Guerra

I terroristi dell’Isis dopo la fine dello Stato Islamico

I terroristi dell'Isis dopo la fine dello Stato Islamico

I terroristi dell’Isis dopo la fine dello Stato Islamico

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha rilanciato l’allarme sul pericolo rappresentato dal ritorno dei “foreign fighters” dello Stato Islamico nei Paesi di provenienza, inclusi l’Europa e il Nordafrica. “Nessuno sa quanti siano i combattenti stranieri ma si può pensare, facendo una media delle informazioni avute, che siano tra venticinque e trentamila provenienti da cento paesi del mondo”.

Numeri che inducono a riflettere sul peso costituito dai combattenti stranieri nell’esercito del Califfato pari a circa un terzo del totale degli 80 mila effettivi che secondo le stime del Pentagono componevano l’esercito del Califfo. Anche tenendo conto che circa la metà dei miliziani jihadisti sono stati uccisi, feriti o catturati, i foreign fighters già fuggiti o in cerca di una via di fuga dai territori siriani e iracheni potrebbero essere almeno 10/15 mila.

 

L’Unione europea valuta che circa la metà dei 5.600 foreign fighters partiti dal Vecchio Continente siano tornati e anche se solo poche decine sono strati incarcerati è ragionevole (e auspicabile) ritenere che vengano in buona parte tenuti sotto stretto controllo dai servizi di sicurezza. Proprio questo approccio morbido della Ue (che si pone l’obiettivo di reinserire nella società i veterani del jihad) potrebbe attirare qui da noi anche una parte dei sopravvissuti tra i 10/12mila jihadisti partiti dal Nord Africa (6mila solo i tunisini) per combattere sotto le bandiere del Califfato. Gli sbarchi fantasma che da Algeria e Tunisia portano in Italia persone che fanno poi perdere le loro tracce preoccupano Roma che teme che su queste nuove rotte si infiltrino, oltre a criminali la cui presenza è già stata assodata, anche diversi terroristi.

L’uccisione di molti leader siriani e iracheni dell’IS sembra lasciare spazio a una nuova generazione di comandanti, in parte originari dell’Asia Centrale ma soprattutto maghrebini, che stanno già riorganizzandosi con veterani del jihad fuggiti dal Medio Oriente la loro presenza nelle aree desertiche libiche, a sud di Sirte e lungo i confini egiziani e algerini dive possono sfruttare i lucrosi traffici di armi, droga ed esseri umani per arruolare nuovi combattenti. Al tempo stesso la recrudescenza delle azioni militari e terroristiche targate IS nel Sinai egiziano (come dimostrano gli oltre 300 morti nell’assalto alla moschea sufi di Bir al-Abed) potrebbe indicare l’afflusso di rinforzi in questa regione di veterani dall’Iraq e la Siria forse transitati dalla Giordania dove alcuni ambienti tribali sunniti non hanno mai nascosto simpatie per la causa del Califfato.

 

La Penisola del Sinai del resto, con il suo territorio impervio e le tribù beduine già in passato colluse con gruppi islamisti, è il rifugio ideale per veterani del jihad che vogliano nascondersi o continuare su questo fronte la loro battaglia anche con il chiaro obiettivo di mostrare una vivacità militare e terroristica che bilanci le notizie relative alle sconfitte subite dal Califfato in Siria e Iraq.

I governi russo e delle repubbliche asiatiche ex sovietiche temono invece il rientro dei volontari caucasici, uzbeki, tagiki, kirghizi e kazaki unitisi all’Isis e alle milizie di al-Qaeda in Siria. Formazioni la cui consistenza è stimata tra 5mila e 8mila combattenti che potrebbero alimentare nuovi jihad nei paesi di origine incluse le già turbolente repubbliche caucasiche russe di Cecenia e Daghestan. Il Tagikistan ha varato una legge per espellere gli imam indottrinati all’estero fautori dell’estremismo aumentato i controlli alle frontiere, soprattutto quello con l’Afghanistan pattugliata insieme a militari russi da dove potrebbero penetrare combattenti dello Stato Islamico.

 

Avversari del governo di Kabul come dei talebani, rivali all’interno della galassia jihadista, i miliziani del Califfato in Afghanistan sono attivi soprattutto nella provincia orientale di Nangharar e potrebbero ricevere rinforzi in seguito all’esodo dei miliziani da Iraq e Siria, anche se la Turchia h da tempo esercita controlli molto rigidi lungo i confini meridionali.

L’intelligence Usa ritiene che proprio a ridosso della frontiera afghano-pakistana l’IS abbia costituito un centro di addestramento per i foreign fighter, inclusi molti europei, seguendo di fatto le orme di al-Qaeda che aveva creato proprio in Afghanistan i suoi principali santuari. Come la rete di Osama bin Laden aveva pianificato qui gli attentati dell’11 settembre 2001, oggi nelle regioni orientali afghane sarebbero stati preparati piani per colpire Usa, Canada ed Europa.

 

L’Afghanistan potrebbe quindi aver rimpiazzato come quartier generale dello Stato Islamico i territori del Medio Oriente che hanno visto la nascita e il tramonto dell’IS come entità in grado di controllare e amministrare un territorio grande quanto l’Italia. Quanto al Medio Oriente, le truppe di Damasco e Baghdad stanno completando la riconquista degli ultimi territori desertici delle province di al-Anbar e Deir Ezzor ancora presidiate dagli uomini del Califfato la cui presenza potrebbe però non azzerarsi dopo la sconfitta finale sul campo di battaglia.

Anzi, tutti gli analisti ritengono che l’IS continuerà a rappresentare una estesa minaccia terroristica in Siria e Iraq, grazie anche al forte sostegno di cui godrebbe ancora presso una parte delle comunità sunnite. E’ però probabile che qui restino operativi combattenti autoctoni anche a causa dei controlli estesi delle forze governative di Damasco e Baghdad che rendono difficile per gli stranieri passare inosservati. I servizi segreti siriani del resto dispongono di una banca dati formidabile circa l’identità di migliaia di foreign fighters, informazioni in parte condivise anche con i colleghi di alcuni Paesi europei, inclusi quelli schierati in prima linea al fianco dei ribelli contro il regime di Bashar Assad.

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