Parlamento

Fiducia al governo Conte

Fiducia al governo Conte

Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini

Dopo il Sì del Senato al Governo Conte con 171 voti favorevoli, oggi tocca all’aula della Camera, convocata per la discussione sulle comunicazioni del governo. Il presidente del Consiglio Conte interviene per le replica in Aula. Alla sua sinistra non siede il ministro dell’Interno Matteo Salvini, andato via durante il discorso del premier per un comizio a Brindisi.

Il Governo Conte ha ottenuto la fiducia della Camera dei Deputati con 350 voti a favore e 236 No. Un applauso saluta la proclamazione del risultato letta dal presidente Roberto Fico. Il Governo ha incassato 4 voti in più del previsto.

“C’è attesa nel Paese e in Aula dove ci viene sollecitato di precisare quelli che sono gli obiettivi in modo più puntuale. Ne siamo consapevoli ma ci siamo appena insediati: non chiedeteci dettagli normativi perché stiamo ancora costituendo gli uffici. Abbiamo appena giurato! Quello che assicuriamo e che lavoreremo subito per dare seguito attuativo alle anticipazioni contenute nel contratto di governo”. Lo ha detto il presidente del consiglio Giuseppe Conte nella sua replica alla Camera. “Rivolgo un saluto al presidente della Repubblica in quanto garante dell’unità nazionale. Nell’ambito delle sue prerogative costituzionali ha presieduto all’attività di formazione di questo governo, gli sono doverosamente grato per tutto quanto ha fatto sin qui”.

“Qualcuno dice che non ci interessa il problema bancario. A parte che ho incontrato associazioni di risparmiatori, ma ci interessa più il problema di sistema, stiamo valutando se sia opportuno distinguere tra banche di credito e banche di investimento”, ha aggiunto Conte nella sua replica alla Camera. “Sicuramente ci sarà una revisione dei provvedimenti sul crediti cooperativo e sulle banche popolari”. “Ho lanciato l’idea – e lo ribadisco – di valutare bene il ruolo dell’Anac che non va depotenziato. In questo momento però non abbiamo i risultati che ci attendevamo e forse avevamo investito troppo. Possiamo valorizzare Anac anche in prospettiva di prevenzione e rafforzare la fase di prevenzione, in modo di avere una sorta di certificazione anticipata degli amministratori pubblici per poter procedere alle gare più speditamente”.

“Questo governo ha l’ardire di poter promuovere delle nuove politiche economiche. Questo significa voler in tutti i tavoli presidiarli, esprimendo una direzione, voler promuovere una crescita sociale e economica, nel rispetto del principio di discesa progressiva del debito”, ha poi detto Conte.

Alla Camera l’esecutivo gialloverde ha una maggioranza schiacciante, con 346 voti (222 deputati M5S e 124 leghisti), 30 voti di scarto rispetto alla maggioranza assoluta di 316. I voti a favore potrebbero aumentare, sempre grazie ad alcuni deputati ex M5S e alcune componenti del gruppo Misto. FdI – come al Senato – dovrebbe astenersi, mentre Forza Italia, Leu e Pd dovrebbero votare in blocco contro.

Scontri ripetuti, quelli col Pd. Quando Conte ha accennato al tema del conflitto d’interessi, «vexata quaestio», sono partiti i primi brusii. «Voi che protestate è evidente che avete i vostri conflitti di interessi», la sciabolata del premier che ha scatenato la reazione dei deputati dem Emanuele Fiano e Ivan Scalfarotto. Breve bagarre, che ha coinvolto anche il presidente della Camera Roberto Fico. «Devi chiedere scusa», l’urlo di Fiano, «Il presidente della Camera deve tutelare i deputati». «Quando eri deputato semplice facevi di peggio», l’accusa a Fico. Il premier prova a correggere il tiro: «Sono stato frainteso, volevo dire che il conflitto d’interessi si può annidare a tutti i livelli, anche in un condominio, è che il nostro compito è prevenire ogni sua manifestazione».

Altri mugugni quando il premier ha più volte fatto riferimento al contratto di governo. «E mo basta!», il grido di Roberto Giachetti, sempre dai banchi dem. E altre scintille tra Pd e M5S, con il capogruppo grillino Francesco D’Uva all’attacco di Delrio: «Non si strumentalizzano le vittime di mafia».

