Giustizia

Caso Consip

Henry John Woodcock

Il procuratore Lucia Musti si è insospettita e anche infastidita di quei due “esagitati” di investigatori, il capitano Scafarto e il suo capo supremo, il colonnello Sergio De Caprio, l’ex capitano Ultimo che nel 1993 arrestò Totò Riina. Ma sul momento non ha ritenuto opportuno alzare il telefono e chiedere al suo collega di Napoli Henry John Woodcock “scusa, chi mi hai mandato”. Soprattutto, a chi affidi le indagini, a due che vanno in giro per procure annunciando e vantandosi di indagini nei confronti dell’allora presidente del consiglio Matteo Renzi.

Nella lunga deposizione del procuratore di Modena Lucia Musti rilasciata il 17 luglio scorso davanti ai membri della Prima sezione del Consiglio superiore della magistratura, non risulta che il procuratore, preoccupata e stupita per i toni e le parole dei due investigatori, abbia sentito sul punto il pm Woodcock di cui Ultimo, il Noe e Scafarto sono stati l’ombra. “Non era questo l’oggetto dell’audizione” riferiscono più fonti del CSM “ma è proprio questo il motivo per cui abbiamo trasmesso il verbale alla procura di Roma che indaga sul caso Consip”. Un fascicolo conquattro filoni di indagine e dodici indagati. Uno dei filoni è relativo alla fuga di notizie istituzionale (Lotti, Saltalamacchia, Del Sette). Un altro al traffico di influenze (Tiziano Renzi, Carlo Russo).

“Dottoressa, scoppierà un casino, arriviamo a Renzi” disse a settembre 2016 il capitano Scafarto al procuratore di Modena Lucia Musti. L’ufficiale del Noe era nel suo ufficio perché doveva relazionare sull’inchiesta Cpl Concordia, una storia di mazzette iniziata a Napoli (corruzione per la metanizzazione di Ischia), trasferita nel 2015 a Modena e ora dibattimento. La procuratore non chiese e non volle sapere altro. Stupita di tanta “leggerezza e disinvoltura”, Musti capi dopo qualche mese (l’inchiesta Consip scoppia tra novembre e dicembre 2016, subito dopo il referendum) a cosa alludeva Scafarto. Le rimase addosso, ha raccontato, la netta sensazione che quelli del Noe provassero a condizionarla. Anche perché non era la prima volta che accadeva una cosa del genere: nel 2015, ai tempi dell’inchiesta Cpl, fu Ultimo in persona a dirle: “Lei ha una bomba in mano, se vuole la può fare esplodere”. Si riferiva, De Caprio, all’intercettazione contenuta erroneamente (non ci doveva stare perché non pertinente e senza valore penale,come decise poi la procura) nel fascicolo Cpl. Si tratta di una conversazione del gennaio 2014 tra il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi e l’allora premier Matteo Renzi in cui si ipotizzava la sostituzione di Enrico Letta. In prospettiva, si può dire che quello fu il primo attacco del Noe a Matteo Renzi. Una parabola che ha avuto il seguito più pesante con l’inchiesta Consip. Anche quell’intercettazione finì pubblicata su Il Fatto quotidiano.

Forse non è ancora lo show down finale. Ma quello che succederà d’ora in poi potrà solo rafforzare e peggiorare quella che ormai è la convinzione che nasce dalla somma di numerosi indizi:un pezzo importante dello Stato, il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri (NOE) ha lavorato non per trovare la verità – almeno non solo per quello – ma anche per condizionare la scena politica. L’8 agosto Matteo Renzi, ospite del Caffè della Versiliana, pronunciò per la prima volta quella parola: “Se pezzi dello Stato lavorano per fabbricare prove false o manipolarne altre a sfavore del Presidente del Consiglio in carica, si chiama eversione. Lo dico piano perché fa effetto anche a me”. Tutto lo stato maggiore del Pd, da Franceschini a Zanda, da Orfini a Pisicchio, hanno parlato esplicitamente di “eversione”.

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