Centrodestra

Il centrodestra si rompe sulla Rai

Salvini e Berlusconi costretti all'alleanza

Silvio Berlusconi e Matteo Salvini

È, semplicemente, la fine dell’ipocrisia. Quella di un centrodestra che non c’è più da tempo. E che lo certifica sulla Rai, diventata, per usare la metafora di Giovanni Toti, un perfetto “incidente di Sarajevo”, con Marcello Foa nei panni dell’arciduca Francesco Ferdinando. Il casus belli, in fondo cercato da entrambe le parti in causa, Salvini e Berlusconi. Che, a meno di clamorosi colpi di scena di qui al voto di mercoledì della commissione di Vigilanza, preannuncia la fine del centrodestra come esperienza politica.

I fatti: il Cavaliere, escluso dalla trattativa sul dossier che gli sta più a cuore (quello televisivo), ha deciso, fortemente supportato da pressoché tutto il suo gruppo dirigente, Gianni Letta in primis, di votare contro il presidente indicato dal governo e comunicato dopo la scelta perché “siamo di fronte a un atto arrogante” e “accettare questa imposizione significa condannarsi all’irrilevanza e alla subalternità”; e Salvini, consapevole degli spifferi bellici che trapelano da Arcore, ha scelto di non alzare la cornetta del telefono, pur consapevole che il colloquio in sé produrrebbe l’effetto di un mezzo disgelo, perché darebbe il segno che Berlusconi è ancora un “interlocutore” politico e non una zavorra di cui liberarsi. Almeno per ora.

Assicurano i suoi che il leader della Lega non ha alcuna intenzione di aprire un negoziato sul nome ed è pronto, in caso di voto contrario di Forza Italia, a “rompere”, scaricando le responsabilità su Forza Italia. Il che, evidentemente, non significa mettere in discussione, con atti masochistici, le giunte del Nord, ma, certamente porre fine alla “pacchia”, perché è vero che Berlusconi, al momento, è innocuo col governo per tutelare le aziende, ma è anche vero che, finora, il governo è stato innocuo con Berlusconi e con Mediaset. Così come, per una sorta di quieto vivere tra alleati, finora non sono state aperte le porte ai tanti che, dai territori al Parlamento, hanno chiesto ospitalità alla Lega per lasciare Forza Italia, col suo 8 per cento nei sondaggi, i suoi slogan polverosi, i suoi “casting” di volti tv tra i nuovi cortigiani.

La sensazione è che non siamo di fronte a un incidente diplomatico o a una situazione sfuggita di mano. Ma che si sta consumando la pagina finale (o una delle pagine finali) di una storia. Quella di Salvini è, diciamo così una “scelta di campo”: si è posto, in tutto il negoziato sulle nomine, come protagonista della nuova fase con Di Maio e non partner del vecchio che parla di tv con Berlusconi; ha messo sul tavolo il suo nome, ribandendo in tal modo “chi comanda”; adesso è pronto a scaricare sul vecchio Nazareno le responsabilità di affossare il cambiamento, il che comunque è uno spot vantaggioso per il governo. È evidente l’accelerazione, in un’era politica basata sulla velocità e sulla rottura della grammatica tradizionale, con la scelta dei Cinque stelle come interlocutori presenti e futuri, e non Berlusconi che, solo qualche giorno fa, lo aveva invitato a tornare col centrodestra e a mettere fine all’esperienza del governo gialloverde.

Più volte, in questa legislatura, Berlusconi si è fatto concavo e convesso, a partire dall’atto fondativo del governo quando diede il suo “via libera”, senza dichiarare rotta l’alleanza e senza grandi negoziati preventivi (vai al capitolo: ministro della Giustizia). Stavolta, invece, complice l’accerchiamento di un gruppo dirigente profondamente insofferente verso Salvini ha optato per una posizione di principio, più che per una trattativa “sostanziale”, dopo aver visto rifiutati i due nomi comunicati in via informale, Fabrizio Del Noce e Giovanni Minoli.

Cui prodest? Probabilmente a Salvini che certifica agli occhi dell’opinione pubblica il superamento del centrodestra inteso come alleanza con Berlusconi. E certamente ai tanti che, dentro Forza Italia, teorizzano la rottura con Salvini sognando il partito del Nazareno con un leader alla Calenda. Difficilmente senza i voti di Forza Italia Marcello Foa sarà eletto presidente della Rai. Ne servono 26. Ce ne sono 21 più i due della Meloni che, al netto del metodo, sosterrà la scelta di un presidente politicamente e culturalmente “sovranista”. Scelta molto politica anch’essa, in questa contrapposizione tra il “vecchio” – Pd e Forza Italia – e il nuovo. Anche se Foa non dovesse passare.

3 risposte »

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.