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Perù, il presidente Kuczynski si dimette prima dell’impeachment

Perù, il presidente Kuczynski si dimette prima dell'impeachment

Perù, il presidente Kuczynski si dimette prima dell’impeachment

Una dannazione. Un incubo che resiste e si riaffaccia dopo 18 anni. Come accadde nel 2000 ad Alberto Fujimori, anche Pedro Pablo Kuczynski crolla sotto il peso di un video che lo inchioda in uno scandalo per la compravendita dei 10 voti che nel dicembre scorso gli garantirono la sopravvivenza a un procedimento di impeachment.
Registrato di nascosto durante una riunione di parlamentari dissidenti guidata da Kenji Fujimori, figlio dell’ex dittatore peruviano, il video conferma quello che tutti pensavano: il presidente ha barattato la sua permanenza alla guida del Paese in cambio dell’indulto che ha concesso la libertà prima del tempo al condannato per violazione dei diritti umani Alberto Fujimori, tra le proteste e l’indignazione popolare.

La registrazione è stata passata al partito di opposizione Fuerza Popular, guidato da Keiko Fujimori, sorella di Kenji, che lo ha postato in rete. L’impatto è stato devastante. Scuro in volto, sollecitato dai suoi stessi ministri e sostenitori, il presidente Kuczynski si è presentato in tv e ha annunciato le sue dimissioni prima di affrontare una nuova richiesta di impeachment programmata per stamani. “Non voglio essere uno scoglio che impedisca alla nostra nazione di ritrovare l’armonia di cui ha tanto bisogno e che mi è stata negata”, ha detto il capo dello Stato. “Non voglio che la patria soffra. Ho lavorato 60 anni della mia vita con totale onestà”.

Si consuma così l’ennesimo capitolo della lunga faida tra i fratelli Fujimori, da sempre divisi sebbene militanti nello stesso partito. Ma si chiudono anche i difficili 18 mesi in cui ha governato l’ex banchiere, più volte ministro, eletto presidente per un pugno di voti a scapito della favorita Keiko Fujimori. Un anno e mezzo in cui Kuczynski ha dovuto navigare in acque sempre agitate, con un Congresso dominato dall’opposizione decisa a scalzarlo da un ruolo che rivendicava da tempo.

Il lento e inesorabile boicottaggio ha reso sempre più debole un presidente scelto per evitare l’arrivo di una donna amata e odiata al tempo stesso, espressione di quel populismo di destra ormai diffuso in molti paesi dell’America Latina. Le confessioni di Marcelo Odebrecht, ex ceo della holding delle costruzioni brasiliana, sono state l’inizio di una fine voluta dalla stragrande maggioranza dei peruviani. Kuczynski veniva accusato di aver ricevuto una tangente di 4,5 milioni di dollari mentre era ministro dell’Economia del governo Toledo. Circostanza che aveva fatto aprire alla magistratura un’inchiesta per corruzione e che aveva finito per travolgere lo stesso Toledo, fuggito negli Usa e inseguito da una richiesta di estradizione, il successore Ollanta Humala, arrestato con la moglie Nadine Heredia e sfiorato l’ex leader dell’Apra, più volte presidente, Alan Garcia.

La Costituzione prevede che ad assumere l’incarico di presidente sia adesso il vice, Martín Vizcarra, da tre mesi ambasciatore peruviano in Canada. Figura di secondo piano, Vizcarra ha annunciato il suo arrivo a Lima con un tweet che contrasta con la sua immagine di uomo misurato nei modi e nelle parole. “Sono indignato”, ha postato, “per l’attuale situazione, come la maggioranza dei peruviani. Sono convinto tuttavia che insieme dimostreremo ancora una volta di poter andare avanti”.

L’ex ingegnere ed ex presidente regionale di Moquegua dovrà mediare tra i partiti e ritrovare un equilibrio politico che la vicenda Kuczynski aveva definitivamente spezzato. Ma dovrà soprattutto recuperare un corpo elettorale disincantato e rilanciare un’economia da mesi paralizzata da un’inchiesta che ha travolto le industrie più importanti del Perù e incriminato gli ultimi tre presidenti. Una situazione quasi paradossale, che aveva spinto lo stesso papa Francesco a chiedere con ironia e stupore ai vescovi riuniti in occasione della sua visita in Cile e Perù: “Ma cosa sta accadendo a questo Paese?”.

Il linguaggio usato nei video diffusi dai fujimoristi ha indignato i peruviani. La gente ha scoperto per l’ennesima volta il livello di corruzione raggiunto da un sistema che ha perso ogni credibilità. I sondaggi del Barometro delle Americhe, un istituto che raccoglie le opinioni politiche in tutto il Continente, sostengono che il 91 per cento dei peruviani è convinto che oltre la metà dei politici sia coinvolto in episodi di corruzione. Il 27 per cento ritiene che la stessa corruzione sia il problema principale del Paese.

Una percentuale maggiore di quella registrata (19 per cento) nei sondaggi in Brasile, dove l’inchiesta Lava Jato ha messo a nudo uno dei più sofisticati sistemi di tangenti di tutto il Continente. Il Perù è uno degli otto Paesi dell’America Latina che difende meno la democrazia: un 38 per cento si dichiara pronto ad appoggiare un golpe presidenziale. Lo stesso che applicò Alberto Fujimori, sciogliendo d’autorità il Parlamento, prima di essere travolto anche lui dalla serie di video che immortalavano il giro di mazzette a imprenditori e politici per salvare l’immagine di un regime ormai in agonia.

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