Centrosinistra

Leopolda 9. Ritorno al futuro

Leopolda 9. Ritorno al futuro

“Ritorno al futuro”, è scritto sui muri. In verità è ritorno a Renzi. A prescindere. La signora Giuseppina, appena vede il taccuino, si avvicina: “Veniamo da Palermo, in tanti. Siamo qui perché crediamo un lui. Lo scriva, per favore, che questo popolo è suo e non può abbandonarlo. Suo”. Si fa un capannello. E diventa un coro.

“Noi siamo quelli che restano in piedi e barcollano sui tacchi che ballano”, le note della toccante canzone accompagnano il tripudio dell’uomo solo al comando: Renzi sindaco, a palazzo Chigi, con Obama e Michelle. Ovazione. Leopolda numero 9, la prima senza governo e potere, nell’Italia sovranista che danza sullo spread. Stracolma, anche nel torpore del venerdì sera, con le prenotazioni raddoppiate nell’ultima settimana. Alle otto e mezza di sera fuori c’è ancora un ingorgo di macchine di gente che sta arrivando. Popolo e iscritti, parecchi iscritti, accorsi per la grande esibizione muscolare del renzismo. Orgoglio, voglia di dimostrare che non è finita. E preoccupazione. È un coro nei capannelli: “Questi sono matti, fatelo capire anche voi. Stanno facendo saltare il paese”. Anche l’affluenza è una notizia, dopo una sconfitta epocale e mesi di afonia: “Feriti sì, siamo feriti ma non morti – dice Erasmo D’Angelis, ex direttore dell’Unità – del resto siamo passati in breve tempo dalle stelle alle stalle e in tanti si chiedono ‘ora che si fa?'”. Già, il che fare. Il sindaco di Cava dei Tirreni, con proverbiale ironia campana, dice: “Ritorno al futuro è un classico di quando non sai che dire. Stringi stringi, è sempre il ritorno di Renzi”. Parliamoci chiaro, chi è qui, è innanzitutto qui per lui. Prima ancora che per il Pd, per il congresso, per le alleanze se e quando ci saranno. Ettore Rosato è circondato da una selva di giovani: “Volevamo sapere – dice una di loro – se rimanere nel Pd, qui siamo per Matteo ma nessuno ha rinnovato la tessera, perché il partito in Calabria è inagibile”. L’ex capogruppo: “Se no trovate spazio lì, fate un comitato, Renzi li annuncerà domenica. Fate un gruppo di persone, dove potete discutere liberamente”. Dopo dieci minuti Rosato è riuscito a percorrere sì e no dieci metri, preso d’assalto dalla richiesta di selfie: “Beh – dice una ragazza – è uno dei pochi che ci è rimasto. Di dirigenti intendo”. Ecco, Leopolda più stretta politicamente perché si è disarticolato il renzismo, nel senso di Gentiloni, Franceschini, etc, etc. Aleggia lo spettro del tradimenti dei tanti cuori ingrati: “Chi ha avuto finge – urla Renzi in apertura – di non ricordarselo. Chi ha dato è ancora qui perché era per un ideale non per un interesse”. C’è tutto il favoloso mondo di Renzi sul palco: il finanziare Davide Serra, Marco Fortis, l’economista “ottimista”, già collaboratore di Tremonti, molto inserito nel mondo che conta tra finanza e industria sin da quando iniziò a collaborare con Carlo Sama, il famoso “Carlo il bello”, ex manager del gruppo Montedison e cognato di Raul Gardini. Per evitare l’effetto reducismo, dopo avere ricordato i risultati del suo governo, Renzi simbolicamente inserisce l’elenco in una macchina del tempo, perché è arrivato il momento di pensare al futuro, non al passato. Torna, in questa coreografia, il tormentone sul partito di Renzi. Chissà. Per ora è tornato in forse il congresso del Pd. O quantomeno è appeso al giudizio delle agenzie di rating. Lo spiega una battuta rilasciata da Renzi a Fanpage, in mattinata: “Con rispetto per il Pd, non è il congresso la cosa più importante. Quando ci saranno i candidati sceglieremo, ma il paese rischia di andare a sbattere. Davvero uno pensa che il problema sia scegliere tra Minniti e Richetti?”. È la famosa variabile esogena: se ci sarà l’Apocalisse sui mercati e il declassamento dell’Italia, sarà facile, per tutti quelli che la conta l’hanno sempre voluta evitate, sostenere le ragioni del rinvio. Altrimenti il candidato è Marco Minniti. Il quale, non essendo nato ieri, aspetta di capire cosa accadrà prima di candidarsi a una competizione che magari non sarà mai giocata. Le oscillazioni dello spread avvolgono la Leopolda. Anche la conferenza stampa con l’ex ministro Padoan sulla “contro-manovra” è tutta sulla rassicurazione dei mercati perché “stiamo rischiando l’osso del collo”. Tetto del 2,1 nel rapporto deficit-Pil che “dimezzerebbe lo spread”, misure ragionevoli, coperture certe. Raccontano i ben informati che Renzi avrebbe osato di più perché, in fondo, è solo una proposta dell’opposizione “si può fare anche il 2,4 per fare investimenti e non spesa improduttiva”. Ma Paodan è stato granitico. C’è stata una animata discussione, nelle stanze di Palazzo Giustiniani. Come se uno fosse ancora ministro in carica. E l’altro ancora premier. Un ritorno al passato.

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