41,8 per cento nel 2018, e cioè di 2,4 punti di Pil.

La manovra introduce due nuovi regimi di sgravio tributario per le imprese, ma ognuno di questi sostituisce un regime già esistente o programmato per il 2019 con effetti netti aggregati negativi, cioè con un aumento della pressione tributaria sulle imprese.

Al di là degli effetti aggregati sulla pressione tributaria media, cambiano in modo rilevante le platee-obiettivo delle imprese beneficiate e le finalità degli sgravi, con il risultato di favorire i segmenti più arretrati e più “grigi” dell’economia e di disincentivare i processi di crescita delle imprese

Società di capitali: dall’ACE allo sconto Ires, prepariamoci a vedere più Ferrari e maxi SUV in giro per le nostre città

Gli sconti Ires (dal 24 al 15 per cento) per le imprese che reinvestono gli utili in azienda sostituiscono l’ACE (aiuto alla crescita economica), dove lo sgravio era legato al rafforzamento patrimoniale, e cioè al superamento di una delle principali debolezze strutturali del nostro sistema imprenditoriale, la bassa capitalizzazione.

Il mero reinvestimento degli utili in azienda, ad esempio per l’acquisto di macchinari o per nuove assunzioni, non garantisce da comportamenti elusivi. Prepariamoci, così come successe quando gli sgravi Tremonti sostituirono gli sgravi Visco, a vedere un aumento della circolazione sulle nostre strade di Ferrari e maxi SUV “aziendali”.

Nel DPB si dice comunque che la nuova misura è meno costosa della precedente per i primi due anni, contribuendo così alla copertura della manovra complessiva per circa 200 milioni nel 2019 e 350 nel 2020.

Società di persone: dall’IRI al forfetario. Imprese: rimpicciolitevi!

Il regime forfetario dei minimi per le società di persone (imprese individuali, partite IVA, ecc.) verrà ampliato fino alla nuova soglia di 65 mila euro di ricavi. E’ questo che il governo chiama Flat Tax, anche se con la vera flat tax non c’entra niente, e che sostituisce l’entrata in vigore dell’IRI (imposta sul reddito d’impresa).

Anche in questo caso, e cioè per le piccole e micro imprese, l’IRI legava lo sgravio alla scelta dell’imprenditore di lasciare gli utili in azienda rafforzandone il patrimonio e distinguendo con trasparenza il reddito personale dell’imprenditore dal reddito d’impresa. Ciò che l’imprenditore usa come reddito personale sarebbe stato tassato in Irpef (per esempio, a 65 mila euro con un’aliquota marginale del 43 per cento) mentre ciò che restava nel patrimonio dell’impresa sarebbe stato tassato come in Ires (24 per cento).

Con il forfetario chi sta sotto 65 mila viene tassato al 15 per cento, chi resta sopra con le aliquote Irpef. Il regime forfetario esenta poi dall’obbligo di fatturazione elettronica e di comunicazione dei dati per la costruzione degli Indicatori di affidabilità fiscale, il regime che ha sostituito gli studi di settore, con la conseguenza di minori sistemi di controllo della tax compliance su questo ampio bacino di piccole e micro imprese, stimato in circa un milione.

Mentre l’IRI spingeva le microimprese a crescere, con il forfetario sarà conveniente rimanere al di sotto della soglia o affrettarsi a scendervi, un incentivo insomma a restare micro o a rimpicciolirsi.

Grazie al meccanismo degli acconti e dei saldi la cosiddetta Flat tax al posto dell’IRI porta risorse allo Stato, contribuisce a coprire la manovra e aumenta la pressione tributaria sulle imprese: in base al DPB l’IRI valeva circa 2 miliardi nel 2019, la nuova Flat tax soltanto 550 nel 2019 e circa 1,3 miliardi a regime. I gialloverdi danno alle piccole imprese meno sgravi tributari e li concentrano su chi non vuole crescere o decide di diventare più piccolo.

Intoccabile IVA. Ma è davvero così?

