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La dignità si ferma all’articolo 18

La dignità si ferma all'articolo 18

Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Giancarlo Giorgetti

Nel difficile equilibrio tra Movimento 5 Stelle e Lega, la dignità prevista dal decreto approvato lunedì sera si è fermata all’articolo 18. Non c’è traccia infatti della reintroduzione della norma, cancellata dal Jobs act, che vietava alle aziende sopra i quindici dipendenti di licenziare i lavoratori senza giusta causa. Il cuore dunque della riforma del lavoro voluta dal governo Renzi, e ferocemente contrastata dai grillini allora all’opposizione, continua a pulsare nonostante gli annunci della campagna elettorale. E nonostante il ministro del Lavoro Luigi Di Maio abbia detto che con il decreto Dignità è stato dato “un colpo mortale al precariato, licenziando il Jobs Act”. Ma il Jobs Act in realtà resiste.

Tanto che a domanda precisa “l’articolo 18 sarà reintrodotto o no?”, il vicepremier grillino in conferenza stampa non risponde approfittando del fatto che questo quesito era stato accompagnato da un altro. Quindi Di Maio replica al primo più politico sui rapporti M5s-Lega e bypassa quello sul licenziamento senza giusta causa a conferma della difficoltà nell’affrontare il punto cardine di tante battaglie M5s contro l’esecutivo Renzi. In mattinata ospite ad Agorà si era limitato a dire: “Articolo 18? Stiamo cercando di combattere la precarietà su tutti i fronti: dobbiamo vedere gli effetti del decreto Dignità perché già può calmierare molto”. La giravolta per non litigare con i colleghi di governo e non andare allo scontro frontale con aziende e imprese è compiuta.

Che il via libera al decreto Dignità sia stato parecchio “sofferto” non lo nasconde nessuno. Anzi, è lo stesso sottosegretario Giancarlo Giorgetti a dirlo in conferenza stampa. Incontro con i giornalisti a cui non partecipa Matteo Salvini, il vicepremier in quota Lega assente anche nella riunione dei ministri della sera prima. In fondo la scena vuole prenderla tutta il ministro del Lavoro che parla molto di più rispetto al premier illustrando le slide dal podio più alto. E il leader leghista gli lascia tutto lo spazio. In un breve post si complimenta con Di Maio, ma tra le righe si può leggere nei fatti che “il provvedimento è M5s”. L’ossatura è pentastellata. Giorgetti ricorda che “alcuni dubbi” della Lega “c’erano ma sono stati superati e il testo del decreto è stato votato dai ministri della Lega”. Tuttavia dal Carroccio non ci sono toni trionfalistici. Si percepisce un certo distacco per un provvedimento che Confindustria, che ha senza dubbio una buona parte di elettorato leghista, ha definito un “segnale negativo”.

Infatti, nelle ore successive al varo del decreto dignità, tra i leghisti serpeggia qualche malumore. E c’è già chi pensa a un rilancio su temi più cari al Carroccio. Innanzitutto, nel corso dell’iter parlamentare, la Lega punterà sul reinserimento dei voucher in settori ad hoc, come quello agricolo. Modifica sulla quale Di Maio tra l’altro apre. E, prima dell’estate, Salvini punta a mettere in campo un decreto che porti il suo “marchio”.

Più che di un colpo mortale al Jobs Act si può parlare di alcune modifiche. Come quella dei contratti a termine per due anni e non più per tre. E l’indennizzo massimo per i licenziamenti è stato portato da 24 a 36 mensilità. Tuttavia la possibilità di licenziare senza giusta causa resta scritta. A farlo presente è anche Nicola Fratoianni di Liberi e uguali: “L’idea che si possa licenziare quando ti pare, rimane tutta intatta, visto che non si interviene sulla reintroduzione dell’articolo 18, a garanzia dei lavoratori”. L’argomento, che in un primo momento i 5Stelle hanno provato a mettere un tavolo, non è stato poi neanche affrontato. Troppo divisivo all’interno del governo e anche tra governo e aziende. Per Di Maio, per adesso, è meglio evitare.

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