La May non è una buona leader

La May non è una buona leader

La May non è una buona leader
Theresa May

Il parlamento britannico dovrà votare per consentire al governo di iniziare il procedimento per la Brexit. Lo ha stabilito una sentenza della Corte suprema britannica, confermando il verdetto dell’Alta corte di novembre 2016, contro il quale era stato proposto ricorso. La premier britannica Theresa May non potrà quindi dare avvio alla procedura per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza il voto favorevole dei parlamentari. Il via libera è comunque atteso entro il 31 marzo, la data stabilita dal governo per iniziare le negoziazioni con i paesi membri Ue. Secondo la Corte invece non occorre l’approvazione delle assemblee di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Il governo sosteneva di poter avviare il processo dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea usando i cosiddetti poteri prerogativa, ossia la prerogativa reale (royal prerogative), secondo cui l’esecutivo opera sotto mandato della Corona. Ma molti insistevano sul fatto che una decisione di questa portata potesse essere presa solo ed esclusivamente dal parlamento. In ogni caso è molto probabile che il parlamento voti a favore della Brexit per rispettare la vittoria del leave al referendum di giugno 2016.

Con un voto dal grande valore simbolico, la Scozia si è rifiutata di fare scattare l’articolo 50 dei Trattati di Lisbona. Il parlamento ha infatti votato contro il progetto di legge del governo britannico sulla Brexit, volto ad avviare il processo di addio all’Unione Europea da parte del Regno Unito, un paese di cui la Scozia fa parte. Sono stati 90 i politici scozzesi ad esprimere la loro contrarietà, contro i 34 che hanno invece votato a favore del disegno di legge già approvato dal Parlamento inglese. Il voto, tuttavia, non è vincolante, bensì soltanto indicativo. In sostanza non cambia nulla in concreto nella marcia di Londra verso la Brexit, ma il risultato potrebbe essere usato a fini politici, nel caso per esempio si tentasse di indire un secondo referendum sulla Brexit esclusivamente in Scozia. Nel voto popolare del 23 giugno del 2016, la stragrande maggioranza del popolo scozzese si è schierata con il fronte del Remain. In tutto il Regno Unito il frangente del Leave ha vinto con il 52% dei consensi.  La reazione a catena della Brexit parte dalla Scozia: il capo del governo Nicola Sturgeon ha mantenuto la promessa e ha annunciato che la settimana prossima avanzerà la richiesta formale per un nuovo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito. Ma la Scozia può veramente rendersi indipendente? A che prezzo e in che tempi? Prima di rispondere a queste domande bisogna esaminare le ragioni che hanno spinto la Sturgeon a dare il clamoroso annuncio. La consultazione si dovrebbe svolgere tra l’autunno del 2018 e la primavera del 2019, quindi proprio nella finestra temporale in cui è prevista l’uscita di Londra dall’Ue contro cui aveva votato il 62% degli scozzesi. “Domanderò al Parlamento scozzese di autorizzarmi a trovare un accordo con il governo britannico per avviare le procedure”, ha anticipato la Sturgeon incontrando i giornalisti alla Bute House. La First Minister ha criticato “il muro di intransigenza” eretto dal Regno Unito alla richiesta scozzese per un coinvolgimento nei negoziati e un “accordo differenziato” sulla Brexit, con il risultato che anche per la Scozia si profila un’uscita dal mercato unico europeo oltre che dall’Ue. “Ci meritiamo di scegliere il nostro futuro, l’opzione del ‘non cambiamento’ non è più disponibile”, ha aggiunto.  La premier scozzese, Nicola Sturgeon, ha annunciato di aver presentato formalmente al governo britannico la domanda per organizzare un secondo referendum per l’indipendenza da Londra. La leader del partito indipendentista scozzese SNP ha fatto pervenire una lettera in tal senso al primo ministro inglese, Theresa May, nella quale sottolinea che “il popolo scozzese ha il diritto di scegliere il proprio avvenire”. Il Parlamento scozzese ha approvato la richiesta della prima ministra Nicola Sturgeon di negoziare con il governo britannico un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia. Questa settimana Sturgeon chiederà formalmente alla prima ministra britannica Theresa May di dare poteri temporanei al Parlamento scozzese di modo che possa organizzare il referendum, che nei piani del governo della Scozia dovrebbe tenersi nella primavera del 2019.

