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LiBertè, l’album-manifesto di Loredana Bertè

LiBertè, l'album-manifesto di Loredana Bertè
Loredana Bertè

Loredana Berté torna con un nuovo album di inediti dopo ben tredici anni, più anarchica, ribelle e travolgente che mai. Si intitola “LiBerté” ed è un disco-manifesto che racconta la donna prima dell’artista: i suoi lati oscuri, i suoi demoni e le invisibili pareti che la circondano. Senza filtri e senza freni, psicologicamente libera da qualsiasi censura (sulla copertina del disco prova a togliersi di dosso una camicia di forza), la voce di “Non sono una signora” si toglie qualche sassolino dalla scarpa e sfoga con questa manciata di nuove canzoni tutta la sua rabbia.

“LiBerté” è un disco particolarmente ispirato. È un diario che sa di notti insonni, di cattivi pensieri, di delusioni e di disillusioni, su cui in questi anni di silenzio discografico e di assenza dalle scene Loredana Berté ha appuntato le sue riflessioni e le sue incazzature quotidiane. Anziché affidarsi ad altre penne, ha voluto scrivere i testi di suo pugno (ma alcuni autori l’hanno aiutata a fare un po’ di ordine – tra questi anche Fabio Ilacqua, Davide Simonetta e Maurizio Piccoli): è stato il suo modo per sfogarsi, per esorcizzare la rabbia e l’amarezza. È un fiume in piena, e lo si capisce già dalla prima canzone, quella che dà il titolo all’intero album: dice che non sta fra gli inni e le bandiere, fra le pecore in processione, che la sua unica vocazione è essere solo un cane sciolto. Dice che non segue le regole del branco e che se bussi alla sua porta, lei non si farà trovare. Solo per il gusto di farti rimanere lì, impalato come un coglione, ad aspettare (invano) che ti apra.

Loredana ce l’ha un po’ con tutti: gli amici persi per strada, chi promette e poi non mantiene, i buoni di professione. Ce l’ha anche con Dio, perché “quella notte maledetta del ’95, quando è morta Mimì”, ha barato a suo sfavore, come canta in “Anima carbone”, una delle canzoni più amare e intense del disco. Luca Chiaravalli, ormai specializzato nel rilancio delle carriere di artisti finiti per un motivo o per l’altro nell’ombra (vedi Stadio e Paola Turci), l’ha aiutata a trasformare la rabbia e l’energia in suoni duri, taglienti e spigolosi, che si sposano bene con le atmosfere crude dei testi. “LiBerté” è un disco rock and roll, grezzo, sfacciato e spartano: canzoni come “Messaggio dalla luna”, che vede la Berté tornare a cantare parole di Ivano Fossati (già autore, per lei, di manifesti indimenticabili come “Dedicato” e “Non sono una signora”), “Una donna come me” (tra gli autori c’è Gaetano Curreri), “Tutti in paradiso” o “Babilonia” (che sembra una “Folle città” 2.0: “Cantano le sirene / le lamiere della città / l’acido nelle vene / per un’ora di libertà”) dimostrano che Loredana è ancora la leonessa del rock italiano. E che quando ruggisce non ce n’è davvero per nessuno.

Tutti questi anni di silenzio discografico e di esclusione sembravano aver reso Loredana Berté una vecchia gloria della musica italiana: iconica, certo, ma comunque vecchia gloria. Questo album, invece, che arriva due anni dopo il progetto “Amici non ne ho… Ma amiche sì” (anche se a qualcuno ha fatto storcere il naso è servito a riportare la regina sul trono), dimostra che la Berté ha ancora molte cose da dire, che non si accontenta di essere un’icona da venerare. E se si guarda alle spalle, lo fa senza rimpianti e senza nostalgia: solo per raccontare come il tempo passato l’ha resa la donna di oggi. Semplicemente, Loredana Berté.

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1 risposta »

  1. Ai non fan (storici) di Loredana questo album potrà piacere o non piacere. E saranno loro, visto la vastità, a decretarne il successo o l’insuccesso.
    Ai fan (storici) questo album deve per forza piacere; certo a meno che abbiamo smesso si seguire tutta la musica cullandosi solo dei vecchi CD di Loredana. A loro dico che la musica si evolve, anche Loredana.

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