Parlamento

Le leggi incompiute di questa legislatura

Le leggi incompiute di questa legislatura

Le leggi incompiute di questa legislatura

E’ stata la legislatura delle grandi battaglie civili. Infatti si è avuto il via libera alle unioni civili, al biotestamento e alle norme contro la torture o contro il caporalato. Ma accanto alla grande riforme, con lo scioglimento delle Camere, ci sono “le grandi incompiute”. Leggi finite nelle secche dei lavori parlamentari che hanno diviso l’opinione pubblica e che rischiano di essere un boomerang per il Pd in campagna elettorale.

La madre di tutte le incompiute della legislatura è stata la legge sullo ius soli. Approvata alla Camera nel 2015, concede (ma non automaticamente) la cittadinanza a bambini nati in Italia da almeno un genitore con regolare permesso di soggiorno permanente o con permesso di soggiorno europeo di lungo periodo. Siamo quindi di fronte a uno ius soli temperato, che non riguarderebbe – come per esempio avviene in altri Paesi – tutti i bambini nati nel nostro territorio, ma soltanto 600 mila di essi, tanto che molte associazioni hanno definito discriminatoria la normativa. Accanto a questo è stato previsto lo ius culturae: ottiene la cittadinanza il bambino nato all’estero, ma che in Italia ha svolto un ciclo di studi di almeno cinque anni o un percorso formativo professionale di tre. Ufficialmente il voto definitivo a Palazzo Madama è stato rinviato al 9 gennaio, quando le Camere saranno sciolte. Non ha visto la luce neppure la legge che permette ai genitori di dare al nascituro anche il cognome della madre accanto a quello del padre. La norma è stata approvata in prima lettura nel 2014 alla Camera e a Palazzo Madama, nella speranza di un colpo di coda, è stato anche deciso di abolire tutti gli emendamenti. Ma inutilmente.

In extremis, e precisamente nel Consiglio dei ministri del 29 dicembre, il governo proverà a concludere la riforma delle intercettazioni, approvando l’apposito decreto legislativo. Rispetto alla previsioni e alle intenzioni del guardasigilli Andrea Orlando il testo appare un compromesso al ribasso, che però fa tirare un sollievo ai penalisti. Confermata soltanto la stretta, con il divieto totale di pubblicazione, per le intercettazioni personali o non attinenti al processo. Passata alla cronaca (con una certa faciloneria) come la norma che permette ai cittadini di sparare ai ladri di notte, giace in Senato anche la riforma del Pd sulla legittima difesa. Sull’onda delle sentenze di assoluzioni a persone che avevano risposto con le armi a tentativi di rapina, le nuove norme approvate soltanto alla Camera ampliano il ricorso alla legittima difesa quando l’aggressione «si verifica di notte», «con violenza sulle persone o sulle cose», «in situazioni di pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica, per la libertà personale o sessuale». In tutti questi casi non c’è “eccesso di difesa”. Vero obiettivo dei promotori è limitare la discrezionalità dei magistrati, usando come disincentivo anche il fatto che è stato indagato per poi venire assolto, si veda riconoscere dallo Stato tutte le spese processuali.

Saltata anche la legalizzazione del consumo di cannabis. Il testo portato avanti dal viceministro Benedetto Della Vedova regolamentava il consumo e la produzione per uso personale. Lo scorso ottobre alla Camera, e dopo le dimissioni del relatore Daniele Farina, è passata soltanto una versione light sull’utilizzo della cannabis terapeutica, stabilendo «criteri uniformi di somministrazione sul territorio nazionale, garantendo ai pazienti equità d’accesso, promuove la ricerca scientifica sui possibili impieghi medici e sostiene lo sviluppo di tecniche di produzione e trasformazione per semplificare l’assunzione». Manca, ça vans sa dire, il voto finale del Senato. Una beffa ancora maggiore se si pensa che nell’ultimo decreto fiscale è passato un finanziamento da 1,6 milioni di euro da destinare allo stabilimento farmaceutico militare di Firenze per assicurarne la produzione.

Il Pd ha sempre promesso di sfidare i Cinquestelle sul terreno dei costi della politica. In quest’ottica il partito di Matteo Renzi può rivendicare in questa legislatura la fine del finanziamento pubblico. Ma incassa una sconfitta piena sul versante dei vitalizi. Nelle scorse settimane è stata abbandonata in Senato la proposta di legge scritta da Matteo Richetti (passata alla Camera) che prevedeva di ricalcolare gli assegni in essere con il metodo contributivo, facendo risparmiare soltanto per il 2016 75 milioni di euro. Se non bastasse, lo scorso 22 dicembre l’ufficio di presidenza di Palazzo Madama ha anche respinto la proposta di Angelica Saggese (Pd), che prevedeva di adottare un contributo di solidarietà triennale sulla parte dei vitalizi superiore ai 70 mila euro annui lordi. Ufficialmente la decisione è stata motivata per la paura di ricorsi.

Anche questa legislatura passerà alla storia come quella che non ha affrontato il conflitto d’interessi. A maggior ragione dopo che il caso Boschi ha dimostrato l’insufficienza della legge Frattini. Il 25 febbraio del 2016 la Camera ha approvato una proposta di legge del Pd per introdurre anche in Italia il blind trust nella gestione (affidata a terzi) dei beni di chi copre incarichi politici o di interesse pubblico in contrasto con quelli individuali. Il relatore a Montecitorio Francesco Sanna (Pd) aveva promesso «un’approvazione rapida della legge al Senato, che sarà un fatto politico di svolta nella qualità delle nostre istituzioni». Ma a Palazzo Madama si sono perse le tracce del provvedimento.

Nella campagna elettorale, partita ben prima dello scioglimento delle Camere, ha avuto molto spazio il tema delle fake news, diventato un vero e proprio caso diplomatico, quando l’ex vicepresidente americano Joe Biden ha dichiarato che la Russia di Putin era dietro la campagna anti referendaria del 2016, anche sfruttando siti internet civetta. All’ultima Leopolda, Renzi ha persino annunciato la creazione di un osservatorio del Pd contro le bufale, ma c’è chi è andato oltre: il capogruppo al Senato Luigi Zanda ha presentato un disegno di legge (finito per subito nel dimenticatoio) dal titolo inequivocabile: “Norme generali in materia di Social Network e per il contrasto della diffusione su internet di contenuti illeciti e delle fake news”. Principalmente prevede che le piattaforme di social e i provider si dotino di algoritmi per eliminare contenuti giudicati illeciti e infamanti dagli interessati, soprattutto se contemplano i reati di istigazione a delinquere o la propaganda all’odio razziale o al terrorismo.

Ha scatenato non poche polemiche la proposta del senatore di Ala, Ciro Falanga, di introdurre il cosiddetto abusivismo di necessità. Secondo l’esponente campano – ma il suo disegno di legge ha avuto un appoggio bipartisan – chi ha costruito senza permesso per abitarci e non per speculare ha il diritto di vedere la propria casa demolita per ultima. Prima, infatti, vanno abbattute dalle procure gli ecomostri o le strutture di proprietà della criminalità organizzata. Per la cronaca il testo è stato più volte riscritto in commissione Giustizia della Camera, ma poi è stato accontonato dopo il terremoto di Ischia dello scorso agosto, quando a crollare dopo il sisma fu una villetta con un paio di piani condonati.

2 risposte »

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.