Parlamento

Appello di Sergio Mattarella per sbloccare l’empasse

Il discorso di Mattarella e le reazioni

Sergio Mattarella

L’appello è misurato, scevro da ogni drammatizzazione: bisogna avere tutti “senso di responsabilità” e “saper collocare al centro l’interesse generale del paese e dei suoi cittadini”. Proprio sull’esempio delle donne che, dopo battaglie fortemente divisive, poi si impegnarono, sollecitando i partiti di appartenenza, nella pars construens, come la legislazione sul nuovo diritto di famiglia. Queste le parole che Mattarella pronuncia nel corso del suo discorso alla festa della donna. Non sono neutre, in questo contesto post elettorale e a venti giorni dall’inizio delle consultazioni per il nuovo governo.

È presto per parlare di preoccupazione, perché siamo solo all’inizio di un percorso ancora lungo, ma il richiamo denota certo consapevolezza della difficoltà nei negoziati per far nascere un governo. Soprattutto perché, al momento, i blocchi sono congelati e un vero negoziato tra le forze politiche non si è aperto. È come se la politica tutta, molto muscolare e in questo, diciamo così, maschile fosse ancora in una prosecuzione belligerante della campagna elettorale, senza tener conto che il tempo della propaganda è finito, i cittadini si sono espressi e ora tocca misurarsi col nuovo quadro emerso dalle urne.

È certamente un appello, e un richiamo alla realtà, rivolto a tutti a partire dai due vincitori, Salvini e Di Maio che hanno inchiodato la discussione all’ottenimento dell’incarico, pur non avendo i numeri. E senza spiegare come provare a costruire una maggioranza. Perché l’incarico non è una medaglia a chi arriva primo, ma un mandato conferito a chi ha la possibilità di formare una maggioranza e, dunque, un governo. Ma, tra i tutti, i frequentatori del Quirinale lo hanno letto come destinato a qualcuno più degli altri. Basta confrontare due istantanee. Quella del capo dello Stato che invita alla responsabilità e all’interesse generale. E quella della conferenza stampa del segretario del Pd, di qualche giorno fa, in cui di fatto si fa garante dell’instabilità: nessuna indicazione di prospettiva e qualche accenno polemico verso il governo Gentiloni e verso chi lo voluto, impedendo il ritorno immediato alle urne. Alla fine del discorso, un autorevole esponente del Pd con una certa consuetudine col Quirinale sintetizza così l’aria che si respira al Colle: “Dormiamoci sopra fino a lunedì, poi ci si pensa”. Lunedì, quando si capirà se il tappo che chiude il Pd all’opposizione di ogni eventualità (senza se e senza ma) è saltato. Dopo il Pd, analoga riflessione, inevitabilmente toccherà agli altri, se non si vuole protrarre lo stallo.

Due incisi, in questo discorso. Primo: non c’è, o non c’è ancora, al Colle né uno schema pre-definito, e nemmeno una traccia su una ipotesi piuttosto che su un’altra: governo politico, di scopo, delle astensioni, che parta dal centrodestra o dai Cinque Stelle. Ogni soluzione è possibile e deve emergere dalla discussione che, auspicabilmente, dovrà aprirsi nelle varie forze politiche. L’auspicio di oggi è proprio questo. Secondo: la prassi che seguirà Mattarella sarà prettamente costituzionale, codificata nell’arco dei 50 anni di vita repubblicana, nell’Italia proporzionale fondata sui partiti con regole che forse agli attuali attori, cresciuti nell’Italia maggioritaria, sfuggono. La soluzione potrà essere frutto di lunghe attese, periodi di decantazione, tentativi su tentativi, dove anche i fallimenti sono di aiuto perché fanno capire che non ci sono alternative a un compromesso serio.

Il punto fermo – e questo implicito richiamo alla responsabilità tocca corde sensibili nel Pd partendo da Gentiloni e proseguendo giù pe’ li rami – è che un governo serve. E non è un caso che l’appello del Colle coincida, anche temporalmente, con le parole pronunciate da Mario Draghi che ha messo in guardia dagli effetti dell’instabilità sulla fiducia verso il nostro paese. Perché finora la reazione dei mercati è stata composta, in un’Europa in cui la formazione dei governi ormai richiede ovunque tempi lunghi. Ma attenzione a non giocare col fuoco: l’Italia, col suo debito pubblico e i suoi ritardi strutturali, non è la Germania. Dunque è complicato tirarla troppo per le lunghe nella formazione di un nuovo governo.

È solo l’inizio, discreto ma significativo, di un pressing. Di fronte a una discussione ancora inchiodata. E sbaglia chi pensa che, in assenza di una immediata via d’uscita, ci possa essere un rapido ritorno alle urne. Prima di scioglierle per la seconda volta Mattarella farà ricorso a tutta la sua infinita pazienza, lasciando il tempo che maturi la consapevolezza che una soluzione va trovata. E chissà se oggi è arrivato un primo segnale da Berlusconi che si è impegnato a “fare tutto il possibile, con la collaborazione di tutti, per consentire all’Italia di uscire dallo stallo, di darsi un governo”. È il primo a riflettere sullo stallo. Lunedì la direzione del Pd. Ci vuole tempo, perché la polvere della campagna elettorale è ancora nell’aria e va fatta posare.

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