Per il settimo anno di fila vengono annullate le clausole di salvaguardia che prevedono, nel bilancio pluriennale ereditato dall’anno precedente, l’aumento dell’IVA. L’annullamento è totale per 2019 solo parziale per 2020 e 2021, quindi la questione clausole di salvaguardia tornerà anche nei prossimi anni. Si tratta della misura più costosa della manovra (12 miliardi).

Perché da sette anni ci impicchiamo a queste clausole? Dipende dalla nuova regola di equilibrio del bilancio pluriennale introdotta, in seguito alla riforma dell’art. 81 della Costituzione, dalla nuova legge “rafforzata” di bilancio varata nel gennaio del 2012. Dato che fin da allora non si è mai riusciti a garantire un quadro di finanza pubblica in equilibrio per l’intero triennio di programmazione, per realizzare il pareggio nel secondo e nel terzo anno si introduce l’aumento dell’IVA, tranne poi anno dopo anno trovare con difficoltà coperture in gran parte una tantum per evitare che l’IVA aumenti nell’anno di bilancio immediatamente successivo.

Ma è proprio vero che l’IVA vada considerata intoccabile? Anche senza aumentarne le aliquote, un loro semplice riordino, e una razionalizzazione dei regimi di esenzione parziale o totale, potrebbe portare un migliore allineamento con il resto d’Europa, minore evasione e più gettito (vedi Liberati-Crescenzi e V. Visco su Il Sole 24 Ore del 2 giugno 2018). Da molti anni la Commissione Europea, nei suoi Country Report sull’Italia, ci invita a farlo. Non solo i gialloverdi ma neppure il centrosinistra hanno avuto il coraggio di affrontare la questione.

La definizione agevolata gialloverde a confronto con la voluntary disclosure

Sulla rottamazione delle cartelle esattoriali c’è poco da dire: è simile a quelle già fatte. Possono esprimersi dubbi sul gettito, visto che già la seconda rottamazione ha portato meno di quanto previsto.

Sui procedimenti di definizione agevolata (cosiddetta “pace fiscale”) è interessante fare un confronto con la voluntary disclosure (VC). Primo, i verbali di constatazione e gli avvisi di accertamento non erano compresi nella VC, perevitare di incentivare comportamenti opportunistici: il contribuente deve dichiarare prima di essere scoperto. Secondo, con la nuova dichiarazione integrativa speciale si paga il 20 per cento dell’imponibile emerso, mentre nella VC si pagava il 100 per cento dell’imposta dovuta. Qui si rischia seriamente, sia per il gettito degli ultimi mesi 2018, sia perché si tratta di una forte picconata alla tax compliance.

La voluntary disclosure era un misto di bastone e carota. Il bastone aveva due elementi: la fine del segreto bancario e l’accordo di collaborazione con la Svizzera, l’introduzione del nuovo reato di autoriciclaggio. La carota era la possibilità di emergere all’interno dei criteri consigliati dall’OCSE. Qui invece ci sono solo carote, che disincentivano i contribuenti che possono farlo da una corretta compliance fiscale.

La discussione si è svolta soprattutto sul tema delle depenalizzazioni. Ma non è questo il punto principale: escludere l’applicazione del penale tributario è necessario in questi casi, dove le dichiarazioni sono nominative e non anonime (com’è stato ai tempi degli scudi di Tremonti-Berlusconi). Il punto è il rilevante incentivo a comportamenti opportunistici con la riduzione generale dell’equità e dell’efficienza del sistema tributario.

Il governo del popolo contro banche e assicurazioni

Il governo del popolo non poteva ovviamente che punire i bastioni del capitalismo giudaico e plutocratico. Le più corpose coperture della manovra vengono da aggravi di imposta a carico di banche (circa tre miliardi) e assicurazioni (circa un miliardo). Non è chiara la motivazione della punizione: dipende forse dal fatto che hanno comprato quasi il 35 per cento del debito pubblico italiano?

