Giustizia

Governo Gentiloni: sedicesimo mese

Governo Gentiloni: sedicesimo mese

Andrea Orlando e Marco Minniti

Da questo pomeriggio non sono più ministro, per rispetto del ruolo istituzionale che ho ricoperto fin qui e il ruolo che sono chiamato a svolgere”. Lo afferma il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina a Porta a Porta. “Credo di si, ci sarà un interim del premier”, aggiunge. “Non ci auguriamo il peggio per l’Italia. I programmi su cui hanno fatto la campagna elettorale Lega e Cinque Stelle sono dannosi e non ho paura del confronto di merito con le forze che hanno vinto, sui contenuti. Ma domenica 4 marzo, noi abbiamo perso e loro hanno vinto, quindi il dovere di indicare una strada spetta a loro senza infingimenti”. Lo ha detto il segretario reggente del Partito Democratico, Maurizio Martina, a Porta a Porta. “Un governo diverso da Lega-M5s? Non posso fare ipotesi generali al momento”, ha aggiunto Martina. Gentiloni assume il dicastero dell’agricoltura ad interim.

Oggi il Consiglio dei ministri ha approvato una riforma del sistema carcerario che permetterà ai giudici di assegnare con più facilità misure alternative al carcere, e che punta a migliorare la tutela dei detenuti e i loro diritti. All’uscita dalla riunione il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha detto che l’obiettivo della riforma è «abbattere la recidiva», aiutando le persone condannate a reinserirsi con più facilità all’interno della società e migliorando le condizioni di vita di chi si trova già in carcere. In concreto la riforma è contenuta in un decreto legislativo, previsto da una legge delega approvata dal parlamento. Di solito la legge fissa i punti generali di una materia e demanda, tramite appunto un decreto legislativo, la definizione dei dettagli pratici e tecnici al ministero competente. Il decreto era già stato approvato lo scorso 22 dicembre ed era stato trasmesso alle commissioni Giustizia di Camera e Senato per riceverne il parere non vincolante. Le commissioni avevano fatto una serie di osservazioni nei confronti della norma e il governo ha quindi deciso di esaminare nuovamente il decreto, apportare alcune modifiche e, visto che non tutte le osservazioni sono state accolte, inviarlo nuovamente al Parlamento.

Maria Elisabetta Alberti Casellati, senatrice di Forza Italia, è la nuova presidente del Senato. È la prima donna a ricoprire la seconda carica dello Stato. Applausi da tutto l’emiciclo di Palazzo Madama, al momento del raggiungimento del quorum necessario all’elezione da parte della candidata del centrodestra. Dal banco della presidenza, però, Giorgio Napolitano ha invitato i colleghi a “risparmiare le energie per l’applauso finale “. Roberto Fico è il nuovo presidente della Camera. L’esponente dei 5 stelle, già presidente della commissione di vigilanza Rai nella scorsa legislatura, ha ottenuto il quorum necessario nella quarta chiama dell’aula di Montecitorio presieduta del presidente temporaneo Roberto Giachetti. L’ampia maggioranza ottenuta è frutto dell’intesa M5s-Centrodestra. Oltre ai voti dei 5 stelle, Fico ha incassato quelli di Forza Italia, Lega Nord, Fdi e Nci. Solo i deputati M5S si alzano in piedi per una standing ovation per Roberto Fico quando è stata da lui aggiunta la quota 311 voti, il quorum richiesto. Tutti gli altri sono rimasti fermi. “Grazie”. È il commento postato su Facebook da Roberto Fico, accompagnato dalla foto dell’abbraccio con il leader del M5S Luigi Di Maio.

Il presidente del Consiglio è andato al Quirinale e ha dato le sue dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica, che le ha accettate, pregandolo di restare in carica per il disbrigo degli affari correnti. Paolo Gentiloni è poi andato al Senato per comunicare alla neopresidente Casellati l’esito del suo incontro con Mattarella. E successivamente alla Camera da Fico. Gentiloni ha affidato il suo saluto da premier a Twitter: “Eletti i presidenti delle Camere (auguri!) – scrive Gentiloni – il governo ha dato le dimissioni e si occupa solo di ‘affari correnti’. Voglio ringraziare ministre e ministri, tutto il governo. Sono orgoglioso di questa squadra, e onorato di aver servito l’Italia insieme”.

Il premier Benyamin Netanyahu ha annunciato un accordo con l’Unhcr secondo il quale 16.500 richiedenti asilo verranno redistribuiti nei prossimi cinque anni da Israele in direzione di altri paesi. E, tra i destinatari, ha identificato oltre al Canada e alla Germania, anche l’Italia. Ma dal Viminale arriva una secca smentita. Fonti del ministero dell’Interno spiegano il dettaglio dell’operazione: “Tel Aviv ha raggiunto un accordo con l’Alto commissariato Onu. Sarà quest’ultimo a lanciare una call a tutti i paesi che vi vorranno aderire per quello che tecnicamente viene chiamato resettlement, una redistribuzione. Ma nessuno è obbligato a farsene carico”. Quindi un accordo c’è, ma con le Nazioni Unite. E al momento non include il nostro paese. Né sembra che lo interesserà nel prossimo futuro. Perché gli uomini di Marco Minniti fanno notare che l’Italia è già in prima linea per l’accoglienza, attraverso i canali umanitari attivati e gli sbarchi che quotidianamente arrivano sulle nostre coste. E indicano nella Libia e nel Niger eventuali paesi indicati per un eventuale resettlement in direzione dell’Italia, preannunciando un “no grazie” qualora arrivasse la telefonata da Ginevra. A prescindere da un governo in carica per il disbrigo degli affari correnti, quindi, il quadro non sembra includere la necessità di una decisione imminente.

Nessun partito “ha i voti necessari per formare un governo” e non sono emerse “le intese indispensabili per avere una maggioranza in Parlamento”. Quindi serviranno “alcuni giorni di riflessione” e “un secondo giro di consultazioni la prossima settimana”. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dopo il primo round di colloqui con le varie forze politiche, fotografa lo stallo politico di queste settimane post-elezioni e si rivolge direttamente ai partiti. Gli occhi ora sono tutti puntati su Luigi Di Maio. Il leader del M5s, partito che è stato più a lungo a colloquio con il Capo dello Stato (45 minuti in totale), ha dichiarato che si rivolge a due interlocutori: il Pd “nella sua interezza” o la Lega. E con i rispettivi leader organizzerà “subito” un incontro per parlare dei temi. Parole che aveva già detto simili nei giorni scorsi, anche se questa volta ha specificato in maniera significativa che non intende “spaccare il Partito democratico“: quindi nessun veto per i renziani o per chi fa riferimento all’ex segretario Matteo Renzi e un’apertura netta ai dem.  Secondo le agenzia di stampa, però, i leader democratici sarebbero intenzionati a non andare all’incontro annunciato dal capo politico del M5s. “Di Maio mette sullo stesso piano il Pd e la Lega come se avessero una base programmatica comune”, lamentano fonti renziane.

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