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Il caso Weinstein

Il caso Weinstein

Harvey Weinstein

È salito a 40 il numero delle donne che accusano di molestie sessuali Harvey WeinsteinL’uomo, 65 anni, è nell’occhio del ciclone dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo nell’industria cinematografica americana per oltre 30 anni. Prima da co-fondatore della Miramax e poi della The Weinstein Company (insieme al fratello Bob). I suoi film hanno ottenuto oltre trecento nomination agli Oscar, vincendone settanta (da The Artist a Django Unchained e Shakespeare in Love). Tarantino, per dire, è una sua creatura. La fine, però, prima o poi arriva per tutti. E il declino del super produttore («the last mogul») – c’è chi dice per una serie di lotte interne alla sua stessa società – coincide con uno degli scandali più gravi della storia di Hollywood.

Tutto inizia il 5 ottobre 2017, quando il New York Times mette nero su bianco quello che si vociferava da anni. Il produttore avrebbe molestato decine di donne: dipendenti, attrici, modelle. Le prime a parlare al quotidiano, che mette insieme molte interviste ad attuali ed ex dipendenti delle case di produzione di Weinstein, diversi documenti legali, ed email, sono Rose McGowan e Ashley Judd. Quest’ultima rivela di una colazione di lavoro in hotel di Beverly Hills, trasformatasi in incubo. «Mi fece salire nella sua stanza, dove si presentò in accappatoio e mi chiese di guardarlo mentre faceva la doccia. A quel punto pensai: “Come posso uscire dalla stanza il più velocemente possibile senza indispettire Harvey Weinstein?” Mi sono sentita intrappolata. C’era molto in ballo». Quest’ultima frase accomuna tutte.

Passano cinque giorni dalla bomba lanciata dal New York Times e il New Yorker pubblica un lunghissimo servizio – a firma di Ronan Farrow – in cui si fanno nuovi nomi, si aggiunge l’accusa di stupro. A parlare adesso sono altre tredici donne, tutte vittime. Di violenze, abusi, assalti respinti. Tra queste, ci sono l’italiana Asia Argento, Mira Sorvino, Rossanne Arquette.

La figlia del maestro dell’horror Dario racconta – per la prima volta – di essere stata violentata dal produttore quando aveva 21 anni. Era il 1997 e l’attrice era stata invitata dal produttore italiano Fabrizio Lombardo a un (finto) party della Miramax in Francia. Ad accoglierla fu solo Weinstein: non c’era in realtà nessuna festa, solo una stanza d’albergo vuota. Asia ripercorre l’incubo: «Mi ha chiesto di fargli un massaggio, e poi mi ha costretto ad aprire le gambe e a subire un rapporto orale. Dopo quel giorno, quando lo guardavo negli occhi mi sentivo debole. Dopo la violenza, lui aveva vinto».  Intervistato da Vanity Fair, Lombardo nega di aver mai procacciato donne per Weinstein e annuncia querela nei confronti della Argento. «Non ho mai accompagnato Asia da Weinstein e l’ho detto anche a Ronan Farrow che, infatti, nel suo pezzo sul New Yorker non mi cita», spiega. «Con Weinstein ho avuto solo rapporti di lavoro». Ma rispuntano le foto delle sue nozze del 2003 con Chiara Geronzi. Il testimone di nozze? Era proprio Weinstein. Dopo aver raccontato la violenza subita, Asia Argento si ritrova sommersa da insulti sui social, da parte dei soliti che la accusano di «essersela cercata». Qualche giorno dopo, risponde con uno sfogo pubblicato su Instagram: «È colpa di persone come voi se le donne hanno paura di raccontare la verità. Dal resto del mondo ricevo solo parole di solidarietà e conforto, nel mio paese vengo chiamata troia. Vergognatevi, tutti. Siete dei mostri». E poi ancora, in diretta tv dichiara: «Lascio l’Italia. Tornerò quando le cose miglioreranno per combattere le battaglie con tutte le altre donne».

