Centrosinistra

Complotto anti Renzi sventato nel Pd. “C’è chi fatica a separarsi dalle poltrone”

Complotto anti Renzi sventato nel Pd. "C'è chi fatica a separarsi dalle poltrone"

Dario Franceschini, Paolo Gentiloni, Andrea Orlando e Michele Emiliano

«Io l’ho capita tardi, ma Franceschini & co. sono partiti all’attacco troppo presto. Così sono riuscito a stoppare l’operazione. Perché è la fine del Pd, se fai l’accordo con i 5 Stelle e almeno il Pd l’ho messo in sicurezza»: Matteo Renzi usa parole durissime per gli esponenti del Partito Democratico che secondo la sua accusa stavano tessendo un accordo con il MoVimento 5 Stelle per il governo.

Ancora una volta nel complotto che delinea l’ex segretario del Partito Democratico che ieri ha annunciato che non si ricandiderà alle primarie a fare da protagonista c’è Dario Franceschini, anche se non era l’unico, sostiene Renzi secondo un retroscena pubblicato da Barbara Jerkov sul Messaggero, a muoversi in questa direzione. Un pezzo del Partito Democratico che voleva (vuole?) andare al governo con il M5S, come fatto emergere dai renziani nei giorni immediatamente successivi al voto. Gli altri accusati sono Orlando, Emiliano, Cuperlo, Gentiloni, Zanda.

Interverrà all’assemblea del partito, tra un mese, ha detto ai suoi. E lì, giura chi gli ha potuto parlare in questo suo ritiro strategico, si tirerà un bel po’ di sassolini dalle scarpe. A cominciare dal pressing che si è scatenato nello stato maggiore dem a poche ore dal voto per sostenere un esecutivo pentastellato.

Dal «pressing di Veltroni su Martina» a interessi, sibila un deputato a lui vicinissimo, «ben più personali». «Franceschini era pronto a dare tutto per avere per sé la presidenza della Camera», raccontano si sia sfogato il leader, «ma se devi venderti, almeno venditi bene». Certi, come chiamarli, riposizionamenti, «umanamente mi fanno un po’schifo», pare abbia detto Renzi.

Ad usare toni che prefigurano l’esistenza di un complotto è lo stesso Renzi. Il quale sostiene nel racconto di Jerkov che è stato proprio Luigi Di Maio a trattare con l’ex maggioranza dem, «i dissidenti», come hanno preso a chiamarli in queste ore i fedelissimi di Matteo. «Anziché cercare un eventuale accordo con me, è andato a cercare loro. Peccato che loro senza di me non hanno i numeri in Parlamento. Di Maio non ha capito che se il Pd è l’ago della bilancia, i renziani in questa partita sono l’ago della bilancia dell’ago della bilancia. Per fare qualsiasi cosa ci vogliamo noi».

In effetti alla fine è stato il discorso di Renzi dopo l’annuncio delle dimissioni (prima congelate e poi date dopo le polemiche in seguito al suo discorso) a far uscire allo scoperto molti personaggi del Partito Democratico, silenti dopo il risultato delle urne e poi usciti allo scoperto per smentire qualunque ipotesi di collaborazione con il MoVimento 5 Stelle o la Lega. Di più: l’ex segretario imputa alla “fame di poltrone” dei suoi compagni di partito il tentativo di muoversi verso il M5S.

«Si sono tutti abituati a stare al governo», è il ruvido ragionamento, «che poi tutto un certo mondo ha anzi fatto credere che il nostro governo fosse un asset. Peccato che abbiamo perso a Pesaro, Sassuolo, Pisa (che era blindata come Firenze), Genova, Ferrara…».

Ed è trasparente il riferimento a Minniti, De Vincenti, Fedeli, Pinotti, Franceschini. «Il segretario ha le sue responsabilità, ma anche chi ha tenuto lo ius soli sulla graticola per sei mesi fiducia-sì-fiducia-no ha le sue belle responsabilità o no?».

Adesso che il complotto, secondo i renziani, è stato sventato, secondo loro sarà la corrente a dettare legge su eventuali accordi, in quanto ago della bilancia dell’ago della bilancia certificato (lo stesso Partito Democratico). E gli scenari futuri che immaginano i renziani prevedono vanno nella direzione del governo del presidente. Il “pericolo” di un governo Di Maio verrà “sventato” da loro, quindi o la Lega e il MoVimento 5 Stelle si accordano per fare il “loro”, senza però riuscire a trovare un compromesso nemmeno sul nome per la presidenza del Consiglio, o la strada per un governo del presidente è aperta.

In quel caso, però, se Mattarella fa un appello su un nome super partes, il PD si troverà costretto a rispondere. Ma solo dopo che avranno fornito la loro soluzione gli altri: il Partito Democratico non può essere decisivo nemmeno per un appello a una ragionevolezza per la nascita di un nuovo esecutivo. Che comunque avrà un’agenda difficoltosa: come trovare un compromesso potabile per tutti riguardo ad esempio la legge elettorale?


Ragazzi, ma vi pare che facciamo un accordo con Grillo? Saremmo morti, finiti.

