Governo

I primi 100 giorni di governo

Il 4 marzo è stato una rivoluzione elettorale. Ma un esecutivo rivoluzionario sarebbe stato l’ennesima follia italiana. Dunque, «governo del cambiamento». Più nelle intenzioni che nei fatti, ma cento giorni non sono tanti e almeno fino alle elezioni europee c’è tempo per lasciare il segno. Di sicuro è cambiata, e parecchio, la narrazione e la realtà della politica al tempo del governo giallo-verde che, per la prima volta nella recente storia italiana, sta vantando l’89,50 di ministri nuovi. Ossia mai andati al potere prima di questa volta. Un susseguirsi di stop and go (no all’obbligo vaccinale a scuola, e invece sì), di fedeltà alle promesse elettorali ma in modica quantità (reddito di cittadinanza e flax tax hanno perso punti, ma resistono) e di svolte impreviste (dal «Me ne frego» della Ue di Salvini al «Sono rispettoso dei vincoli europei e non voglio sfidare Bruxelles»), di sforzo per capire i margini e le compatibilità («tempesta finanziara d’autunno» paventata da Giorgetti arriverà davvero? e il «cigno nero»? e Mattarella e i suoi ministri aiuteranno o freneranno?) e di show popolari o populisti come la rottamazione virtuale dell’Air Force Renzi da parte di Di Maio. Molto qualificante l’inizio della riscrittura della politica estera con l’aiuto di Trump (l’incontro con il presidente americano è stato il massimo punto di visibilità del premier Conte) e con la lotta all’asse franco-tedesco, fino all’avvicinamento salvinista ai Paesi di Visegrad sotto l’occhio benevolo di Putin.

Immigrati, Italia isolata. Contro di noi Francia-Spagna, Germania e Visengrad
Giuseppe Conte

Cento giorni dominati da un hasthag primaglitaliani) e basati su tre pilastri nuovi. Uno è il Contratto di governo, usato anche dai contraenti per smarcarsi tra di loro in caso di amichevole (la solidarietà generazionale tra i nuovi sta reggendo rispetto alle obiettive diversità anche profonde tra i ministri di Lega e M5S) disaccordo: «Ma questo il Contratto non lo dice…., è la formula del cortese disagreement. Il secondo pilastro è il consolato (ma non come quello nella Roma antica quando i due consoli facevano a rotazione, un periodo governava l’uno e un periodo l’altro) tra Salvini e Di Maio, il Salvimaio. Il terzo pilastro, il più fragile tra i tre, com’era prevedibile, è la strana figura di un «avvocato del popolo italiano» a Palazzo Chigi. E dopo cento giorni non pochi si chiedono ancora: ma chi è Giuseppe Conte? Dal primo giugno in poi, lo spazio maggiore della politica di governo se l’è preso la questione migranti – dall’Aquarius alla Diciotti – e il super-protagonismo di Salvini ministro da bagno di popolo continuo. Quanto ai provvedimenti legislativi in senso stretto, non sono molti. Il più rilevante, ma anche il più contestato, è il Decreto Dignità. «Sembra scritto dalla Cgil», è uno dei commenti di provenienza Lega. Quanto alle nomine nei gangli del potere ministeriale e amministrativo, tra Cassa depositi e prestiti e alta burocrazia ministeriale ci si è mossi (basti vedere di chi si è circondato Tria al Mef) più in continuità che in discontinuità con il detestatissimo passato da smontare. Lo smontaggio non procede con il ritmo che si era immaginato – e all’iniziale irruenza sembra subentrato alla vigilia della legge di bilancio il senso di responsabilità e di compatibilità – ma la luna di miele con gli italiani brilla ancora molto e sempre di più secondo i sondaggi.

Conte ha rappresentato il volto rassicurante dei giallo-verdi per fare bella figura in Europa e ha lavorato in continuo ascolto rispetto al Colle. Di Maio ha subìto il protagonismo di Salvini, nonostante il fiore all’occhiello del taglio dei vitalizi parlamentari e il ribaltamento nei sondaggi elettorali (primo partito la Lega, M5S distaccata di oltre 4 punti) ne è la riprova e rappresenta il ribaltone-sorpresona dei cento giorni. Nient’affatto rivoluzionari, anche se «il decreto sicurezza che faremo entro settembre lo sarà» (parola del sottosegretario Molteni, uomo forte di Salvini) e ha un sapore da rivoluzione francese, lato Robespierre in piccolo, lo SpazzaCorrotti, tra Daspo e marchio d’infamia «ad aeternum» a chi è considerato malfattore e «non c’è santo che tenga!». E’ il vanto di Di Maio questo decreto hard, Salvini come al solito in questi non infierisce per lealtà (il suo «No ai processi sommari» però è una risposta) ma mai si spingerebbe – almeno in questi cento giorni, poi potrà cambiare tutto – a esclamare ciò che Danton disse a Robespierre nel famoso testo teatrale di Georg Buchner datato 1853: «Ognuno s’imbelletta come può e, a modo suo, ci cava il proprio guadagno». Magari presunto.

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