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Pena di morte trend 2017: le esecuzioni scendono sotto quota mille

Pena di morte trend 2017: le esecuzioni scendono sotto quota mille

Pena di morte trend 2017: le esecuzioni scendono sotto quota mille

È un trend che fa ben sperare e che vede nell’Africa uno dei poli virtuosi dell’abolizionismo. Ma la tendenza al ridimensionamento del numero delle esecuzioni capitali è globale: nel 2017, nel mondo, ci sono stati meno morti ammazzati dalle «ragion di stato» nei 23 paesi che hanno praticato la pena di morte. Lo certifica Amnesty International nella sua ultima indagine, che registra 993 esecuzioni nel 2017, il 3,8 per cento in meno del 2016 quando erano state 1.032 e il 39 per cento sotto al 2015, anno in cui s’era raggiunta quota 1.634. E alla lista dei 104 Paesi abolizionisti totali, quelli cioè che avevano già bandita la pena di morte per qualunque reato, nel 2017 se ne sono aggiunti altri due, Guinea e Mongolia. Fluttuazioni casuali o orientamenti che si consolidano? «Ciò che rassicura – commenta Riccardo Noury, portavoce per l’Italia di Amnesty International – è il calo ancora più netto delle condanne a morte. Se, come riteniamo, continuerà questo trend, entro cinque o sei anni la grande domanda non sarà più se i paesi aboliranno la pena di morte, ma quando lo faranno. Una cosa impensabile solo alla fine del secolo scorso».

Lo zoccolo duro è in Medio Oriente e in Asia, ma anche lì ci sono segni positivi. Paesi come Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan, che, da soli, nel 2017 hanno eseguito l’84 per cento di tutte le sentenze capitali, rispetto all’anno precedente hanno ridotto il numero di esecuzioni: -5 per cento Arabia Saudita, -11 per cento Iran e -31 per cento in Pakistan. «Ma c’è un’altra ragione che giustifica la tendenza alla decrescita – aggiunge Chiara Sangiorgio, ricercatrice sulla pena di morte del Segretariato internazionale di Amnesty International – è la riduzione delle esecuzioni per reati legati alla droga che, come stabilito dall’articolo 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, non devono comportare la pena capitale in mancanza di omicidio volontario.

Il caso dell’Iran è emblematico: nel 2016 aveva effettuato 328 esecuzioni per droga, l’anno scorso 205. È la conseguenza di modifiche legislative alle leggi antinarcotici che hanno aumentato la quantità di droga necessaria per far scattare la pena di morte». Amnesty International mette poi l’Africa sub-sahariana, in particolare quella occidentale, sotto la lente, parlando addirittura di «Faro della speranza». Non solo, infatti, la Guinea è diventata il ventesimo stato africano totalmente abolizionista, ma il Kenya ha cancellato l’obbligo di imporre la pena di morte per omicidio, Burkina Faso e Ciad si stanno avviando ad introdurre nuove leggi o a modificare quelle in atto al fine di abrogare la condanna capitale, il Gambia ha firmato un trattato internazionale che l’impegna a non eseguire condanne in vista dell’abolizione della pena di morte e anche nello Zimbabwe ci sono segnali positivi contro le condanne capitali. Se poi si amplia l’analisi dai 106 Paesi totalmente abolizionisti e si aggiungono quelli che, pur senza avere una legge, nella pratica hanno abolito la pena di morte, si arriva a quota 142. Il quadro, tuttavia, non è certo solo positivo.

Alla fine del 2017, nel mondo, erano almeno 21.919 i prigionieri in attesa di esecuzione. Persone con disabilità mentali sono state giustiziate in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa. In Iran cinque ragazzi che al momento del reato avevano meno di 18 anni hanno subito la pena di morte. Dieci dei 21 stati membri della Lega degli stati arabi hanno eseguito sentenze capitali: Arabia Saudita, Bahrain, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq, Kuwait, Palestina, Somalia e Yemen. Giappone e Stati Uniti sono stati gli unici paesi del G8 ad aver eseguito sentenze capitali.

«Il vero grande problema – avverte Sangiorgio – riguarda la Cina, di cui non si sa niente ufficialmente, perché i numeri sulla pena di morte sono considerati segreto di stato. Noi valutiamo che ogni anno avvengano migliaia di condanne ed esecuzioni. Anche lì, però, qualcosa si muove: c’è un serrato dibattito on line contro le esecuzioni, e i provvedimenti dei giudici assieme ai nuovi regolamenti introdotti dal Partito comunista, stanno dando maggiori garanzie agli avvocati difensori e riducendo il ricorso alla violenza per estorcere confessioni». Ma nei Paesi occidentali abolizionisti e in Italia in particolare, c’è una sufficiente sensibilità sulle esecuzioni che avvengono nel mondo? «In Italia – commenta Noury – rispetto a dieci anni fa quando la pena di morte è stata un possibile tema di dibattito e contrasto, oggi è un concetto ampiamente superato, completamente uscito dal dibattito. La gente è sensibile al problema e, fin dagli anni ’80, ci sono sempre state importanti mobilitazioni su casi singoli di condannati a morte o per salvare donne dalla lapidazione. Tuttora, per esempio, c’è una grande adesione alla campagna per salvare la vita del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali. Certo, anche in Italia dovremo convivere con una minoranza che risponde a un sondaggio dicendosi favorevole alla pena di morte, ma un conto è esprimersi in un’indagine, tutt’altro è dare il proprio voto favorevole in un ipotetico referendum: anche quelle persone non se la sentirebbero».

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