A questo punto, niente sarà come prima. Riemerge una frase di Courtney Love del 2005 («Un consiglio alle giovani attrici? Non andate a un party di Weinstein»). Parlano (quasi) tutte le donne di Hollywood: da Angelina Jolie («Ho ricevuto in gioventù avances non desiderate, e respinte, in una stanza d’albergo. Come risultato, ho scelto di non lavorare più con lui. Questo comportamento verso le donne in qualsiasi campo, in qualsiasi Paese è inaccettabile», a Gwyneth Paltrow («Avevo 22 anni, mi mise le mani addosso, mi spinse verso la camera da letto, in cerca di un massaggio. Ero una ragazzina, ero pietrificata»), da Léa Seydoux («Era difficile dire di no perché era potentissimo. Tutte le ragazze avevano paura di lui […] Improvvisamente mi saltò addosso e provò a baciarmi. Ho dovuto difendermi. È grande e grosso, ho dovuto fare forza per resistere. Sono uscita dalla sua stanza, completamente disgustata») a Cara Delevingne («C’era un’altra donna e pensai di essere al sicuro. Ma lui ci chiese di baciarci. Lo fermai e riuscii a uscire dalla stanza»), da Kate Beckinsale («Avevo 17 anni. Lui era in accappatoio, mi ha offerto da bere, il giorno dopo dovevo andare a scuola») a Sophie Dix («Si stava masturbando davanti a me. Sono scappata. Quel no ha rovinato la mia carriera»). E Kate Winslet fa sapere: «Quando nel 2009 vinsi l’Oscar (per The Reader) mi dissero: “Assicurati di ringraziare Weinstein, se vinci”, ricordo di aver risposto “No, non lo farò”. Non era per ingratitudine. Se le persone non si comportano bene, perché ringraziarle? È sempre stato prepotente e spiacevole».

Meryl Streep non lo chiama più Dio. Dure parole di condanna arrivano dall’attrice, che come tante altre colleghe ha vinto un Oscar per un film (The Iron Lady) prodotto da lui: «Le donne coraggiose che hanno fatto sentire la loro voce per denunciare gli abusi sono eroine, qualsiasi abuso di potere è disgustoso e imperdonabile». George Clooney, nonostante l’amicizia di lunga data, usa l’aggettivo «indifendibile», Matt Damon nega qualsiasi «copertura passata». Anche Jennifer Lawrence si dice sconvolta: «Il mio cuore è per tutte le donne colpite da queste terribili azioni. E voglio ringraziarle per il loro coraggio nell’uscire allo scoperto». Di «abuso di potere inaccettabile» parla Penelope Cruz, che aggiunge: «Ho bisogno di esprimere il mio sostegno a tutte coloro che hanno avuto queste orribili esperienze. Nel parlare hanno dimostrato un grande un coraggio». Emma Thompson, invece, ha spiegato di non essere al corrente di ciò che succedeva con Weinstein, ma non ne è stupita : «Non ne sono sorpresa. Non penso di possa definire come una persona dipendente dal sesso, per me è un predatore». Channing Tatum,dopo lo scandalo, rinuncia all’adattamento per il grande schermo del romanzoForgive Me, Leonard Peacock (sarebbe stato prodotto proprio dalla Weinstein Company). A difendere Weinstein, solo l’amica Donna Karan che, però, travolta dalle polemiche ridimensiona le sue (infelici) dichiarazioni («Forse quelle donne se la sono un po’ cercata»).

Lo sceneggiatore Scott Rosemberg, che ha lavorato a lungo con Weinstein dice la sua via Facebook e rivela che nessuno – a Hollywood – può definirsi innocente: «Io c’ero. C’ero dal 1994 alle anni 2000. L’età dell’oro. Ognuno di noi sapeva. Non che violentasse, sia chiaro. Ma eravamo tutti consapevoli che il suo comportamento aggressivo fosse terribile. Sapevamo della fame di quell’uomo, del suo fervore, del suo appetito. Come un orco insaziabile uscito dalle favole dei fratelli Grimm. Abbiamo taciuto perché era la nostra gallina dalle uova d’oro. Chiedo scusa alle donne che hanno dovuto subire. Mi scuso, e mi vergogno. Perché, alla fine, sono stato complice. Harvey con me è stato solo una cosa: meraviglioso. Quindi ho incassato i benefici e ho tenuto la mia bocca chiusa. Ma anche voi dovreste scusarvi».

«Scioccata e sconvolta», sono le parole usate da Hillary Clinton (Harvey e il fratello Bob hanno spesso sostenuto a livello finanziario molte cause del partito democratico): «Il comportamento descritto da queste donne», ha aggiunto, «non può essere tollerato». La politica americana ha anche comunicato che intende devolvere in beneficenza i fondi raccolti dal produttore (circa 1,5 milioni di dollari). Condannano anche Barack e Michelle Obama (Weinstein quest’estate ha offerto uno stage a Malia Obama, primogenita dell’ex presidente): «Siamo disgustati. Un uomo che umilia e degrada le donne deve essere condannato a prescindere dalla sua ricchezza e dal suo status». In Italia interviene anche la presidente della Camera Laura Boldrinisulla polemica intorno ad Asia Argento: «Bisogna rimanere in Italia per rafforzare la solidarietà tra donne. Asia non mollare. Non è importante se e quando una donna decide di denunciare un abuso. Queste sono sue scelte. Lo scandalo è che un uomo di potere, questo Weinstein, si sentiva libero di saltare addosso alle ragazze».

