Alimentazione

Sacchetti ortofrutta a pagamento

Sacchetti ortofrutta a pagamento

Sacchetti ortofrutta a pagamento

Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, gli ecologisti e perfino il sindacato dei chimici Filctem difendono la normativa, che invece sui social network viene usata per mettere in difficoltà quella parte del mondo politico che l’ha promossa e approvata.

L’obiettivo è difendere l’ambiente. In effetti i mari dei Paesi in cui non si raccoglie e non si ricicla la plastica sono intasati di rifiuti, come gli oceani su cui si affacciano Paesi meno sensibili all’ambiente. I sacchetti ultraleggeri oggetto della normativa sono una presenza minima nell’inquinamento dei mari, e del Mediterraneo in particolare, sporcati per esempio dalle temutissime microplastiche sviluppate soprattutto dalle fibre tessili rilasciate dalle lavatrici nei lavaggi e dal polverino di gomma degli pneumatici che si usurano sull’asfalto, ma sviluppate anche da cosmetici, bastoncini cotonati e altri rifiuti.

La direttiva europea introduce l’obbligo di limiti ai sacchetti della spesa simili a quelli che esistono da anni in Italia, dove le buste del supermercato sono biodegradabili e a pagamento. L’Italia anni fa era stata messa sotto accusa proprio per avere imposto i sacchi biodegradabili, e la concorrenza estera denunciò la normativa italiana per il limite posto alla libera circolazione delle merci di produttori stranieri sul mercato italiano. Ma dopo anni di contenziosi anche l’Europa si era adeguata agli standard italiani e aveva varato una direttiva modellata sull’esperienza italiana. La direttiva 2015/720 è modellata sull’esempio italiano delle borse biodegradabili della spesa e spinge a ridurre l’uso di sacchi di plastica e a fare ricorso alla bioplastica come in Italia. Ma l’Italia, che aveva anticipato la direttiva, era in infrazione perché non l’aveva recepita con un atto formale.

La direttiva 2015/720 non impone regole sui sacchetti leggeri, al contrario. Dice la direttiva: «Gli Stati membri possono scegliere di esonerare le borse di plastica con uno spessore inferiore a 15 micron («borse di plastica in materiale ultraleggero») fornite come imballaggio primario per prodotti alimentari sfusi». Cioè dice l’esatto contrario di quanto ha appena fatto l’Italia: per l’Europa, i sacchetti superleggeri per la pesata e la prezzatura dei prodotti sfusi possono essere non biodegradabili.

In estate il Parlamento ha approvato il decreto Mezzogiorno nel quale all’articolo 9-bis è stato aggiunto il recepimento della direttiva 720. Ma sono stati aggiunti anche emendamenti che impongono dal 1° gennaio l’uso esclusivo di plastica biodegradabile per i sacchettini “ultraleggeri” con i quali si pesano e si prezzano i prodotti sfusi come pane, ortaggi, frutta. Sacchettini dell’ortofrutta ma non la farmacia né le mozzarelle. La normativa riguarda tutte le borse di plastica ultraleggere (comma 2). Sono quei sacchetti sottilissimi con i quali nei supermercati i consumatori fanno la pesatura e la prezzatura di pane, frutti, ortaggi, formaggi e così via. La norma riguarda solamente quelli sacchetti. La norma non riguarda tutti i piccoli imballaggi di plastica come i sacchetti del farmacista, in gran parte biodegradabili da anni e finora offerti a titolo gratuito, che possono continuare a essere dati in omaggio.

Quali sacchetti (ortofrutta) e quali no (farmaci, pane, mozzarella)

La norma riguarda esclusivamente (legge 3 agosto 2017 n. 123, comma 1 dd-quinquies) le borse di plastica in materiale ultraleggero cioè «borse di plastica con uno spessore della singola parete inferiore a 15 micron richieste a fini di igiene o fornite come imballaggio primario per alimenti sfusi». Quindi la norma si applica esclusivamente alle borse (non i foglietti trasparenti che il salumiere deposita sulle fette di prosciutto), di plastica (non carta oleata), a parete sottilissima (non la plastica grossa della mozzarella né la plastica forata del pane), usata fine di igiene (non i sacchetti per trasportare il prodotto) sui soli alimenti (non farmaci o altri beni) sfusi (non i prodotti confezionati). Tutti gli altri sacchetti a fini igienici a diretto contatto con gli alimenti che sono di plastica più spessa o di altri materiali non sono interessati da alcun obbligo della nuova legge. Possono essere di plastica non biodegradabile e possono essere ceduti a titolo gratuito.

Esempi di sacchetti non interessati da alcuna limitazione

Sono fuori dalle norme sui sacchetti biodegradabili i sacchetti di polietilene ad alta densità per alimenti spessi 18 micron, i sacchetti per alimenti di polietilene a bassa densità spessi 35 micron (quelli della mozzarella), i sacchetti di polipropilene microforato per il confezionamento del pane spessi 30 micron. Sono tutti imballaggi che rientrano tra le «borse fornite a fini di igiene o fornite come imballaggio primario» ma sono superiori ai 15 micron. Sono fuori dalla norma anche le borse fornite ai consumatori per il trasporto di merci e prodotti (il sacchettino della farmacia), le quali rientrano però tra i sacchi per la spesa e devono essere biodegradabili.

Non solo petrolio
I sacchetti ultraleggeri devono essere compostabili (cioè si devono dissolvere negli impianti di produzione di compost agricolo) e devono essere composti da materie prime rinnovabili (vegetali) al 40%, mentre rimarrà il 60% di componente petrolchimica. Nel 2020 dovranno avere almeno il 50% di materie prime rinnovabili enel 2021 il 60% (il resto da petrolio). Questo vincolo pare ritagliato attorno alla produzione italiana più diffusa di bioplastica, e potrebbe escludere altri produttori italiani ed esteri che hanno bioplastiche di ottima qualità e con ottimi rendimenti ambientali ma con caratteristiche differenti.

Obbligatorio pagare
La legge (comma 5) impone che questi sacchetti vengano pagati dal consumatore. Non fissa alcun prezzo e non dà un costo massimo.
La norma dice semplicemente: «Le borse di plastica in materiale ultraleggero non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti imballati».

L’obiettivo è dare un valore visibile al bene, prima in apparenza gratuito. Il “prezzo” è un “pregio”. Ciò induce a in consumatore comportamenti consapevoli. Questi sacchettini ultraleggeri possono essere riusati in mille modi, soprattutto per raccogliere i rifiuti organici da destinare al compostaggio, come già avviene per le borse della spesa, che sono già biodegradabili. Ma questi sacchettini ultraleggeri non possono essere riusati per comprare altri prodotti alimentari sfusi, fatte salve le nuove indicazioni che arrivano dai ministeri dell’Ambiente e della Salute. È vietato il riutilizzo per lo stesso fine per cui sono stati prodotti e venduti, cioè contenere alimenti sfusi a contatto diretto.

Dal punto di vista ambientale, anche la direttiva suggerisce l’uso della carta in sostituzione della plastica, ma pochi supermercati faranno ricorso a questi imballaggi per la pesata e la prezzatura degli alimenti sfusi perché non consentono al cassiere di vedere in trasparenza se il contenuto corrisponde all’etichetta.

7 risposte »

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