Non riusciranno a salvare l’Europa, ma almeno i Lord britannici provano a salvare gli europei. Non tutti: i 3 milioni che vivono nel Regno Unito. La camera alta del parlamento di Westminster vota 358 a 256 per concedere a tutti loro (compresi circa mezzo milione di italiani) il diritto incondizionato di rimanere a tempo indeterminato in questo paese anche dopo la Brexit. Anche il governo di Theresa May fa la stessa promessa, ma è appunto solo una promessa, condizionata alla concessione di un diritto analogo a oltre 1 milione di cittadini britannici residenti negli altri paesi dell’Unione Europea. In pratica, per Downing Street è un diritto da reciproco da regolare nel corso del negoziato di ‘divorzio’ fra Londra e Bruxelles che dovrebbe cominciare questo mese e durare due anni. Si sa tuttavia come vanno i divorzi: è facile bisticciare e quello tra Gran Bretagna e Ue si annuncia litigiosissimo. “Sarebbe disumano trattare gli europei che vivono tra noi, che lavorano nei nostri ospedali e nelle nostre scuole, come merce di scambio sul tavolo delle trattative”, dice la baronessa Hayter, una dei lord che hanno votato a favore del provvedimento.

Si chiamava Khalid Massood, aveva 52 anni ed era nato nel Kent. L’identità del killer autore dell’attentato davanti al Parlamento di Westminister a Londra, che il 22 marzo ha fatto cinque morti e decine di feriti, è stata rivelata poche ore dopo la rivendicazione dell’attacco da parte dello Stato islamico. “È stato un soldato del Califfato“, ha annunciato Site, riprendendo l’agenzia di propaganda Amaq. L’attentatore non era mai stato condannato per terrorismo, ma era noto alle forze dell’ordine per possesso di armi, lesioni aggravate e disturbo della quiete pubblica. La prima condanna risale al 1983 per danni, l’ultima al 2003 per il possesso di un coltello. Secondo il Daily Mail, di recente risiedeva a Birmingham e lì avrebbe noleggiato il suv utilizzato per compiere l’attacco. Nel corso della giornata sono state arrestate otto persone in sei diversi indirizzi tra Londra e Birmingham: gli arrestati sono considerati fiancheggiatori, ma non complici.

“Questo è un momento storico, da cui non c’è ritorno. Il Regno Unito lascia l’Unione europea, prenderemo le nostre decisioni e scriveremo le nostre leggi, avremo il controllo delle cose che più ci importano. I giorni migliori sono davanti a noi”. Così la premier britannica, Theresa May, alla Camera dei Comuni, ha dato il via ufficiale alla Brexit. May ha sottolineato che Londra e Bruxelles dovranno “lavorare duro” per evitare un fallimento dei negoziati. May ha spiegato che la Gran Bretagna intende “garantire al più presto possibile i diritti dei cittadini Ue”. La premier ha poi spiegato che la Gran Bretagna non farà parte del mercato unico perché si tratta di un’opzione incompatibile con la “volontà popolare” manifestata nel referendum sulla Brexit di restituire al Regno il pieno controllo dei suoi confini e della sua sua sovranità. “L’Ue ci ha detto che non possiamo scegliere” cosa tenere e cosa no, e “noi rispettiamo” questo approccio.