Il trattamento fiscale specifico di svalutazioni e perdite sui crediti nei bilanci bancari (cosiddetto deferred tax asset) esiste in tutti i paesi europei e favorisce lo smaltimento dei crediti deteriorati. Viene per adesso bloccato in via transitoria per un anno. Si tratta di uno strumento fondamentale per accelerare la soluzione del più grande problema che ha portato alla crisi bancaria italiana di tre anni fa, la pulizia dei bilanci dalla massa di crediti deteriorati ereditati dalla Grande Recessione.

Il rischio banche è quello che emerge con maggiore pericolosità, non solo dal versante tributario della manovra ma dall’intero andamento della fase congiunturale. Se l’aumento dello spread dovesse persistere e ampliarsi le banche italiane saranno costrette a pesanti e costose ricapitalizzazioni senza potere usare il beneficio dell’ACE. Dove troveranno le risorse? Quanto saranno recettivi i mercati internazionali?

Qui i gialloverdi stanno scherzando col fuoco.

Back to the past

Lo slogan che potrebbe ben descrivere questa manovra è: viva l’economia arretrata, abbasso l’economia innovativa.

C’è una regressione sulla fiscalità d’impresa a vantaggio dei segmenti più arretrati e stagnanti dell’economia mentre nella passata legislatura gli incentivi di natura tributaria erano stati concentrati sui segmenti trainanti e sulle imprese che volevano crescere. Se mal congegnato, anche il reddito di cittadinanaza potrebbe contribuire ad aumentare la preferenza degli italiani, già molto radicata, verso il sommerso. Si premiano i segmenti, gli operatori e i comportamenti più “grigi”, se non addirittura “neri”, dell’economia.

Viene punito il lavoro dipendente

La manovra gialloverde è con tutta evidenza figlia di una preferenza culturale dei partiti di governo per il lavoro autonomo al confronto con il lavoro dipendente.

I governi di centrosinistra nella precedente legislatura, pur avendo introdotto il forfetario e ridotto l’Ires, avevano concentrato l’attenzione sul lavoro dipendente sia sul piano fiscale (80 euro, eliminazione dall’Irap della componente costo del lavoro, sgravi contributivi) sia su quello regolamentare. Il Jobs Act ad esempio ha disincentivato il ricorso a forme di lavoro autonomo con caratteristiche di para-subordinazione (le cosiddette “false partite IVA”). Fra 2014 e 2017 il numero di lavoratori autonomi è diminuito di circa 160 mila unità, soprattutto tra i collaboratori e i lavoratori in proprio; quello dei dipendenti è aumentato di 900 mila.

La preferenza politica per il lavoro autonomo era un elemento ben noto per la Lega, meno per il M5S – anche se, a ben pensarci, i più assidui frequentatori di rete e social dovrebbero essere gli indipendenti, quando mai i dipendenti potrebbero farlo durante l’orario di lavoro? Ciò nonostante i partiti oggi al governo hanno fatto il pieno di voti anche nel lavoro dipendente e il centrosinistra è stato ed è giudicato sempre meno labour friendly.

Qui c’è una lezione politica per il PD, per i sindacati, per l’intero centrosinistra: parecchi sbagli sono stati fatti. Si tratta di errori a cui si potrebbe porre rimedio in futuro.

stiche di para-subordinazione (le cosiddette “false partite IVA”). Fra 2014 e 2017 il numero di lavoratori autonomi è diminuito di circa 160 mila unità, soprattutto tra i collaboratori e i lavoratori in proprio; quello dei dipendenti è aumentato di 900 mila.

La preferenza politica per il lavoro autonomo era un elemento ben noto per la Lega, meno per il M5S – anche se, a ben pensarci, i più assidui frequentatori di rete e social dovrebbero essere gli indipendenti, quando mai i dipendenti potrebbero farlo durante l’orario di lavoro? Ciò nonostante i partiti oggi al governo hanno fatto il pieno di voti anche nel lavoro dipendente e il centrosinistra è stato ed è giudicato sempre meno labour friendly.

Qui c’è una lezione politica per il PD, per i sindacati, per l’intero centrosinistra: parecchi sbagli sono stati fatti. Si tratta di errori a cui si potrebbe porre rimedio in futuro.

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