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Non stanno tutti bene

Non stanno tutti bene

Non stanno tutti bene

Mirkoeilcane. Già solo il nome colpisce, ma la canzone che porta a Sanremo mette ko. “Stiamo tutti bene” è un pugno nello stomaco che fa riflettere, ma più semplicemente fa sentire. Al di là del tema che affronta, quello dei migranti, e del modo in cui lo fa, attaverso gli occhi del piccolo Mario, il punto di forza di questa canzone è proprio la capacità di far sentire, in una società in cui si sente sempre di meno.

E questo è lo spirito che il cantautore romano, in gara tra le Nuove Proposte alla 68esima edizione del Festival di Sanremo, mette in tutte le sue canzoni. L’empatia, la riflessione, l’interesse verso l’altro, contro una superficialità sempre più dilagante che inizia a far paura. La musica può salvare? Mirkoeilcane almeno ci prova.

Mirkoeilcane, partiamo dal nome…
“E’ diventato un gioco ormai, me lo chiedono tutti ma io continuo a mantenere il punto. Non lo dico. Ha preso questa piega e mi ci diverto. Non lo svelerò neanche dopo Sanremo, non lo sanno nemmeno mamma e papà”.

Hai iniziato a scrivere canzoni da giovanissimo, quando hai capito che era il sogno giusto?
“Non lo so, forse ancora devo capirlo, è una cosa molto progressiva. Sicuramente ti rendi conto che una cosa è importante quando gli dedichi tutto il tempo a disposizione senza mai sentire la mancanza di altro. Io passavo le giornate intere a suonare e non mi mancava niente”.

Romano, del quartiere Garbatella, quanto basta per trovare ispirazione?
“Sicuramente dalla mia città e dal mio quartiere viene la forma della mia musica, che è sempre caratterizzata da un po’ di ironia e sarcasmo. A Roma siamo abituati a farne ampio uso. L’ispirazione però vado a cercarla ovunque, mi metto in macchina e arrivo dove posso arrivare. E’ una cosa che mi piace fare, salgo in macchina con la chitarra e parto, poi mi fermo da qualche parte che mi piace e scrivo, compongo. L’ultima volta sono partito da Roma e mi sono fermato in un paesino delle Marche, c’era una vista incredibile”.

Al centro delle tue canzoni ci sono quasi sempre temi sociali. Affrontare certe tematiche è più una tua esigenza, o lo fai perché percepisci una certa necessità oggi?
“Parlo di cose relative alla società perché mi dispiace molto vedere che la superficialità la fa da padrone in tutto e per tutto, anche nei rapporti tra le persone. Non che io sia chissà quanto distante da queste dinamiche, ma adesso mi fermo un attimo prima. Parlo di queste cose senza voler fare il professore di nessuno, la mia volontà non è quella di correggere qualcosa, ma di proporre qualche soluzione. E’ una polemica costruttiva”.

A Sanremo sei in gara con “Stiamo tutti bene”, un brano che parla del dramma dei migranti attraverso gli occhi di un bambino, Mario. Da dove è nato questo sguardo?
“La canzone l’ho scritta in un momento in cui ero vicino a quella causa. Avevo letto un libro, poi mi sono trovato a parlare con un ragazzo che questo ‘viaggio’ lo aveva fatto e mi ha lasciato di stucco. Sentirlo in tv fa un effetto, sentirselo raccontare da chi lo ha vissuto davvero ne fa un altro. Da lì è scattata la scintilla che mi ha fatto prendere penna e quaderno. Per rispetto non ho scritto della sua esperienza personale, ci ho lavorato con la fantasia ed ecco Mario. Il tema è pluritrattato, spesso banalizzato, allora ho voluto raccontare la storia di questo viaggio vista con la spontaneità di un bambino, in modo che possa arrivare a chiunque”.

Ed è arrivata. La canzone sta emozionando e conquistando tutti, non è un segreto che sei tra i favoriti. Come te la giocherai sul palco dell’Ariston?
“Non sono un tipo da grandi tattiche. Mi rendo conto che il brano è molto emozionante, ha già una sua vita. Io voglio solo fare da buon tramite tra Mario e chi che ascolta la canzone. Per me ogni volta è commovente cantarla, non è facile calarcisi dentro”.

I big nella serata del venerdì duettano con altri big. Se dovessi sceglierne uno di loro, chi sceglieresti?
“Le canzoni che aspetto con più curiosità sono quelle di Ron, che canta un inedito di Lucio Dalla, il mio mito, e Diodato con Roy Paci perché conosco i loro percorsi e li apprezzo molto. Un duetto però lo farei con Max Gazzè, lui è bassista, io chitarrista, verrebbe fuori qualcosa di molto divertente”.

Cosa significherebbe per te vincere questo Festival di Sanremo?
“Significherebbe tantissimo. Da buon italiano Sanremo ce l’ho nel dna. Sicuramente sarebbe un’incredibile conferma il riconoscimento di un lavoro che ho fatto nel corso di questi anni per arrivare a un palcoscenico del genere. Sarebbe come dire ‘allora tutto questo è servito a qualcosa’”.

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