La telenovela della Brexit è appena iniziata a livello formale, e già abbiamo un colpo di scena di quelli grossi. Il governo spagnolo, attraverso il suo ministro degli esteri Alfonso Dastis, ha dichiarato che non userà il potere di veto per impedire l’adesione della Scozia all’UE, pur con grossi se e grossi ma. Se l’indipendenza scozzese dovesse avvenire “in maniera legale e costituzionale”, la Spagna non bloccherà il processo di adesione della Scozia all’Unione Europea. Ogni Paese che desidera entrare nell’Ue, infatti, deve essere approvato con l’unanimità degli altri 27 membri, e la Spagna era l’ostacolo insormontabile ai piani scozzesi. Adesso non è più così, ma la questione resterà comunque complicata. Si tratta, in ogni caso, di un’affermazione fondamentale per i futuri negoziati sulla Brexit, perché spariglia non di poco le carte sul tavolo. Rapidi e uniti. Questo voleva il copione e così è stato: in meno di un minuto i capi di Stato e di governo dell’Unione, ovviamente senza Theresa May, hanno approvato le linee guida europee per il negoziato sulla Brexit. Volati a Bruxelles per un pranzo, i Ventisette restano compatti, senza spaccature. Una notizia tutt’altro che scontata dopo le costanti spaccature registrate negli ultimi anni sulla doppia faglia Nord-Sud ed Est-Ovest. “Le linee guida sono state approvate all’unanimità”, ha twittato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Ma i veri giochi per la separazione tra il Continente e Londra devono ancora iniziare. La premier inglese Theresa May respinge le richieste dell’Unione europea. Il percorso che porterà il Regno Unito alla definitiva uscita dall’Ue sembra essere costituito da numerosi ostacoli e il braccio di ferro tra Unione europea e governo britannico potrebbe riservare ulteriori sorprese. Le richieste avanzate dall’Ue nell’ambito della trattativa per la Brexit sono state respinte dalla premier May, la quale ha sostenuto siano solo “posizioni negoziali dei 27” e ribadendo l’intenzione di arrivare a un accordo che preveda tra i punti principali la creazione di un libero mercato senza dazi, la fine della giurisdizione delle Corti europee e la fine della libera circolazione dei migranti, come già annunciato durante un discorso pronunciato alla Lancaster House lo scorso gennaio. “Meglio nessun accordo che uno cattivo. Pronti a scontro duro con Ue”, ha ribadito.

Theresa May spiazza tutti e annuncia a sorpresa elezioni anticipate per l’8 giugno prossimo. Oltre alla Francia e alla Germania, sarà quindi chiamata al voto nel 2017 anche la Gran Bretagna. Domani la premier presenterà una mozione alla Camera dei Comuni. Nel corso della mattinata si era diffusa la notizia di un annuncio al termine del Consiglio dei ministri, un segreto che aveva messo in apprensione il Paese, la Borsa e la sterlina, con una ridda di voci che si erano diffuse sui media britannici. Man mano prendeva però piede la strada del voto anticipato, chiesto prima dell’avvio del negoziato sulla Brexit.

Un’esplosione, forse due, sono stati uditi al termine di un di un concerto di Ariana Grande alla Manchester Arena. Scopiato il panico, la folla è corsa fuori dall’edificio, invadendo le strade e la vicina stazione metro. Il bilancio è di 22 morti confermati e 59 i feriti. Non è ancora chiaro se a provocare alcuni di quei decessi sia stata l’accalcarsi della folla verso le uscite. Secondo alcuni media, a scoppiare potrebbe essere stata una bomba “farcita di chiodi” e l’attentatore sarebbe morto nell’attentato. Le testimonianze sono però ancora confuse e poche sono le certezze. Qualcuno ha parlato di esplosioni, altri di rumore di spari. Salman, Hashem, Ismail e Ramadan Abedi: una famiglia unita dal terrore. L’attentatore di Manchester non era un “lupo solitario”, è la convinzione di Ian Hopkins, capo della polizia inglese, ma faceva parte di un network più grande. Perché l’attacco che ho portato alla morte di 22 persone “è stato più sofisticato degli attacchi precedenti e sembra possibile che non Salman non abbia agito da solo”. E’ di sette morti e 48 feriti il bilancio parziale del nuovo attacco terroristico che ha interessato la capitale britannica nel cuore della notte di sabato. Dei feriti, 21 sarebbero in “critical condition” (fonte Bbc). Un attacco simile a quello delWestminster Bridge dello scorso 22 marzo. Intanto le squadre speciali della Met hanno effettuato perquisizioni e compiuto una dozzina di arresti di individui che sarebbero collegati all’estremismo islamico. Perché tale è la matrice della strage: l’agenzia Amaq, organo di comunicazione dell’Isis, ha infatti rivendicato l’attacco, specificando che “secondo le sue fonti” è stato opera dei combattenti del Califfato. I terroristi sono entrati in azione dapprima su London Bridge, ponte simbolo della città, e con un pulmino lanciato a tutta velocità hanno investito diversi pedoni prima di schiantarsi vicino al noto “Barrowboy and Banker pub”; tre aggressori ne sono poi usciti – indossando fake giubbotti esplosivi – e hanno accoltellato altri passanti con lame lunghe 30 centimetri, colme hanno raccontato alcuni testimoni oculari. Quindi il commando si è spostato nella zona vicina di Borough Market, animata da pub e ristoranti, affollatissimi nella calda serata di sabato, dove ha continuato la sua azione di morte prima che i tre terroristi cadessero sotto il fuoco della polizia. Quattro agenti  sono rimasti feriti, uno in modo grave ma non è in pericolo di vita. Enough is enough. Basta. Se c’è un paese dove tassisti cercano di investire terroristi per fermarli, donne si immolano per sbarrare le porte dei ristoranti e salvare decine di vite, poliziotti eroi e un sentimento popolare di reazione che non può essere ignorato, è tempo di rispondere a muso duro. Lo ha capito ed espresso con parole precise Theresa May che a tre giorni dal voto, in una domenica di campagna elettorale sospesa ma comunque infuocata, attacca sull’aver “troppo tollerato” e dice “enough is enough”, quando è troppo è troppo. Lo ha capito il suo concorrente, il laburista Corbyn, che va nella stessa direzione: quella del Paese che non può più tollerare ma solo reagire e allora annuncia in caso di vittoria 10mila uomini delle forze dell’ordine in più. Torna la paura a Londra dove un furgone ha falciato diversi pedoni all’esterno di una moschea nei pressi di Finsbury Park, la notte scorsa provocando almeno un morto e otto feriti. L’uomo alla guida, un 48enne, è stato arrestato dalla polizia che, secondo quanto ha dichiarato la premier Theresa May, indaga sull’accaduto come «potenziale attacco terroristico». L’arrestato, come spiegato dal viceministro Ben Wallace, non era noto ai servizi di sicurezza britannici.

