Centrosinistra

Pci lascia Potere al Popolo

Pci lascia Potere al Popolo
Pci lascia Potere al Popolo

Il primo Congresso del Partito Comunista Italiano, svoltosi a Orvieto dal 6 all’8 luglio, approvando le conclusioni del compagno Mauro Alboresi, ribadisce il progetto di costruire un’organizzazione politica dei comunisti avente come fine il superamento del modo di produzione capitalistico e la concretizzazione storica di una società socialista, un partito che nella difficile fase che attraversiamo sappia dare risposte agli interessi delle classi popolari, che sia espressione del superamento dell’attuale frammentazione della sinistra di classe e di una ritrovata unità dei comunisti stessi.

L’assemblea bolognese che nel 2016 aprì la fase costituente si chiuse con l’indicazione di due punti preminenti e di rilievo strategico: in primo luogo, una critica radicale del percorso Pds/Ds/Pd e della connessa mutazione neoliberista che ha strutturalmente segnato il carattere e la proposta del Partito democratico; in secondo luogo, un’irriducibile opposizione a questa Unione Europea la quale, smentendo i conclamati propositi di “integrazione”, ha di fatto esasperato le disuguaglianze di classe all’interno dei singoli Paesi  membri e, per altro verso, tra Paesi del centro e Paesi della cosiddetta periferia.

I due anni intercorsi a partire da quella assemblea non solo hanno confermato la priorità e la correttezza dei suddetti punti, ma hanno ulteriormente accentuato la gravità della situazione e l’urgenza di una netta risposta da parte dei comunisti e della sinistra di classe nel suo complesso. Oggi assistiamo ad un governo  –  nato da un inedito patto post-ideologico tra M5S e Lega, presentato come “né di destra né di sinistra” ma di cui il traino leghista ha reso manifesta la chiara dominante “di destra” –  il quale sta imperversando in un territorio della sinistra desertificato dall’azione involutiva del Pd, il quale in questi ultimi decenni è riuscito a distruggere un intero patrimonio ideale, politico e concettuale, finendo per rendere irriconoscibile ai più perfino la distinzione tra sinistra e destra, tra progressisti e reazionari.

In un tale complicato contesto, in primo luogo dobbiamo respingere le invettive, squallide quanto anacronistiche, sul tema immigrazione: denunciando i dati fasulli veicolati al fine di creare allarme sociale e reazioni  xenofobe di massa. E riconducendo il tema al suo reale snodo: quello di garantire un flusso regolato degli arrivi che sia all’altezza di una capacità di accoglienza vera e di costruire una unità di classe tra lavoratori italiani e stranieri. Ma, soprattutto, occorre mettere al centro della nostra azione politica la questione del lavoro.

Nel merito, compito dei comunisti è quello di incalzare inflessibilmente il governo mostrandone le irrisolvibili contraddizioni, così da approfondire i prevedibili contrasti tra M5S e Lega e all’interno dello stesso M5S. Lo si deve fare evitando di confondere la nostra voce con quella del Pd, votato ad un’opposizione regressiva, che strepita contro i provvedimenti “populisti” del governo “fascio-leghista” per tornare indietro alle politiche antipopolari attuate in questi anni, sostanzialmente piegate agli equilibri di bilancio e ai diktat di Bruxelles e Berlino. Incalzare il governo non significa affatto per noi auspicare la ripetizione dei fallimenti del centro-destra e del centro-sinistra, ma evidenziare che – al di là di qualche decreto teso a dare un minimo di ossigeno al mondo del lavoro, dopo anni di astinenza – l’azione di questo esecutivo non potrà mai realizzare una reale inversione di tendenza. Una tale inversione non può che passare infatti da un consistente travaso di risorse da profitti e rendite ai salari: a partire da un rafforzamento della progressività fiscale, l’esatto opposto di quanto previsto nel programma di governo.

Per questo abbiamo bisogno di un partito che, contestualmente alla definizione della sua linea politica, irrobustisca la sua organizzazione centrale e territoriale, destinando a tale scopo tutte le sue risorse sia umane che economiche: un partito che quindi valorizzi le interlocuzioni con le altre forze comuniste e il resto della sinistra di classe non rinunciando alla sua identità, alla sua piena autonomia politica e organizzativa.  Abbiamo bisogno di un partito che perfezioni il suo assetto interno, superando limiti e difficoltà nella gestione della linea politica, con particolare attenzione ad assicurare la necessaria dialettica e la cura delle relazioni tra centro nazionale e territori. Un partito così attrezzato potrà disporsi ad affrontare anche le prossime scadenze elettorali  avendo preso la decisione che collegialmente avremo ritenuto la migliore, esperendo tutte le strade per convergenze unitarie e laddove queste non fossero possibili o opportune, cercando di presentare il proprio simbolo.

Nel merito, occorre evitare il rischio di due pericolose tendenze. La prima sta nel continuare a concepire la nostra funzione come àncora del centrosinistra (il Pci come “sinistra del centrosinistra”). Con questo approccio bisogna fare i conti sino in fondo, riconoscendolo e battendolo per quel che è: un’azione di retroguardia. La seconda consiste in una deriva estremista, un posizionamento immaturo che considera possibile ed utile il confronto e il dialogo solo con componenti comuniste.  In entrambi i casi a soffrirne sarebbe il respiro del pro

Varie tesi congressuali del PCI si soffermano su aspetti teorici e programmatici di fondo, affermando che “il capitalismo appare nel pieno di una crisi organica” e che “di fronte alla portata inedita dei problemi globali, solo il socialismo e il comunismo possano invertire la rotta ed evitare all’umanità esiti catastrofici. (…) La critica al sistema capitalistico deve essere accompagnata dalla proposta di un’altra organizzazione sociale ed economica, dalla riaffermazione della prospettiva del socialismo, nelle forme adeguate al mondo di oggi e facendo tesoro anche delle esperienze accumulate dal movimento comunista e dai paesi socialisti nel corso del Novecento, traendo insegnamenti da quella storia”.

La parte più politica del dibattito congressuale del PCI è incentrata sul rapporto con Potere al Popolo, lista elettorale a cui il partito aveva partecipato fin dalla sua fondazione nello scorso novembre e nella quale aveva espresso vari candidati alle elezioni politiche. A proposito del rapporto fra PCI e PaP, però la tesi congressuale numero 8 recita: “si registra una incalzante dialettica che vede spingere in direzioni diverse quanti puntano a stringere l’assetto organizzativo di Potere al Popolo, con relativa cessione di sovranità e risorse da parte dei soggetti componenti: scelta per noi inaccettabile, che comporterebbe l’impossibilità a continuare tale esperienza”, mentre il PCI pensa “che la priorità resti la crescita della propria organizzazione e del proprio progetto politico, pur intesi nel quadro di rapporti con forze esterne, configurabili come fronte, nel quale sia garantita una piena parità tra le sue diverse componenti”.

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