Guerra

Raqqa è presa. Daesh è davvero sconfitta

Raqqa è mpresa. Daesh è davvfero sconfitta

Raqqa è mpresa. Daesh è davvfero sconfitta

Stavolta la bandiera nera è stata ammainata davvero. Raqqa è stata liberata, gli ultimi miliziani dell’Isis uccisi o arresi: a riferirlo è l’Osservatorio per i diritti umani (Ondus). Il Califfato ha perso la sua capitale. Ma nel quadrante siro-iracheno la domanda che subito s’impone è: chi l’ha liberata? Quale delle coalizioni che agiscono in Siria può vantarsi di aver strappato a Daesh la sua capitale? Chi alza la sua bandiera su Raqqa acquista punti importanti nella partita che da tempo si sta giocando in Siria, come nel vicino Iraq, e che ha come posta in gioco la definizione dei nuovi equilibri di potenza nel Medio Oriente.

 Ad annunciare la liberazione di Raqqa sono state le milizie curde siriane dell’Ypg e i combattenti arabi sostenuti e armati dagli Stati Uniti. Da questo punto di vista, almeno in questo frangente, Donald Trump ha avuto la meglio su “Vladimir d’Arabia”, al secolo Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, finora l’unico vero dominus sullo scacchiere siriano. Ma una vittoria militare può rivelarsi l’anticamera di un altro conflitto armato. È quello che vedrà contrapposti i curdi siriani e l’esercito turco. Perché una cosa è certa: ancor più che l’affermarsi dello Stato islamico, ciò che il “Sultano di Ankara”, il presidente Recep Tayyp Erdogan, teme di più è la costituzione del Grande Kurdistan, che dalle provincie a maggioranza curda dell’Iraq si estenda all’area della Siria prospiciente i confini della Turchia per poi avere un deflagrante effetto domino nelle regioni turche a maggioranza curda.
Una prospettiva che il regime islamonazionalista turco avverte come una minaccia mortale, contro cui scatenare una devastante potenza di fuoco. La caduta di Raqqa è un ulteriore tassello dello smembramento di fatto dello Stato siriano in tanti staterelli etnicoreligiosi, ognuno dei quali risponderà agli sponsor esterni: più che mini-stati, veri e propri protettorati: lo staterello alawita, protetto dalla Russia, lo staterello-sunnita, finanziato dall’Arabia Saudita e dalle petromanrchie del Golfo, una testa di ponte turca nel nord della Siria. E ancora: lo staterello sciita, ai confini con il Libano, assistito dall’Iran e protetto militarmente dagli hezbollah libanesi.

Quanto ai curdi siriani, la vittoria di Raqqa imprimerà un’accelerazione alla costituzione di un sistema federale che dovrebbe sostituire i tre “cantoni” in cui ora sono divisi: quelli di Jazira, Kobane e Afrin. Lo riferisce il sito curdo iracheno “Rudaw”, citando una fonte curda siriana secondo la quale “è imminente una conferenza a Rmelan tra i cantoni auto-amministrati di Rojava”.

Oggi la Siria che abbiamo di fronte è un paese in macerie, uno Stato diviso in quattro: le “quattro Sirie”. Un processo irreversibile. Una Siria sotto l’egemonia del clan Assad; un’altra, sia pur ristretta, dominata da milizie jihadiste comunque denominate; una terza in mano alle opposizioni armate sunnite sostenute da Riyadh; una quarta controllata dalle milizie curde.

Ciò che le dinamiche militari possono variare, come sta avvenendo, sono le dimensioni territoriali delle “quattro Sirie” ma non la loro determinazione. In questo scenario, i successi ottenuti sul campo dalle forze lealiste, con il sostegno decisivo di russi, iraniani e sciiti libanesi, hanno indubbiamente esteso il “regno di Assad”, che si estende da sud a nord lungo l’asse urbano Daraa-Aleppo, passando per Damasco, il centro del potere, e Hamah. Homs, è stata per tre quarti distrutta e la sua popolazione sunnita è stata sterminata o costretta all’esilio. Quella che una tempo era la terza città del paese e il principale polo industriale continua comunque a essere lo snodo energetico e delle comunicazioni con la regione costiera di Tartus e Latakia, roccaforte inespugnabile del regime.

Negli ultimi mesi, le forze lealiste hanno guadagnato terreno attorno alle metropoli del Nord, conquistando territori chiave nei sobborghi settentrionali, orientali e meridionali di Damasco, arrestato i tentativi degli insorti di avanzare dalla regione meridionale di Daraa verso la capitale. Nella guerra in corso da oltre sei anni, le trincee dove i lealisti rimangono sono quelle sul versante orientale delle alture del Golan occupate da Israele, sulle montagne a nord-est di Latakia e nelle campagne tra Idlib, Aleppo e Hamah. In questo quadro, la caduta di Raqqa chiude un capitolo e ne riapre un altro, non meno tormentato probabilmente, nella insanguinata vicenda siriana. Una vicenda tutt’altro che conclusa.

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