Legge elettorale. Il patto dei quattro.

Legge elettorale. Il patto dei quattro.

Legge elettorale. Il patto dei quattro.
Matteo Salvini, Silvio Berlusconi, Beppe Grillo e Matteo Renzi

Renzi e Berlusconi, Grillo e Salvini – così diversi tra loro ma così compatti in questi giorni – stanno pilotando la nuova legge elettorale proporzionale, coltivando una ragionevole certezza: dopo le elezioni l’Italia faticherà ad avere un governo, ma loro quattro continueranno ad esserci. Il sistema proporzionale non aiuta a vincere le elezioni, ma aiuta a non perderle: rappresenta un’assicurazione sulla vita per i leader di partito. Di maggioranza e di opposizione. In Italia il sistema proporzionale ha regalato carriere lunghissime: quella di Giulio Andreotti è durata 47 anni, quella di Amintore Fanfani – a dispetto di tante ferite sul campo – ne è durata 40, quella di Bettino Craxi 17. Ma il proporzionale ha garantito vita lunga anche ai principali leader dell’opposizione, come Palmiro Togliatti o Enrico Berlinguer, che pure persero tante elezioni.

La sostanza più profonda dello strano patto, altrimenti incomprensibile, tra Matteo Renzi, Beppe Grillo, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini è proprio questa: pur di non rischiare la sconfitta (tipica del maggioritario), tutti e quattro preferiscono non correre il “rischio” di vincere. Certo, le ambizioni dei quattro non si possono assimilare, ma la sostanza del sistema proporzionale resta immutabile nel tempo: il massimo di potere col minimo di responsabilità.

Un mese fa, quando i giochi erano ancora tutti da fare, le principali forze politiche si sono ritrovate davanti ad un imperativo categorico: dare all’Italia una dignitosa legge elettorale. Capace di dare un governo stabile ad un Paese che ne ha molto bisogno: negli ultimi sei anni si sono alternati cinque esecutivi. Imperativo categorico anche per due ragioni di “buon gusto”: dal 1994 ad oggi siamo alla quinta legge elettorali in 23 anni e di queste ben due sono state dichiarate incostituzionali dalla Consulta.

Nelle intenzioni di voto le tre principali aree politiche (Pd, centro-destra e Cinque stelle) sono appaiate, su una quota che si aggira attorno al 30 per cento e questo significa che i leader di queste tre aree, se fossero stati d’accordo, avrebbero potuto decidere di giocarsi la sfida con un sistema moderatamente maggioritario. Che avrebbe consentito ad uno dei tre di vincere, senza stravincere, ma governando un Paese che da 20 anni è bloccato dall’indecisionismo della sua classe politica. Invece, al dunque, Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini hanno scelto il fioretto come arma del confronto: ferite lievi per chi subisce e vittorie moderate per chi si infila nella difesa avversaria.

Renzi dice il vero, quando sostiene che il “tedesco” non è il suo sistema preferito, ma l’aver rinunciato a qualsiasi battaglia per il maggioritario, mettendo al pubblico “ludibrio” i suoi detrattori, dimostra che in questa fase il leader del Pd è interessato soprattutto ad una cosa: votare il prima possibile. A Berlusconi interessa tornare in gioco con un sistema elettorale che non lo danneggi e ha ottenuto gli obiettivi. Salvini non va tanto per il sottile e punta ad intercettare il vento sinché resta favorevole alla Lega, proiettata al maggior successo elettorale della sua storia. Per Grillo il sistema proporzionale va bene perché deresponsabilizza i Cinque Stelle: se prenderanno più voti degli altri, proporranno un governo di minoranza e se non troveranno i voti, risaliranno in “montagna”.

La notte dello scrutinio elettorale i quattro leader – salvo terremoti – potranno dire di non aver perso. Una soddisfazione che potrebbe consumarsi rapidamente. La difficoltà di dare un governo stabile al Paese potrebbe trasformare il senso di quel che i quattro “tenori” della politica italiana stanno realizzando: a breve non perderanno, ma rischieranno di perdersi nei mesi successivi.

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