Europa

La crisi delle istituzioni spagnole

Referendum Catalogna, le reazioni

Mariano Rajoy e Carles Puigdemont

Francia e Spagna si dicono pronte a sigillare i loro porti, l’Austria a schierare l’esercito al Brennero. Sono poco concilianti le risposte europee alle richieste d’aiuto italiane, alla vigilia dell’incontro dei commissari. E a poco servono, nel concreto, i complimenti di Donald Trump: la Casa Bianca ha fatto sapere che il presidente Usa parlando al telefono con Gentiloni ha lodato “gli sforzi dell’Italia per affrontare la rilevante crisi migratoria libica”. “L’Italia intera è mobilitata nell’accoglienza dei migranti e chiede condivisione in questa opera, necessaria se l’Europa vuole mantenere fede ai propri principi, storia e civilità e necessaria all’Italia per evitare che la situazione divenga insostenibile e alimenti reazioni ostili nel nostro tessuto sociale che finora ha reagito in modo esemplare dimostrando capacità di accoglienza e coesione”, ha detto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, alla Conferenza Fao. L’incontro si aprirà con una riunione fra Macron e i presidenti di Niger e Ciad, rispettivamente Mahamadou Issoufo e Idriss Deby. A seguire ci sarà un incontro fra il capo dell’Eliseo e la Merkel; alle 16.55 si terrà invece la riunione vera e propria fra tutte le parti invitate: discuteranno dei flussi migratori dall’Africa all’Europa Macron, Issoufo e Deby, insieme al premier del governo libico internazionalmente riconosciuto Fayez Al Sarraj, nonché il premier Paolo Gentiloni, quello spagnolo Mariano Rajoy, Merkel e Mogherini. Dopo l’incontro a otto, intorno alle 19.30 ci sarà infine una riunione di lavoro a quattro fra Macron, Gentiloni, Merkel e Rajoy per parlare di “questioni di attualità”: i quattro discuteranno di come rafforzare la cooperazione internazionale alla luce degli attentati terroristici come quelli della scorsa settimana a Barcellona e Cambrils, in Catalogna.

Il terrore torna a colpire l’Europa. Dopo ParigiBerlinoNizza e Londra a finire nel mirino dell’Isis è la città più aperta e cosmopolita del continente che ha vissuto ore drammatiche dopo che un furgone a folle velocità ha falciato decine di persone nel cuore della città. Il bilancio provvisorio all’alba di oggi è di 13 morti e oltre 100 feriti ma non è finita: nella notte un nuovo attacco dai contorni ancora da chiarire è avvenuto a Cambrils, cittadina sulla costa a poco più di 100 chilometri da Barcellona. Secondo i primi resoconti la polizia catalana avrebbe ucciso 5 terroristi che in un’auto si erano lanciati sulla folla. Re Felipe VI: tutta la Spagna è Barcellona. Il re di Spagna, Felipe VI, ha condannato l’attentato di Barcellona definendo gli autori “assassini, semplicemente criminali che non riusciranno a terrorizzarci. Le Ramblas torneranno ad essere di tutti”. Appello all’unità Mariano Rajoy è giunto a Barcellona, per partecipare a un vertice antiterrorismo. Lo ha annunciato lo stesso premier spagnolo in un tweet in cui scrive: “Massimo coordinamento per arrestare i responsabili, rafforzare la sicurezza e occuparsi di tutte le persone coinvolte. Unità”. Rajoy ha anche proclamato il lutto nazionale in Spagna per 3 giorni.

