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Il ritorno dei foreign fighters in Europa dopo la fine di Daesh.

Il ritorno dei foreign fighters in Europa dopo la fine di Daesh.

Marco Minniti

A preoccupare il ministro dell’Interno sono le migliaia di foreign fighters dislocati in Africa, sempre pronti ad abbandonare i loro paesi e imbarcarsi verso altre destinazioni: ” Un anno fa se mi avessero chiesto se i foreign fighters sarebbero potuti venire in Italia in barca, avrei risposto ‘no’. Ora invece è un’ipotesi concreta. Siamo alla fuga individuale dei foreign fighters, è una diaspora di ritorno, è cosa concreta che usino le rotte del traffico di esseri umani. Da qui l’ossessione in questi dieci mesi per il confine meridionale della Libia. Il confine meridionale della Libia è sempre più il confine meridionale dell’Italia”.

“La minaccia del terrorismo internazionale – ha dichiarato Marco Minniti – è una parte fondamentale nella partita della sicurezza dell’Italia, partita che si gioca al di fuori dai confini nazionali”. “I flussi migratori non sono una partita da maghi: sono una partita che si risolve fuori dai confini d’Italia, si risolve in Africa, dall’altra parte del Mediterraneo”.

I foreign fighters rappresentano “il punto di contatto con l’Islamic State”. E il loro numero non è certo trascurabile: ” Sono 25-30.000 provenienti da 100 paesi del mondo. Questi sconfitti sul campo cercheranno di tornare. E’ un problema. Migliaia di foreign fighters partiti dall’Europa, ma dall’Italia parliamo di numeri piccoli di poco superiore a 100. E’ lecito preoccuparsi. Possono usare le rotte dei trafficanti di esseri umani per tornare nei loro Paesi”.

Nonostante la caduta di Mosul e Raqqa, infatti, per Minniti l’Isis rimane ancora una minaccia: “Solitamente quando una struttura come questa è colpita al cuore può avere una reazione terroristica ancora forte”. “Facciamo parte di coalizioni brave a vincere sul terreno, ma meno brave a dare una prospettiva dopo la guerra, basta guardare Iraq e Libia”.

Il compito che si è prefissato il ministro è chiaro: “Noi dobbiamo stare attenti dal punto di vista politico e diplomatico dopo tutto ciò. Dobbiamo curare la cooperazione in modo maniacale”, anche perché il vero pericolo costituito dall’Isis in questo momento non è tanto la capacità di sviluppare campagne militari in in Medio Oriente, quanto il tentativo di volersi dimostrare “ancora forte e rispondere con azioni terroristiche”.

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