Economia

Padoan spinge l’asticella del Pil fino al 2%, ma nel Def avverte sui rischi dai dazi Usa

Def, via libera alla nota di aggiornamento. Pil rivisto al rialzo a +1,5% nel 2017

Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan

Il titolare dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha dettagliato in conferenza stampa che la crescita per il 2017 si è attestata all’1,5% e che tale livello è confermato per il 2018: “Questo riflette un atteggiamento prudenziale di quello che l’economia italiana può produrre, ed in linea con le previsioni da ultimo rilasciate dal Fmi che ha aumentato la stima appunto all’1,5%”. Sollevando ancora lo sguardo, nel 2019 la crescita del Pil è stimata al 1,4%, nel 2020 all’1,3%.

Scenario possibile? “Non è un numero contenuto nel Def, ma è un numero che io personalmente propongo alla riflessione”, ha spiegato Padoan, sottolineando che il Tesoro ha assunto “un atteggiamento prudente sulla valutazione quantitativa”.

C’è però un grande pericolo che potrebbe intralciare la crescita italiana e il pericolo arriva dagli Stati Uniti. A rivelarlo è un passaggio della bozza del Def, dove si avverte: uno shock protezionistico costerebbe all’Italia in termini di Pil lo 0,3% nel 2018 che salirebbe allo 0,7% nel 2019 per arrivare allo 0,8%, quasi un punto di Pil, nel 2020.

“L’ipotesi che le misure protezionistiche adottate dagli Stati Uniti possano inasprirsi ed estendersi a più Paesi innescando forme di ritorsione da parte di questi ultimi – si legge in un approfondimento sul tema – configura uno scenario di rischio per l’economia internazionale a cui è opportuno prestare attenzione”.
Lo stesso premier uscente, Paolo Gentiloni, ha spiegato che il Def è “a politiche invariate: non contiene parti programmatiche e riforme che spettano al prossimo governo, fotografa la situazione tendenziale dalla quale emerge quadro positivo”.

Il rapporto deficit/Pil sale al 2,3% per il 2017, sopra l’iniziale previsione dell’1,9% per incorporare gli effetti dei salvataggi bancari. Per il 2018, invece, il quadro tendenziale prevede un rapporto all’1,6%. Il debito, ha detto ancora Padoan, “diminuisce nel 2017 e diminuisce in maniera marcata di un punto percentuale nel 2018”. Questo, per il ministro, “dimostra che la strategia è quella giusta e non è necessario deviare come a volte sento dire”. Il debito si attesta al 130,8% del Pil nel 2018; nel 2019 scenderà al 128% e nel 2020 al 124,7%.

Nel complesso, ha sottolineato ancora Padoan in accordo con Gentiloni, i numeri dell’economia italiana “sono incoraggianti” e fanno pensare che il “Pil italiano possa andare oltre le cifre che osserviamo adesso, almeno al 2%”. Altri fattori positivi annotati: “Lo spread rispetto alla Spagna si è ulteriormente ristretto e il sistema bancario non è più un fattore di rischio come veniva paventato. Il quadro complessivo è di stabilità crescente e deve essere ulteriormente rafforzato”. Negativi invece i numeri sulle diseguaglianze: per Padoan “la diseguaglianza è aumentata. E’ una delle conseguenze più drammatiche della crisi, e deve essere oggetto di strategie di politiche economiche e sociali da subito. Il governo in carica ha varato misure importanti come il Rei, bisognerà continuare su questa strada”.

Il Documento rivela alcuni possibili impatti dello “shock protezionistico” derivante dalle misure decise dagli Usa e dalle risposte cinesi: secondo le bozze in circolazione, “nel 2018 il Pil registrerebbe una diminuzione dello 0,3% rispetto allo scenario di base e dello 0,7% nel 2019. Nei due anni successivi l’effetto negativo sul prodotto sarebbe più pronunciato e pari allo 0,8%”. Il rallentamento della crescita dal prossimo anno è attribuito all’aumento dell’Iva (visto che il Def non sconta la possibile sterilizzazione degli scatti) e alle tensioni geopolitiche.

Tra i nodi da sciogliere lasciati alla politica, c’è quello delle clausole di salvaguardia e degli aumenti Iva necessari per risanare i conti pubblici e rispettare le regole europee di pareggio di bilancio. Fino alla fine del 2018, i rialzi sono scongiurati, ma il problema si pone dal 2019, anno su cui gravano 12,4 miliardi di aumenti, e il 2020, con ben 19,1 miliardi. Uno scatto in avanti dell’imposta penalizzerebbe i consumi e, secondo quanto il Mef si appresta a indicare nel Documento, avrebbe un effetto recessivo anche sul Pil, con un temuto rallentamento nel prossimo biennio. Una nuova contrazione dell’economia approfondirebbe ulteriormente il gap con gli altri Paesi europei, dove la crescita prosegue ormai rapidi, ed avrebbe un inevitabile automatico effetto anche sui livelli di deficit e debito. Sulle clausole, Carlo Calenda è stato netto: “Le disinnescherei perché hanno un impatto sulla domanda interna. Sappiamo che stanno crescendo molto le importazioni e l’anno scorso è stato un record ma la domanda interna va ancora stimolata”.

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