La stilista Georgina Chapman (fondatrice e direttrice creativa, con l’amica Keren Craig, della griffe Marchesa), mamma di due dei suoi figli, non può restare al suo fianco: «Il mio cuore è infranto al pensiero di tutte le donne che hanno sofferto per azioni imperdonabili. Ho deciso di lasciare mio marito. Prendermi cura dei miei figli è la priorità».

Il produttore prima fa circolare una lettera di scuse e annuncia di voler querelare il Nyt. Poi, man mano che le accuse aumentano, si sfoga: «Sono devastato, ho perso mia moglie e i miei figli», dice a PageSix. In una mail alla sua azienda, fa sapere: «So che il consiglio di amministrazione dell’azienda vuole licenziarmi (cosa che è avvenuta, ndr). Questo è sbagliato, tutto ciò che chiedo loro al momento è: lasciatemi prendere una pausa e fare una dura terapia e un trattamento psicologico. Lasciate che io possa riprendermi dandomi una seconda chance». Intanto, va in rehab, in Arizona. Proverà «a guarire dalla dipendenza dal sesso».

La Academy of motion, pictures, arts and sciences, l’organizzazione che assegna gli Oscar a Hollywood, annuncia la sua espulsione: «Non vogliamo solo separarci da qualcuno che non merita il rispetto dei suoi colleghi, ma anche inviare un messaggio: l’era della deliberata ignoranza e della vergognosa complicità in un comportamento sessuale predatorio e di molestie sul lavoro nella nostra industria è finito». La polizia di New York e Scotland Yard a Londra aprono due inchieste a proposito delle denunce contro il produttore, mentre il procuratore di Los Angeles Mike Feuer fa un appello alle vittime di abusi: «Le accuse a Weinstein hanno acceso la luce sugli abusi e le violenze sessuali nel posto di lavoro. Sappiamo che non si tratta di un problema di Hollywood. So che molte vittime si chiedono: perderò il mio posto di lavoro? Sarò umiliata? Verrò creduta? Qualcuno starà dalla mia parte? Ecco vengo a dirvi che le denunce verranno prese seriamente. Denunciate!».

E le donne del mondo dello spettacolo rompono il silenzio non solo su Weinstein. Attrici, cantanti, ma anche donne normali raccontano di quando è successo anche a loro, di quando sono state vittime di abusi. America Ferrera si fa avanti:  «La prima volta che ricordo di essere stata “aggredita sessualmente” avevo nove anni. Non l’ho detto a nessuno e ho convissuto con la vergogna e la colpa che io – una bambina di 9 anni – fossi stata in qualche modo responsabile delle azioni di un uomo adulto». Interviene Jennifer Lawrence sugli abusi subiti a inizio carriera: «Mi chiedevano di rimanere nuda per poi dirmi: “sei troppo grassa”, oppure: “Non è vero, per me sei scopabile”». E la denuncia di Reese Witherspoon: «Provo disgusto per il regista che mi ha molestato quando avevo 16 anni».

Mi ha molto stupito che sia venuto fuori adesso, ma non ha importanza. Non bisogna dimenticare quanto sia complesso e difficile metabolizzare la sofferenza, anche in un tempo come il nostro in cui l’abuso è all’ordine del giorno. Queste donne hanno subito un sopruso incredibile, e non esistono giustificazioni alla violenza. Il colpevole è chi perpetra l’abuso, non chi lo subisce. Mai. Ci sono donne che per fragilità e per debolezza non riescano a sottrasi quando c’è una avances che supera il limite. Sembra assurdo, ma ci sono delle situazioni in cui non è così scontato riuscire a tirarsi indietro. Dal mio punto di vista, prima di tutto viene la propria persona, la propria dignità e la propria coerenza. Nel caso di Weinstein si parla di violenza prodotta da una sudditanza psicologica fortissima. Prendersela poi con la Argento è meschino. Una persona non può essere vittima solo se ha la reputazione di “simpatica”.

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