I sette leader del G7 hanno firmato la dichiarazione contro il terrorismo. “E’ un forte messaggio di amicizia, vicinanza e solidarietà alla Gran Bretagna” dopo quello che è accaduto nei giorni scorsi a Manchester, ha detto il premier Paolo Gentiloni. La premier britannica Theresa May ha ringraziato gli alleati per il sostegno: “Credo sia importante dimostrare questa determinazione di tutti i paesi per combattere il terrore”. Resta invece sospesa la questione dell’accordo di Parigi sul clima “rispetto al quale il presidente Trump ha in corso una riflessione interna di cui gli altri paesi hanno preso atto”, ha spiegato Gentiloni. La posizione di Macron è quella di essere esigente e convincente con Trump, ma non al prezzo di un indebolimento dell’accordo di Parigi, fa sapere l’Eliseo. Trump vuole prendere la “giusta decisione” sulla questione, affermano fonti della Casa Bianca.

Theresa May ha vinto le elezioni, ma ha perso la sua sfida. La premier britannica è uscita sconfitta dalle urne, con il partito conservatore schiacciato e senza aver ottenuto la maggioranza assoluta in Parlamento, ‘incassando’ solo 318 seggi. I Tory non sono riusciti a raggiungere i 326 seggi necessari ad assicurarsi la maggioranza assoluta aprendo la strada all”hung Parliament’, il Parlamento sospeso, in cui nessuno dei due partiti principali ha la maggioranza assoluta e quindi non è in grado di governare da solo. Buono il risultato del leader dei laburisti Jeremy Corbyn, che si è aggiudicato 262 seggi, invocando immediatamente le dimissioni della premier May: “Ha perso seggi, ha perso voti, ha perso sostegno e fiducia – ha detto il leader laburista – Tutto ciò è sufficiente per lasciare il posto a un governo veramente rappresentativo”.  Le elezioni generali nel Regno Unito sono state indette a causa dei risultati del referendum sulla Brexit; ci si attendeva quindi (seguendo i sondaggi) che il partito di maggioranza relativa del paese (i Conservatori) ottenessero una maggioranza ampia e avessero quindi la possibilità di un maggior spazio di manovra nelle trattative con l’Unione Europea. Così non è andato. I Conservatori hanno perso alcuni seggi invece di conquistare la maggioranza ampia che speravano. La May non è la Thatcher intitolavano alcuni giornali. Possiamo dire, però, anche che Corbyn non è Blair, visto che anche i risultati dei Laburisti lasciano desiderare; visto che recuperano appena una manciata di seggi, non abbastanza per strappare la maggioranza. Certo, visto che Corbyn è un leader criticatissimo all’interno del suo partito, questa tenuta fa in modo di conservare ben salda la sua leadership. Nonostante resti all’opposizione.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...