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Prisoner Caparezza

Prisoner Caparezza

Caparezza

Dopo aver tentato di corteggiare Dike, ritrosa dea della giustizia, Atlante cade schiacciato dal globo terrestre che Zeus gli ha messo sulle spalle per punirlo dell’alleanza con Crono, guida dei Titani contro gli dèi. Ad Atlante è caduto il mondo addosso come a Caparezzaquando ha conosciuto l’acufene. Entrambi si chiedono: è sopruso o giustizia?
Dal terzo brano di “Prisoner 709″ riavvolgiamo il nastro di tre anni. “Museica” è stata un’opera mastodontica per musica, immaginario, qualità delle liriche. L’anno dopo la sua uscita Michele Salvemini ha iniziato a fare i conti con questo disturbo uditivo consistente in fischi e tintinnii nell’orecchio. Il sottotesto fattuale del nuovo disco è raccontato in “Larsen”, che descrive le traversie mediche affrontate nel 2015 (“ho visto più medici in un anno che Firenze nel Rinascimento”) e le conseguenze fisiche dell’acufene (“il suono del silenzio a me manca più che a Simon e Garfunkel“): Caparezza si è trovato ingabbiato, e per liberarsi da questa gabbia reale si è creato una prigione finzionale, affidandosi al rock. È nato così un progetto con un impatto sonoro poderoso e una costruzione bidimensionale che ne eleva il pregio ai piani più alti della sua produzione.

Il primo filo narrativo è tracciato da 16 momenti che il protagonista vive nelle ‘sue prigioni’, dal reato all’ora d’aria, dal colloquio alla tortura fino all’evasione e alla latitanza. La seconda strada è quella numerica: ogni canzone è descritta da due parole di sette e nove lettere, che indicano il tema e creano una sorta di numerologia.
Sette come Michele, nove come Caparezza: si manifesta così il carattere introspettivo del lavoro, in cui il cantautore prova a includere il passato nel nuovo percorso in bianco e nero, pur ammettendo il suo cambiamento (“non sono più lo stesso di un secondo fa”). Questo è il filo logico di “Prosopagnosia”, deficit percettivo che impedisce di riconoscere i tratti facciali altrui. La sua è un’auto-prosopagnosia: Michele non riconosce più se stesso ma non si lascia andare a vittimismi, non intende approfittare della posizione di Caparezza. L’album ragiona sul senso di inadeguatezza dell’autore rispetto al presente, di cui l’opposizione tra compact e streaming della title track diventa correlativo oggettivo. “Cerco me stesso quindi un supporto che ormai nessuno può darmi”: oltre a criticare l’odierna pratica di fruizione della musica, l’autore si trasforma in un’opera fisica ormai demodé.

In questo senso sono fondamentali le canzoni 7 e 9. “Una chiave” è la canzone di Michele, il colloquio dell’adulto con il bambino. Un brano intimo e personale in cui Caparezza cerca sicurezza nel passato, che però forse ha più coraggio di lui. Quest’incontro è la chiave di s-volta e provoca una reazione (anche musicale), il secondo singolo “Ti fa stare bene”: un coro di bambini nel ritornello, l’avvio lasciato a chitarra e pianoforte, un disco di autoanalisi che se ne frega di impegno o frivolezza, se ne frega di stare a tempo col tempo e suona una canzone “un po’ troppo da radio ma ‘sti cazzi”. “Migliora la tua memoria con un click” è invece la traccia di Caparezza, che riconosce la sua maturità e il suo rapporto con il lato nero della modernità, piena di storture e contraddizioni, dalla tecnologia alla venerazione delle icone, buone per i santi, fino a una concezione bislacca del dolore. Pavese scriveva che il dolore “è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita”; Caparezza precisa che non ha senso dargli un’accezione positiva per confortare il senno del poi: “accettare il dolore per apprezzare la vita è come ingoiare un tizzone per apprezzare la pizza”.

Nel disco ci sono due metacanzoni: la prima è “Forever Jung”, che trasforma il rap in uno psicoterapeuta a cui il paziente affida il proprio flusso di coscienza. Caparezza usa il genere come megafono per esprimere e arginare il suo dissesto, come linguaggio più forte di quello privato. La seconda è “Il testo che avrei voluto scrivere”, una riflessione sulla valenza della canzone, sul suo rapporto con le classifiche e i gusti (“non ascolto il giudizio del popolo intero perché non mi sento Pilato”). In mezzo c’è uno dei pezzi migliori del disco, “Confusianesimo”. Cosa succederebbe se si adottassero tutte le religioni contemporaneamente? A parlare è un agnostico scettico, bisognoso di risposte spirituali: raziocinio, fede, scienza, superstizione? Tutti i dogmi assieme, uniti a qualche fantasticheria, culminano in un ritornello ipnotico.

“Solo accettando la finzione noi ritroveremo l’umanità” è la massima che domina “L’infinto” e forse tutta l’opera. Eccola, la finzione, come strumento per ritrovare l’autentico, l’umano, il vero. Da Leopardi a Caparezza: la siepe e l’ermo colle diventano un computer, una realtà robotica, distopica, in cui piomba pure Ungaretti (“si sta come d’autunno sugli alberi le foglie fatte di pixel”). Per ritrovare l’umanità bisogna accettare che tutto sia finto, fingersi nel proprio pensiero. Così il prigioniero accetta la sua crisi, il suo bipolarismo, il suo disagio.

Nonostante sia ambientato in una gabbia, “Prisoner 709” è un disco paradossalmente aperto e circolare, che finisce come comincia, come un broncio che si capovolge. È una raccolta di liriche meno rabbiose ma ugualmente taglienti, la solita patchanka di riferimenti nerd e pop che nel sottotesto nasconde quel grande nodo poetico alla base del pettine di Caparezza, il dualismo umano di marca scapigliata. È un album che ha la prosodia fulminea del rap ma la complessità di un’opera rock, o di un romanzo epistolare. È il percorso somatico di un uomo che è personaggio, e di un personaggio che si ri-scopre uomo.

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