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La Catalogna dichiara l’indipendenza. Ma la sospende subito.

La Catalogna dichiara l'indipendenza

La Catalogna dichiara l’indipendenza

“E’ un momento di dimensione storica eccezionale”. Nella sede del parlamento di Barcellona, il presidente della Generalitat Carles Puigdemont pronuncia il suo discorso, parole chiavi per il futuro della Catalogna. “Sì all’indipendenza”, dice il leader secessionista al termine di un messaggio appassionato durato una ventina di minuti, “ma propongo di sospenderla per qualche tempo per procedere con negoziati”, senza nominare direttamente Madrid come controparte. E, secondo El Pais, il dialogo auspicato col governo centrale non inizia bene. Appena finito il discorso, il governo Rajoy ha fatto sapere di considerare le parole di Puidgemont “una inammissibile dichiarazione di secessione”, “non cederemo al ricatto” e di essere pronto a darne adeguata risposta.

A tarda sera Puidgemont sottoscrive con la sua firma un testo, votato da 72 parlamentari catalani (gli indipendentisti di Junts pel Sì e Cup) su 120, che auspica che si venga a creare “una Repubblica Catalana quale Stato indipendente e sovrano” ma allo steso tempo prevede “l’apertura di un negoziato con lo Stato spagnolo per definire un sistema di collaborazione per il beneficio di entrambe le parti”.

Il presidente avvia il discorso con un’ora di ritardo, rinvio carico di tensioni e congetture, e parla subito di “forte necessità di non alimentare la tensione”, riconosce che “il momento è critico e serio, ma”, insiste, “dobbiamo essere tutti qui ad assumerci le nostre responsabilità”. “In tutti le forme possibili è stato chiesto un dialogo per un referendum come in Scozia nel 2014. La risposta di Madrid è stato un no combinato con la persecuzione della polizia, dei giudici e delle autorità spagnole contro la Catalogna”, ricordando anche “la detenzione di 17 cariche pubbliche catalane”. Tuttavia, sottolinea, “le violenze estreme della polizia di Madrid, senza precedenti in Europa, non hanno impedito il voto. E le immagini dei feriti rimarranno per sempre. Ci sono persone preoccupate, colte dallo sgomento di ciò che è accaduto e che potrebbe accadere”. Però, aggiunge il leader secessionista, “non siamo golpisti, siamo e resteremo un solo popolo”. “Nelle ultime ore e giorni, molte persone hanno parlato con me e dato suggerimenti, tutte idee lecite e rispettabili” ha aggiunto il presidente “ma quel che presenterò oggi non è una decisione personale, ma il risultato del primo ottobre”. E riparte dal referendum: “I sondaggi dicono sì all’indipendenza, e questa è l’unica lingua che capiamo”. Quindi, scandisce “dichiaro l’indipendenza” ma Puigdemont non preme sull’accelleratore: “Chiedo che il parlamento la sospenda per qualche settimana per cercare di aprire il dialogo”. Poi, a metà del suo discorso in catalano, Puigdemont ha iniziato a parlare in spagnolo per rivolgersi direttamente al resto della popolazione del Paese. “Non abbiamo nulla contro la Spagna e gli spagnoli ma le relazioni non funzionano e non si è fatto nulla per cambiare la situazione, che è diventata insostenibile. Un popolo non può essere obbligato contro la propria volontà ad accettare lo status quo”. Quindi, solo verso la fine del suo annuncio, scandisce di assumersi “mandato del popolo” perché la Catalogna “si converta in uno Stato indipendente in forma di Repubblica”.

All’esterno, circa 30mila persone raccolte dalle organizzazioni indipendentiste Asamblea Nacional Catalana e Omnium Cultural, hanno ascoltato su due maxi schermi il discorso del governatore catalano. Hanno accolto con applausi e grida di felicità le parole di Puigdemont sullo “Stato indipendente”, poi, però, sono scattati i fischi dopo le successive frasi con cui il governatore ha detto di “sospendere gli effetti della dichiarazione d’indipendenza per aprire la porta al dialogo”. E Madrid come reagisce alle parole del presidente catalano? Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha seguito alla Moncloa il discorso di Puigdemont e sulla crisi riferirà il giorno successivo, venerdì, al Congresso dei deputati.  A tarda sera è stata convocata d’urgenza una riunione tra il premier, la vice premier e fedelissima Soraya Saenz de Santamaría, il ministro della Giustizia Rafael Català, a cui ha partecipato anche il premier socialista Pedro Sanchez. Prima risposta, la convocazione, venerdì mattina alle 9, di un consiglio dei ministri straordinario.

Un tentativo in extremis era arrivato dalla sindaca della capitale catalana, Ada Colau, che da giorni cercava di costruire una mediazione, dentro e fuori la Spagna, sostenendo che il referendum del primo ottobre non era sufficiente a dare legittimità a una dichiarazione di indipendenza. E che serviva fermarsi e dialogare per non spaccare ancora di più una società catalana divisa. Al suo appello si erano uniti otto Nobel per la Pace, tra cui Adolfo Pérez Esquivel, Rigoberta Menchu e Jose Ramos-Horta, che hanno inviato una lettera ai leader catalani e spagnoli chiedendo una mediazione pacifica per risolvere la crisi

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