Cronaca

Beppe Grillo, la Gronda di Genova e la “favoletta” del crollo del Ponte Morandi

Beppe Grillo, la Gronda di Genova e la "favoletta" del crollo del Ponte Morandi

Beppe Grillo, la Gronda di Genova e la “favoletta” del crollo del Ponte Morandi

«Il crollo del ponte Morandi è una favoletta». Era l’8 aprile 2014 e il coordinamento dei Comitati No Gronda spiegava così la propria contrarietà al progetto di una nuova autostrada in grado di risolvere il problema del traffico nel ponente Genovese. «Rispetto al vuoto informativo che la cittadinanza sta subendo sulla realizzazione della Gronda di Ponente – si legge nella nota – vorremmo invitare i genovesi a diffidare da quanti negli ultimi tempi stanno in ogni modo cercando di vendere loro un elisir chiamato «Gronda», come la panacea di tutti i guai della nostra città».

«È un doppio disastro», ammette d’altronde un parlamentare ligure del M5S, «da una parte per le vittime e le loro famiglie, dall’altra perché nelle prossime settimane ci getteranno nel tritacarne per le nostre battaglie sul territorio». La nascita del grillismo in Liguria è infatti legata a doppio filo alle lotte dei No Gronda, proprio come è avvenuto in Piemonte con i No Tav, a Parma con i No Inceneritore: comitati di cittadini contrari alla costruzione di una grande opera, supportati da un Movimento che ha bisogno di crescere. Qui, il progetto da fermare era quello della nuova autostrada di Ponente, la Gronda, che collegherebbe Genova a Vesima, sostituendo così il tratto più pericoloso dell’A10 (dove si passava su Ponte Morandi).

E il Movimento delle origini sposa la battaglia. Già nel 2012, quando l’allora presidente di Confindustria Genova lancia l’allarme sul rischio di un «crollo tra dieci anni» del Ponte Morandi e sulla conseguente necessità della costruzione di una nuova autostrada, il consigliere comunale M5S Paolo Putti, proveniente proprio dal comitato No Gronda ed ex candidato sindaco, risponde: «Magari questa persona, prima di utilizzare questo tono un po’ minaccioso – perché dice: “Ci ricorderemo il nome di chi adesso ha detto No!” -, dovrebbe informarsi. Perché dice che il Ponte Morandi crollerà fra 10 anni, ma a noi Autostrade ha detto che per altri cento anni può stare in piedi».

I nodi si stringono e un anno dopo, ad aprile, sul blog di Beppe Grillo viene messo in risalto un comunicato del comitato di coordinamento No Gronda: «Ci viene poi raccontata, a turno, la favoletta dell’imminente crollo del Ponte Morandi». Ed è lo stesso Grillo, nel 2014, durante la kermesse romana di “Italia 5 Stelle”, a schierarsi apertamente contro il progetto della nuova autostrada: «Dobbiamo fermarli con l’esercito!», urla dal palco. Era il tempo della protesta, della rabbia che catalizzava i voti. Oggi, invece, quelle posizioni sono un bagaglio ingombrante, che mette a disagio gli uomini del Movimento.Tanto da richiedere l’intervento del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che però va su tutte le furie: «Delle polemiche me ne frego altamente. Chi le sta fomentando, in momenti così drammatici, è uno sciacallo».

Il nervosismo è palpabile. «Sì, al tempo forse è stato sottovalutato il pericolo del crollo», concede il sottosegretario alle Infrastrutture Michele Dell’Orco, «ma stiamo parlando di un commento sul blog di Grillo. Non di un esponente di questo governo». Segno, dunque, che il vento potrebbe cambiare ancora. Come testimonia la doppia rimozione del post dei No Gronda sul blog di Grillo e del tweet del deputato M5S Massimo Baroni, in cui si sosteneva la battaglia contro il progetto della nuova autostrada: «No alle grandi opere inutili quando c’è da mettere in sicurezza le opere già esistenti». Tutto passato. Anche perché quel «No» del M5S alla Gronda, dopo il crollo del ponte, non è più scontato: «Dovrà rientrare nell’analisi costi-benefici», sottolinea Dell’Orco. E la valutazione dei tecnici, tra cui figura Marco Ponti, che si era già espresso in maniera critica nei confronti del progetto, «sarà molto più approfondita e potrebbe cambiare».

Una favoletta che «ci viene raccontata a turno. Come ha fatto per ultimo anche l’ex presidente della Provincia, il quale dimostra chiaramente di non avere letto la Relazione conclusiva del dibattito pubblico, presentata da Autostrade nel 2009. In tale relazione si legge infatti che il Ponte «…potrebbe star su altri cento anni» a fronte di «…una manutenzione ordinaria con costi standard» (queste considerazioni sono inoltre apparse anche più volte sul Bollettino degli Ingegneri di Genova)».In una relazione successiva, sempre di Autostrade ma pubblicata nel 2011, le conclusioni sembrano diverse: il tratto autostradale A10 a Genova e l’innesto sull’autostrada per Serravalle producono «quotidianamente, nelle ore di punta, code di autoveicoli ed il volume raggiunto dal traffico provoca un intenso degrado della struttura del viadotto «Morandi», in quanto sottoposta ad ingenti sollecitazioni. Il viadotto è quindi da anni oggetto di una manutenzione continua».
Ma che lo stato di salute del viadotto fosse precario lo rilevano anche altre fonti. Una interrogazione al Senato presentata dall’esponente di Scelta Civica Maurizio Rossi, dedicata più ingenerale alle infrastrutture e alle strade della zona di Genova segnalava il pericolo. Era il 28 aprile del 2016 e Rossi rivolgendosi all’allora ministro Graziano Delrio annotava: «Il viadotto Polcevera, chiamato ponte Morandi…recentemente è stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti che hanno richiesto un’opera straordinaria di manutenzione senza la quale è concreto il rischio di una sua chiusura». Il senatore indicava poi nella gronda la soluzione che avrebbe risolto alla radice il problema dell’attraversamento di Genova e domandava al ministro a che punto fosse l’iter del progetto.

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