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Trump taglia i fondi all’Onu dopo il voto su Gerusalemme

Trump taglia i fondi all’Onu dopo il voto su Gerusalemme

Trump taglia i fondi all’Onu dopo il voto su Gerusalemme

L’amministrazione Trump ha tenuto fede alla minaccia di tagliare i finanziamenti all’Onu, dopo la risoluzione approvata dall’Assemblea Generale che bocciava il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele. Lunedì l’ambasciatrice Haley ha annunciato che gli Usa ridurranno di 285 milioni di dollari il loro contributo al bilancio regolare del Palazzo di Vetro. Così però Washington punirà l’organizzazione, invece dei 128 Paesi che le hanno votato contro, esercitando lo stesso diritto alla difesa della loro sovranità nazionale, che Trump ha invocato per la sua decisione di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv.

Per il biennio 2018-2019, l’Onu ha approvato un bilancio da 5,4 miliardi di dollari. Secondo la regola che distribuisce i contributi in base al pil dei Paesi, gli Usa dovrebbero pagare il 22% di questa cifra, che nello scorso biennio era ammontato a 1,2 miliardi. Da qui verranno tolti 285 milioni, incidendo in particolare su viaggi, consulenze, e altre spese operative. Il taglio è stato negoziato domenica, e la Haley lo ha annunciato così: «Non consentiremo più che la generosità del popolo americano venga abusata o rimanga senza controllo. In futuro, potete essere certi che continueremo a cercare maniere per migliorare l’efficienza dell’Onu, proteggendo i nostri interessi».

Il taglio è una rappresaglia politica, peraltro minacciata apertamente durante il dibattito su Gerusalemme, che ha poco a che vedere con le questioni economiche. L’amministrazione Trump, come quella di Bush figlio, ha un’avversione ideologica nei confronti dell’Onu per almeno tre ragioni: primo, la sua dottrina sovranista non accetta l’idea di organizzazioni multilaterali che possano imporre la loro volontà sul governo americano, anche se questo nel caso del Palazzo di Vetro è impossibile, perché avendo il potere di veto gli Usa possono bloccare qualunque risoluzione legalmente vincolante del Consiglio di Sicurezza che non condividono; secondo, le Nazioni Unite sono percepite come nemiche di Israele; terzo, l’organizzazione è fondamentalmente progressista e liberal, promuove principi come la salute riproduttiva o la lotta ai cambiamenti climatici, e quindi ha un’agenda generalmente avversa, se non opposta, a quella del governo Usa in carica. Quindi ogni occasione per attaccare l’Onu è apprezzata dalla base di Trump e può quindi giovare al partito repubblicano in vista delle elezioni del novembre 2018 per il rinnovo parziale del Congresso di Washington.

I difetti di questa visione sono principalmente due. Il primo sta nella natura dell’organizzazione. Il Palazzo di Vetro è solo una struttura dove i 193 paesi del mondo si incontrano e discutono. Anche se venisse abbattuto, le posizioni globali resterebbero quelle. Su Gerusalemme, ad esempio, 128 paesi sarebbero contrari al riconoscimento. Senza l’Onu non avrebbero una piattaforma per farlo sapere, ma sul piano politico concreto il problema resterebbe invariato. Il secondo difetto sta nel fatto che le Nazioni Unite le avevano volute proprio gli Usa, per difendere i loro interessi. È vero, ad esempio, che Washington paga il 22% del bilancio, ma ciò significa che il resto del mondo paga il 78% rimanente. Con questi soldi, ad esempio, si finanzia l’assistenza ai rifugiati che scappano dalla Siria in Giordania, stretto alleato degli Usa nella lotta al terrorismo, che senza gli aiuti Onu sarebbe già esploso.

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