Governo

E Gentiloni governa la crisi in Siria. Colloquio con Merkel: le basi Usa in Italia non serviranno a bombardare Assad

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Paolo Gentiloni e Angela Merkel

Mentre al Colle anche il secondo giro di consultazioni con i partiti non dà frutti maturi, a Palazzo Chigi il premier del governo degli ‘affari correnti’ Paolo Gentiloni si ritrova a governare la più grossa crisi internazionale sulla Siria degli ultimi tempi. Ed è oggettivamente rafforzato dal fatto che i colloqui di Sergio Mattarella con i leader politici ancora non promettono fumate bianche. Oggi il capo del governo ha sentito la Cancelliera tedesca Angela Merkel e in lei ha ritrovato quella piena sintonia che legittima la posizione italiana. “Noi non partecipiamo ad azioni militari in Siria, pur condannando l’uso di armi chimiche”, ribadiscono fonti del governo blindando così una linea che tecnicamente non ha bisogno di un voto parlamentare.

E’ un dato importante. Perché serve a superare il problema del governo Gentiloni: non ha una maggioranza in Parlamento dalle elezioni del 4 marzo. Ma, appunto, la questione siriana, per come la mettono da Palazzo Chigi, non si appresta a finire alla prova dei voti in aula. Perché dalle basi militari ad uso della Nato in Italia – in particolare quella di Aviano e quella di Sigonella, geograficamente le più importanti sulla questione Siria – non partiranno azioni militari. Il governo dice no. Dalle stesse basi possono partire solo voli di ricognizione, con aerei e droni, in base agli accordi internazionali con gli alleati della Nato. E questi voli, già intensificati di pari passo con l’inasprirsi della crisi siriana, non necessitano dell’approvazione del Parlamento.

Al massimo in aula ci sarà un’informativa del premier e o di uno dei ministri – tra Esteri e Difesa – la prossima settimana, perché da ieri lo stanno chiedendo i gruppi parlamentari. Ma nessun voto. E con una linea che nel panorama europeo è confortata dalla posizione della Germania, che si è tirata fuori dall’escalation militare tra Washington e Mosca. Nel loro colloquio telefonico Gentiloni e Merkel si sono ritrovati d’accordo sul fatto che “una soluzione stabile e duratura per la Siria potrà venire lavorando per la pace e dando spazio alle Nazioni Unite, a Staffan de Mistura e ai tavoli negoziali perché non si perda la speranza”.

Oggi a Palazzo Chigi e alla Farnesina è stata una giornata di contatti frenetici con le diplomazie internazionali. Nessun contatto con Emmanuel Macron invece, posizionato su una linea interventista: sostiene di avere le prove dell’uso di armi chimiche da parte di Assad nell’attacco ai ribelli a Douma. Nel corso della giornata Gentiloni ha fatto il punto con i ministri degli Esteri Angelino Alfano e della Difesa Roberta Pinotti, nonché con i consiglieri diplomatico e militare di Palazzo Chigi, prima di riunire un ‘consiglio dei ministri lampo’: è durato pochi minuti, non è servito a parlare di Siria ma a decidere di non esercitare la golden power per l’ingresso di Cdp nel capitale di Tim.

Al governo hanno registrato la frenata di Donald Trump sull’intenzione di bombardare l’esercito di Assad, azione che ieri veniva presentata come imminente. Oggi i tamburi della guerra hanno continuato rullare ma con minore intensità, anche se l’allerta non è cessata. Ma su questo il governo degli affari correnti c’è: con pieni poteri. Una consapevolezza che a sera dà un leggero sollievo all’ansia di Mattarella di formare un governo al più presto sull’onda della preoccupazione sulla Siria. “Alla fine Mattarella sa che un governo c’è: c’è Gentiloni. Ed è meglio gestire la crisi siriana con un governo rodato, che con uno avventurista…”, ci dice un esponente del Pd, partito che sembra saldamente assestato sull’opposizione. Un governo c’è, senza maggioranza: già, ma per quanto?

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