Tensione altissima tra Madrid e Barcellona con l’avvicinarsi del referendum catalano per l’indipendenza. Stamattina agenti della Guardia Civil hanno arrestato Josep Maria Jové, braccio destro del vice presidente catalano, insieme ad altre 13 persone tra funzionari ed esponenti del governo regionale, in quanto principali organizzatori del referendum non riconosciuto da Madrid e previsto per il primo di ottobre. Fra gli arrestati il direttore del dipartimento di attenzione ai cittadini del governo Jordi Graell e il presidente del Centro delle telecomunicazioni Jordi Puignero. “Oggi non c’è stato alcun referendum. È stato una messinscena, una sceneggiata ignorata dalla maggioranza dei catalani. Siamo una democrazia tollerante ma ferma, abbiamo rispettato la legge e la Costituzione, reagito con fermezza e serenità. Domani convocherò le forze politiche parlamentari per riflettere sul futuro”. Le parole pronunciate in serata da Mariano Rajoy in diretta tv dalla Moncloa chiudono la giornata del referendum per l’indipendenza della Catalogna. Una giornata segnata da scontri, violenze e dall’intervento costante e diffuso della polizia nazionale per impedire lo svolgimento della consultazione, sgomberare i seggi e sequestrare le urne non senza episodi di violenza.  La vicepremier spagnola Soraya Saenz de Santamaria ha difeso l’operato della polizia spagnola, che sarebbe intervenuta ai seggi con “professionalità” e “proporzionalità”. Oggi in catalogna, ha aggiunto, “non c’è stato un referendum”, e ha chiesto al governo catalano di “porre fine immediatamente ” a quella che ha definito una “farsa”. Podemos prepara una mozione di censura al governo minoritario del premier Rajoy e chiede l’appoggio di socialisti e nazionalisti. Il vicesegretario del partito, Rafael Mayoral, ha proposto ai socialisti di “fare un passo avanti e mandare via subito il premier”. Duro l’intervento del leader di Podemos Pablo Iglesias: “Manganelli, anziani travolti. Quanto sta facendo il Partido Popular alla nostra democrazia mi ripugna. Sono corrotti, ipocriti, inutili”. In Catalogna hanno perso tutti. Perdono le autorità locali che hanno radicalizzato il referendum con un “piano” per la dichiarazione dell’indipendenza in 48 ore dopo il referendum. Perdono i partiti catalani, che hanno sempre rispettato la Costituzione mandando i propri rappresentanti al Parlamento e partecipando a diversi governi nazionali. Non come i partiti collegati a ETA nei Paesi bachi, che una volta eletti i loro parlamentari non si presentavano a Madrid perchè non riconoscevano lo Stato Spagnolo. “E’ un momento di dimensione storica eccezionale”. Nella sede del parlamento di Barcellona, il presidente della Generalitat Carles Puigdemont pronuncia il suo discorso, parole chiavi per il futuro della Catalogna. “Sì all’indipendenza”, dice il leader secessionista al termine di un messaggio appassionato durato una ventina di minuti, “ma propongo di sospenderla per qualche tempo per procedere con negoziati”, senza nominare direttamente Madrid come controparte. E, secondo El Pais, il dialogo auspicato col governo centrale non inizia bene. Appena finito il discorso, il governo Rajoy ha fatto sapere di considerare le parole di Puidgemont “una inammissibile dichiarazione di secessione”, “non cederemo al ricatto” e di essere pronto a darne adeguata risposta.

Alla presenza di tutti i ministri del suo governo, Mariano Rajoy ha annunciato la decisione di applicare, per la prima volta nella storia della Spagna, l’articolo 155 della Costituzione. “Non era nostro desiderio ma nessun governo può accettare che la legge venga violata”, ha spiegato il premier spagnolo che ha poi aggiunto: “La Catalogna ha cercato lo scontro avviando un processo unilaterale e illegale. Ci hanno obbligato ad accettare un referendum indipendentista che non potevamo accettare”. Quattro gli obiettivi della scelta: “Tornare alla legalità, recuperare la normalità e la convivenza, continuare con la ripresa economica e andare a nuove elezioni in Catalogna”. Le misure decise dal governo verranno trasmesse a una commissione del Senato, che si riunisce oggi stesso. Questa commissione stabilirà i tempi della seduta plenaria del Senato, che deve decidere a maggioranza assoluta. Il voto è previsto per il 27 ottobre, venerdì, e l’entrata in vigore potrebbe avvenire già da sabato 28. Con il voto del Senato, il governo di Puigdemont e lo stesso capo della Generalitat saranno ufficialmente destituiti. Le questioni catalane verranno avocate dai ministri competenti per i diversi settori. Inoltre Madrid potrà convocare elezioni anticipate per la Catalogna. Tra martedì e giovedì 26 ottobre il presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, potrà presentarsi in Senato per esporre le sue accuse. Inoltre l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola implica che il governo di Madrid, o l’organo che designerà, assumerà il comando dei Mossos d’Esquadra e consentirà all’esecutivo di destituire o nominare i responsabili delle emittenti TV3 e Catalunya Radio per garantire un’informazione vera e rispettosa del pluralismo politico. Il presidente del Parlamento europeo esclude l’ipotesi di riconoscere la regione autonoma spagnola come Stato. Il 21 ottobre il governo di Madrid ha annunciato la sua volontà di commissariare il territorio catalano e di destituire Puigdemont e il suo Governo. “Sia chiaro: nessun Paese europeo riconoscerà la Catalogna come Paese indipendente”. A dirlo è Antonio Tajani. La risposta del presidente del Parlamento europeo sulla questione catalana arriva a un giorno di distanza dalla decisione del governo di Madrid di commissariare la Catalogna. “Il governo ha dovuto applicare l’articolo 155 della Costituzionale, anche se non era un nostro desiderio”, aveva detto il premier spagnolo Mariano Rajoy, dopo il Consiglio dei ministri straordinario. Non solo: l’esecutivo ha chiesto anche la destituzione del presidente Puigdemont e che si tengano elezioni “il prima possibile”, sembra entro un limite massimo di sei mesi.

