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Golpe in Zimbabwe, la regia cinese

Golpe in Zimbabwe, la regia cinese

Golpe in Zimbabwe, la regia cinese

Il padre-padrone dello Zimbabwe fin dal 1980 si trova agli arresti domiciliari nella sua residenza di Harare, rovesciato da un colpo di Stato perpetrato ieri, alle prime luci dell’alba, dal Capo di Stato maggiore della difesa Constantin Chiwenga. Nel corso di un’intervista concessa nei mesi scorsi alla radio nazionale Voa, aveva annunciato che l’opposizione non avrebbe mai governato il Paese, «né mentre sono in vita, né dopo la mia morte. Il mio fantasma vi perseguiterà per sempre».

E invece il 93enne Robert Mugabe questa volta ha sbagliato previsione e non riuscirà neppure a candidare alle presidenziali del 2018 la moglie Grace, di 42 anni più giovane di lui. L’ormai ex first lady è stata in un primo tempo arrestata, e nel corso della giornata di ieri è riuscita a ottenere un salvacondotto verso la Namibia. Anche Mugabe potrebbe lasciare lo Zimbabwe: i golpisti infatti stanno mediando con il deposto presidente per un trasferimento in Sudafrica dall’amico Jacob Zuma. La situazione è relativamente tesa, non vi sono però scontri. I militari pattugliano le strade e carri armati circondano il Palazzo Presidenziale, la sede del Parlamento e altri edifici governativi. La maggior parte della popolazione si è comunque recata al lavoro. Code si segnalano vicino alle banche, dove molti tentano di ritirare denaro contante. La radio nazionale trasmette canzoni patriottiche che si alternano a brevi annunci dell’esercito che spiega di aver «arrestato criminali e che una volta presi la situazione tornerà alla normalità». In manette è finito con due colleghi il ministro delle Finanze Ignatius Chombo, l’uomo che per conto dello stesso Mugabe stava lavorando per impedire che salisse al potere la «Lacoste Faction», il partito del vicepresidente Emmerson Mnangagwa, silurato la settimana scorsa con l’accusa di tramare contro il capo di Stato, anche con l’ausilio di stregoni.

Secondo indiscrezioni il putsch sarebbe stato sostenuto dalla Cina che, tramite una joint venture, è riuscita a mettere le mani sui giacimenti di diamanti, capaci di generare 200 milioni di dollari di valore al mese. Non è un caso che la scorsa settimana il Capo di Stato maggiore Chiwenga, che aveva minacciato un intervento dei militari nel caso in cui le epurazioni in corso fossero proseguite, si trovasse a Pechino. Ufficialmente per un incontro bilaterale con l’omologo cinese Fan Changlong, in realtà per ricevere istruzioni e armi. Il premier cinese Li Keqiang avrebbe infatti trovato un accordo con i leader del partito di opposizione per appoggiare alle presidenziali dell’agosto 2018 Mnangagwa e ottenere maggiore libertà, rispetto a quella concessa da Mugabe, nello sfruttamento dei giacimenti di diamanti.

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