Diventeremmo come il Pasok greco, destinati all’estinzione. Mentre loro farebbero Tsipras…». Lo studio di Matteo Renzi è insieme bunker per difendersi dai nemici interni e giaciglio improvvisato per superare una notte elettorale insonne. Il leader si circonda di fedelissimi. Discute al telefono con Paolo Gentiloni e Marco Minniti. Cerca sostegno. Incita.

Litiga. Si abbatte. Cambia idea. Ma a sera decide di combattere, fino alla fine. «Il punto è la linea politica – ripete ai suoi – L’ho spiegato a Franceschini e agli altri, che lavoravano all’accordo con i grillini: è uno scenario che ci ammazza. Poi capisco che c’era chi voleva ragionare con il Movimento soltanto per ottenere la presidenza di una delle due Camere…». La tesi, così gli hanno sussurrato all’orecchio i suoi, è che il “comitato di salute pubblica” guidato da Dario Franceschini e Luigi Zanda abbia già stretto un patto con i cinquestelle per promuovere alla Presidenza del Senato proprio Zanda. Ecco, è a questo punto che il segretario giura di essersi messo di traverso.

I capelli sembrano più grigi del solito. E d’altra parte il quesito che assilla il segretario non conosce scorciatoie: come trasformare la più grave sconfitta della storia del Pd in un rilancio? Serve una notte e un giorno intero per elaborare il piano. Spregiudicato, senza dubbio. Ad alto rischio. Fondato sulla certezza che buona parte dei gruppi parlamentari resteranno fedeli, e che la direzione nazionale non si rivolterà in blocco contro chi soltanto quattro anni fa l’aveva condotta oltre il 40%. «Io caminetti non ne faccio. Reggenti neanche. Facciamo il congresso.

Cosa posso fare di più? Sono lineare, tranquillo».

Non tutti la pensano così, al Nazareno. Pensano che abbia varcato il Rubicone. I suoi centurioni – Luca Lotti e Lorenzo Guerini e Matteo Orfini – lo marcano stretto tutto il giorno. E lo aiutano a tracciare la scaletta: lunedì la direzione, poi i mesi di crisi politica fino al nuovo governo, infine l’avvio del percorso congressuale. Chissà quando, però: «Ma no – si difende in privato – tutti vedranno che i tempi non sono così lunghi. E chi di loro si vuole candidare, si candiderà». Lo accusano di tutto, in queste ore. Anche di aver annunciato dimissioni farlocche, che neanche lunedì saranno sul tavolo della direzione nazionale, ma che diventeranno effettive soltanto all’avvio ufficiale del percorso congressuale. «Io non ho problemi, ho già spiegato a tutti che mi dimetto – sostiene rinchiuso al Nazareno – Lunedì, il giorno prima, il giorno dopo: cosa cambia? Ho detto che farò il senatore semplice di Scandicci.

Sono fuori dai giochi, ragazzi».

Ci credono in pochi, per la verità.

Sul Giornale Augusto Minzolini, in arte Joda, riporta il contenuto di una telefonata avvenuta mercoledì tra Anna Finocchiaro, ministro in carica e anti-renziana di ferro, e una vecchia amica, “già dirigente di primo piano dei Ds in Umbria”. “Se Maurizio Martina ha le palle – le spiega la Finocchiaro -, dimettiamo Renzi lunedì in direzione. Tanto nella direzione ce la facciamo, visto che è pieno di dirigenti che non ha inserito nelle liste”. La partita è complicata, perché si inserisce anche nel quadro generale del futuro governo.

Non sembra un leader che medita di dedicarsi alla pensione anticipata, ad ascoltalo in conferenza stampa mentre picchia sul Quirinale e sugli «amici dirigenti del Pd». Certo è che sarà lui a gestire la partita delle consultazioni. Con i capigruppo che pescherà tra i renziani più in vista. E forse anche salendo personalmente da Mattarella per discutere del nuovo esecutivo. «Ma guardate che ho detto al resto del partito che ero disposto a costituire una delegazione per andare al Colle. E che posso anche non andare personalmente al Quirinale. Non ho problemi, in un senso o nell’altro».

Non molla, insomma. Saranno le migliaia di mail che assicura di aver ricevuto in queste ore. Sarà anche che non ha voglia di darla vinta alle trame di quegli «ambienti romani» che aveva denunciato alla vigilia. E poi c’è la volontà di impedire il trionfo dell’arcinemico Di Maio, perché no? «Io l’accordo con quelli che ci insultavano non lo faccio».

Deve però affidarsi ancora una volta al pallottoliere. Rifare una conta interna che dopo la sconfitta può diventare pericolosa.

Dopo gli attacchi ricevuti da Zanda, prende l’iPhone e inizia a mandare sms fotocopia ai suoi.

Chiede un pegno di fedeltà: «Rispondete per me alle accuse che mi stanno rivolgendo». I più fedeli escono allo scoperto, gli altri entrano in un baleno nel libro grigio dei sospetti.

Sopravvivenza o defenestrazione, si deciderà tutto in pochi giorni.

Ferito, il leader non ha voglia di ritirarsi per sempre. «Forse non hanno capito con chi hanno a che fare…», risponde a chi lo incita alla trincea. A qualcuno viene in mente anche di candidarlo come capogruppo al Senato. «No, almeno questo no…», smentisce categoricamente. Ma in tempi di guerra esiste anche la pretattica.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.