Il Parlament della Generalitat de Catalunya ha approvato la risoluzione che dichiara l’indipendenza unilaterale dalla Spagna e la costituzione della Repubblica catalana: al voto, avvenuto a scrutinio segreto, hanno partecipato soltanto i partiti indipendentisti, mentre popolari, socialisti e Ciudadanos hanno abbandonato l’aula prima dell’inizio. 70 i voti favorevoli, 10 i contrari e due schede bianche. L’ex presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, si trova a Bruxelles. con cinque suoi ministri, assieme ai quali intende chiedere l’asilo politico al Belgio. Lo hanno reso noto fonti del governo spagnolo. Il viaggio è stato confermato appena un’ora dopo l’annuncio del procuratore generale dello Stato, Jose Manuel Maza, che presenterà una richiesta di incriminazione dinanzi l’Audiencia Nacional per i reati di sedizione, ribellione e malversazione, contro di lui e il resto del Govern; e contro la Mesa del Parlament, la capigruppo che permise di mettere ai voti la dichiarazione di indipendenza, dinanzi al Tribunal Supremo. L’Adiencia Nacional ha accolto le richieste della procura dello Stato e ha deciso la carcerazione preventiva senza cauzione per gli otto ministri del governo regionale catalano accusati di ribellione, sedizione e malversazione di fondi pubblici. Oggi sono tutti lì, a Madrid, tranne Puigdemont. Il vicepresidente catalano Oriol Junqueras e 8 ex ministri del Governo destituito da Madrid si trovano nella Audiencia Nacional dove sono interrogati per presunta ‘ribellione’, che comporta pene fino a 30 di carcere. Con la stessa accusa devono essere interrogati da un giudice del Tribunale supremo la presidente del Parlament Carme Forcadell e sei membri della presidenza. Il Presidente Carles Puigdemont si trova invece a Bruxelles con i ministri Meritxell Serret, Toni Comin, Clara Ponsati e Lluis Puig.  L’Audencia Nacional di Madrid, accogliendo le richieste della Procura di Stato, ha ordinato la carcerazione preventiva senza cauzione per il vice di Carles Puigdemont e altri 7 ex ministri del governo regionale della Catalogna accusati di ribellione, sedizione e malversazione di fondi pubblici. Il tribunale speciale, inoltre, per gli stessi capi d’accusa, ha chiesto un mandato di arresto europeo per il presidente destituito della Catalogna e per i 4 ex ministri che si trovano attualmente in territorio belga. Carles Puigdemont e i suoi 4 ministri hanno terminato le loro deposizioni davanti al giudice istruttore della procura di Bruxelles. E alla fine il magistrato belga ha concesso all’ex presidente catalano e a Maria Serret, Antoni Comin, Lluis Puig e Clara Ponsati la libertà condizionata. Sono stati ritirati i loro passaporti e hanno l’obbligo di dimorare a Bruxelles o informare la polizia su dove si troveranno nei prossimi giorni in Belgio per la prosecuzione dell’esame della richiesta iberica di arrestarli e trasferirli a Madrid. Un altro membro delle istituzioni catalane finisce in carcere: Carme Forcadell, presidente del Parlamento catalano, è stata arrestata dopo un interrogatorio gestito dal gip Pablo Llarrena e legato alla dichiarazione di indipendenza della regione catalana dopo il referendum del primo novembre. Insieme agli altri membri del governo, Forcadell è accusata di sedizione, malversazione e ribellione.  Forcadell ha trascorso la notte nel carcere Alcalà-Meco di Madrid per uscirne a mezzogiorno, dopo aver pagato una cauzione di 150mila euro. Ad aspettarla fuori, un’automobile grigia che le ha permesso di allontanarsi velocemente sfuggendo ai reporter. La sua cauzione è stata pagata dall’Assemblea nazionale catalana che ha invitato tutti gli indipendentisti a contribuire. “La cauzione per Forcadell è stata depositata, manca l’ordine di scarcerazione del giudice”, aveva dichiarato, dopo la notizia dell’arresto, un portavoce della Corte suprema spagnola.

A meno di due mesi dalla proclamazione della ‘Repubblica’ e dall’immediata decapitazione da parte di Madrid delle istituzioni catalane, la regione ribelle ha votato di nuovo per il campo indipendentista infliggendo un sonoro schiaffo politico al premier spagnolo Mariano Rajoy. Le tre liste del fronte repubblicano – Erc del vicepresidente Oriol Junqueras in carcere a Madrid, JxCat del President Carles Puigdemont ‘in esilio’ a Bruxelles e gli antisistema della Cup – riconquistano insieme la maggioranza assoluta con 70 seggi su 135 nel nuovo Parlamento di Barcellona.

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