Centrosinistra

Pd, aspettando la direzione di lunedi. Martina reggente, Zingaretti alle primarie

Il Pd plurale, ma rissoso

Pd, aspettando la direzione di lunedi. Martina reggente, Zingaretti alle primarie

I due volti del Pd. Partito travolto da questa tornata elettorale, con ripercussioni sugli equilibri interni e, allo stesso tempo, interlocutore chiave per andare oltre l’impasse di due vincitori, Cinque Stelle e Lega, che non dispongono di una maggioranza in parlamento. È proprio su questo doppio binario che si sviluppa il confronto all’interno dei Dem tra chi chiede di non chiudere la porta a M5S e chi, al contrario, vede per il partito un ruolo di opposizione in quanto – è il ragionamento – così hanno deciso gli elettori. È una partita per una nuova leadership, dopo il passo indietro dell’attuale segretario Matteo Renzi, che sarà formalizzato nella direzione in agenda lunedì.

Anche la coalizione che ha ottenuto più seggi, il centrodestra, con Forza Italia guarda a sinistra alla ricerca di consensi. La scelta dei presidenti di Camera e Senato, che entrerà nel vivo tra due settimane, sarà la prima occasione per testare la volontà politica di costruire alleanze di governo. Sullo sfondo l’appello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella ai partiti a «collocare al centro l’interesse generale del Paese e dei cittadini».

Tra i protagonisti di questa fase in cui è sul piatto la linea del partito, Nicola Zingaretti. Rieletto Presidente della Regione Lazio, unica storia Dem che si è conclusa in positivo in queste elezioni del 4 marzo, in un intervista a Repubblica chiarisce, a proposito di una sua eventuale partecipazione alle primarie per la scelta del nuovo segretario: «Io ci sarò. Anche alle primarie, non escludo nulla». Che cosa propone Zingaretti? Il modello, spiega, è l’Ulivo. Auspica un congresso «aperto e unitario» il cui tema dovrebbe essere «l’articolo 3 della Costituzione (quello che sancisce il principio di eguaglianza di tutti i cittadini, ndr). La mia parola – continua – è rigenerazione: non solo del Pd, ma di tutta la sinistra. E senza accordi calati dall’alto, ma aprendo un grande confronto, vero e forte». Quanto poi a un eventuale intesa con M5S, non ha dubbi: «Restiamo all’opposizione». Oltre a Zingaretti, i nomi che circolano per succedere a Renzi sono quelli di Gentiloni, attuale presidente del Consiglio, e del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Proprio Calenda, molto attivo su twitter, frena: «Ieri ho lavorato su Ilva e Piombino non ho parlato con alcun padre nobile del Pd. Detto + volte considererei poco serio fare il segretario di un partito di cui ho preso 3gg fa la tessera! Oggi alle 18 vado a presentarmi al mio circolo».

Oggi è stato anche il giorno del debutto in una sezione Pd del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, fresco tesserato dem. «Lasciamo fuori lo scontro sul segretario o il vicesegretario, oppure il Pd è finito», ha sottolineato nel corso di un suo applaudito intervento davanti agli iscritti della sezione di Roma Centro, circolo a cui il ministro si è iscritto. A più riprese, Calenda ha fatto autocritica sul deludente risultato elettorale del Pd: «Non dobbiamo più avere l’arroganza di sapere come sarà il futuro, che è complicato e nessuno lo conosce fino in fondo. Io sono un’elite perché ho avuto la fortuna di studiare. Ma dobbiamo fare tutti lo sforzo di proteggere chi elite non è, altrimenti chi vota, elegge quello uguale a sé, anche se non è competente». Calenda ha chiesto anche di fermare «l’autoflagellazione continua» per il risultato del voto. Se dovesse continuare «le prossime elezioni rischiano di essere una scelta tra M5S e Lega. E ciò sarebbe la fine del riformismo in Italia».

Intanto la direzione del partito di lunedì si avvicina. Renzi affiderà la reggenza a Maurizio Martina, nell’attesa dell’assemblea che ad aprile sceglierà se eleggere un segretario di transizione (magari lo stesso Martina, per poi tenere il congresso nel 2019) o indire subito le primarie. In queste ore il vicesegretario starebbe lavorando all’ipotesi di un organismo collegiale che lo affianchi in questa fase, come chiede l’area del ministro della Giustizia Andrea Orlando, ma deve fare i conti con il no dei renziani. Prima di tutto c’è però da valutare l’apertura dei Cinque Stelle. Nonostante sia dimissionario, Renzi è ancora nelle condizioni di condizionare la linea politica dei gruppi parlamentari. Sono a maggioranza renziana 38 su 56 al Senato, il 70-80% alla Camera, dove i deputati sono 112. Dunque i renziani eleggeranno i capigruppo che andranno alle consultazioni. Lo scontro tra le diverse anime del partito è solo al primo atto.

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