Economia

Slovenia, Marjan Sarec premier

Slovenia, Marjan Sarec premier
Marjan Sarec

Dopo più di tre mesi dalle elezioni di giugno e un prolungato stallo politico che lasciava intravedere le ombre di un voto anticipato in autunno, il 13 settembre ha prestato ufficialmente giuramento il nuovo governo a guida Marjan Sarec.

Un esecutivo nato debole, ma non debolissimo, sostenuto da una coalizione parlamentare piuttosto eterogenea, che vede oltre alla presenza della Lista Marjan Šarec (13 seggi), i Socialdemocratici (10), il Partito del Centro Moderno (10), il partito Alenka Bratušek (5) e il partito dei pensionati (5), con appena il sostegno di 43 parlamentari su 90. Diventa cosi decisivo l’appoggio esterno, o almeno la non belligeranza, degli esponenti della minoranza italiana (1) e ungherese (1), e sopratutto de La Sinistra che con i suoi 9 seggi potrebbe ostacolare l’azione di governo, specialmente su quei temi caldi quali riforma sistema sanitario, riforma pensionistica e privatizzazione su cui i punti di contatto sono quasi inesistenti.
Da osservatori esterni, sembra che a tenere assieme la compagine governativa, e i suoi sostenitori esterni, più che un comune progetto di politica economica, si ha la volontà di marginalizzare l’ex primo ministro e leader del Partito Democratico Sloveno, Janez Janša, già condannato a due anni di reclusione per corruzione nel 2013.

Se tale deduzione dovesse essere corretta, c’è da chiedersi se il nuovo capo del governo avrà la forza necessaria per tenere assieme le varie anime della coalizione nel lungo periodo. Il compito arduo, ma non impossibile. Un primo tentativo di neutralizzare possibili future tendenze centrifughe è stato fatto con l’affidamento di incarichi di governo di primo piano a tutti i leader dei partiti di coalizione, con Miro Cerar agli esteri, Alenka Bratušek alle infrastrutture e Karl Erjavec alla difesa, con la sola eccezione del socialdemocratico Dejan Židan eletto alla presidenza della Camera.
Altra spada di Damocle sulla testa dell’esecutivo è rappresentata dalla scarsa esperienza politica di Šarec, sia legata alla sua giovane età, che al suo passato di uomo di spettacolo e giornalista, lontanissimo da un qualsivoglia tipo di incarico di governo.

Nell’analisi della rapida ascesa politica di Šarec, che in meno di due anni è stato capace di costruire un sostegno elettorale tale da quasi raggiungere la vittoria nelle elezioni presidenziali nel 2017, e poi la guida dell’esecutivo nel 2018, si possono rintracciare molti punti in comuni con altre carriere politiche nella storia politica recente slovena, come quella di Zoran Janković nel 2011 o Miro Cerar nel 2014. A testimonianza di una predilezione dell’elettorato sloveno ad affidare le proprie speranze a personaggi non-politici, innamoramenti repentini, alla ricerca di una panacea razionalmente inesistente, per poi svegliarsi nel breve volgere di pochi mesi, e spostare la propria preferenze verso altri “uomini nuovi”, con la consapevolezza di aver solamente perso tempo. Per il bene di Lubiana, si può solo sperare che questa volta sia la volta buona.

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