Conte ha cercato di riempire i vuoti lasciati nel discorso al Senato, su temi come sud, lavoro, impresa e anche su pace e cooperazione. «Accidenti», ha detto nella sua replica, «non mi pare che nel nostro contratto ci siano intenti bellicisti o imperialisti». «Per il sud ci sono poche righe, ma ci sarà un ministro ad hoc a vigilare su questo tema». Sull’impresa, ha aggiunto, «impregna tutto il nostro contratto, anche quando parliamo di ambiente e di sharing economy». Le parole più nette su Europa e debito: «Siamo per negoziare a livello europeo. Ci siederemo a quei tavoli volendo esprimere un indirizzo politico, ci auguriamo con la fermezza e la risolutezza necessarie per essere ascoltati dai nostri partner. Abbiamo l’ardire di voler promuovere nuove politiche economiche». «Quali? Quali?», gridano dai banchi del Pd.

Ancora domande polemiche quando il premier ricorda la ricetta fiscale: «Ci sarà progressività, aliquote e uno no tax area». Su migranti e Buona scuola parole di dialogo dal premier: «Non vogliamo capovolgere tutto, l’ex ministro Minniti ha ricevuto elogi da questa maggioranza. Sulla scuola valuteremo». Non ci sono numeri, coperture, parole che vadano oltre i titoli dei capitoli: «Ci viene sollecitato di precisare quelli che sono gli obiettivi in modo più puntuale. Ne siamo consapevoli ma ci siamo appena insediati: non chiedeteci dettagli normativi perché stiamo ancora costituendo gli uffici. Abbiamo appena giurato!».

Polemiche anche sull’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone: «Non ci sono stati i risultati che ci attendevamo, forse ci aspettavamo troppo. Possiamo valorizzarla e rafforzare la sua opera su una certificazione anticipata per poi procedere alle gare più speditamente». Gelida la replica dall’Anac: «Senza intenzioni polemiche, è probabile che il Presidente del Consiglio non conosca tutto ciò che Anac fa per prevenire la corruzione», spiegano dall’Autorità. Di qui l’invito a Conte a partecipare al Senato il 14 giugno alla Relazione annuale «per conoscere l’attività svolta e su quali parti eventualmente potrebbe essere utile intervenire».

Per la Lega Nicola Molteni ha motivato la fiducia al governo con un discorso centrato su sovranità nazionale «da riacquistare perché è stata ceduta ai manovratori dello spread», stop ai clandestini e sì alla legittima difesa. «Abbiamo trovato con i Cinque Stelle un terreno comune per affrontare l’egemonia dei palazzi europei», il premier Conte «dovrà onorare e difendere questa fiducia giorno per giorno».

«Oggi è il giorno dell’orgoglio di M5s», della nascita della «terza Repubblica», l’esordio in aula del neo capogruppo grillino Francesco D’Uva. Durissimo Delrio, che si è detto sconcertato dalla «mancanza di umiltà» di Conte: «Prima studi: non venga qui a fare lezioni. Non è qui per concederci il privilegio di vederla osservare la Costituzione. Lei ha il dovere di rispettarla. Non faccia il pupazzo nelle mani dei partiti». «In nome del popolo spesso hanno parlato i dittatori, sono stati commessi genocidi», ha detto l’ex ministro Pd. «I deboli non li difende l’avvocato del popolo, ma le istituzioni e l’equilibrio tra i poteri». «Il vostro programma è pieno di promesse irrealizzabili. Un libro dei sogni che temiamo possano diventare incubi per le famiglie, le imprese e la credibilità del paese», ha concluso Delrio.

Molto critica anche la capogruppo di Forza Italia Mariastella Gelmini, che ha contestato la «foga manettara» del nuovo governo. «Il suo è stato un discorso pieno di demagogia, intriso di populismo, pauperismo e giustizialismo. Ma la campagna elettorale è finita, ora il Palazzo siete voi. E rischiate di portarci al dissesto dei conti». C’è tempo anche per un battibecco tra ex alleati: «Salvini è stato forse un abile leader della Lega, ma non un leader unificante del centrodestra come Silvio Berlusconi», ha attaccato Gelmini tra gli applausi dei suoi. Coro di “Buuu” dai banchi della Lega.

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