Elezioni Iran, Rouhani rieletto

Elezioni Iran, Rouhani rieletto

Elezioni Iran, Rouhani rieletto
Hassan Rouhani

Per ore e ore gli iraniani venerdì sono rimasti in fila per votare. Pazienti, allegri, responsabili. Da Teheran ad Isfahan, fino ai villaggi più sperduti del gigante persiano il 70 per cento degli elettori (56 millioni gli aventi diritto) si è mobilitato per un’elezione presidenziale delicatissima. Un vero referendum, un ballottaggio anticipato fra due candidati (su 4 rimasti in gara) che erano espressione delle due grandi fazioni in cui si è diviso l’arcipelago politico del Paese. Il risultato del voto offre altri 4 anni al presidente uscente Hassan Rouhani, 68 anni.

Terminato il controllo dei voti, il ministro dell’Interno Abdolreza Rahmanifazli appare alla tv di Stato per annunciare cifre e percentuali definitive: “Su un totale di circa 41,2 milioni di voti, Rouhani ne ha ottenuti 23,5 (53,3%) e ha vinto le elezioni”. Per il suo rivale conservatore Ebrahim Raisi, 56 anni, 15,8 milioni di schede nelle urne, il 38,5 per cento. Già da ieri notte la partecipazione al 70 per cento lasciava sperare ai sostenitori di Rouhani che il presidente potesse essere confermato con un buon margine. E così è stato.

“Il messaggio del nostro popolo è stato espresso chiaramente”, ha sottolinato Rouhani nel suo primo discorso alla nazione trasmesso dalla televisione di Stato: “Gli iraniani – ha aggiunto – vogliono vicere in pace e in amicizia con il resto del mondo, ma non accettano minacce o umiliazioni”. E in quella che appare una frecciata al nemico saudita, che oggi ospita il presidente Usa Donald Trump, il presidente ha sottolineato che “il nostro popolo ha dichiarato ai Paesi vicini e all’intera regione che il percorso verso la sicurezza è il rafforzamento della democrazia e non fare affidamento sui poteri stranieri”. Gli iraniani, ha concluso, con il voto “hanno detto no a tutti coloro che ci invitavano a tornare indietro al passato o a frenare la situazione attuale”.

“L’Iran è un grande Paese. Voi siete i veri vincitori delle elezioni. Resterò fedele ai miei impegni presi con voi” ha scritto su Twitter il presidente. Sul suo account Instagran il primo ad esultare è stato l’ex presidente Mohammad Khatami. Si è fatto fotografare mentre fa il segno della “V”, della vittoria dicendo “la speranza ha prevalso sull’isolamento”. Il capo dello staff di Rouhani, Hamid Aboutalebi, ha twittato già nella notte che il suo presidente ha vinto con il 60 per cento dei voti, una percentuale che tra l’altro lo mette in una condizione di notevole forza rispetto ai conservatori guidati da Alì Khamenei, un blocco che sarà ancora in grado di frapporre ancora mille ostacoli all’azione del presidente riformatore. “Il vincitore delle elezioni è il popolo iraniano che, con l’Istituzione islamica, è riuscito a conquistare la fiducia di questa grande nazione, nonostante le trame e gli sforzi dei nemici” dichiara la Guida suprema dell’Iran Khamenei, ringraziando i cittadini con un messaggio nel quale sottolinea la partecipazione “massiccia ed epica” alle elezioni presidenziali.

Da una parte con il presidente uscente si erano schierati i riformisti, i moderati, i liberali, i giovani e le donne delle città, i ricchi di Teheran Nord e i professionisti che vogliono che il paese continui ad aprirsi all’Europa e al mondo. Dall’altra c’era Raisi, un religioso come Rouhani, ma espressione della parte più conservatrice del paese e del clero. L’uomo era sostenuto dalla guida suprema ayatollah Alì Khamenei, dal clero conservatore, dagli apparati dello “Stato profondo” iraniano, le Guardie della rivoluzione, la milizia dei Basiji. Ma anche da milioni di cittadini, soprattutto poveri e diseredati che si sono lasciati convincere dai messaggi populisti, dalla campagna martellante sui temi dell’economia dell’ex vice-procuratore generale Raisi. La Repubblica islamica è una teocrazia, un governo dei preti, che ha lasciato però uno spazio importante alla democrazia: ogni 4 anni gli elettori scelgono il presidente e i consigli municipali. Un elemento di democrazia vera e sostanziale in un sistema che ha forti elementi di potere autoritario, non eletto dal popolo.

Il compito di Rouhani adesso sarà quello di riavvicinare le due parti del Paese che sono state divise da una campagna elettorale molto polarizzata. Ieri abbiamo attraversato Teheran da Nord a Sud più volte, passando dai quartieri più ricchi ma anche liberali verso quelli poveri, popolati da migliaia di diseredati che ancora credono fortemente nella rivoluzione islamica. E’ stato come varcare ogni volta un confine invisibile, oltre il quale all’improvviso i manifesti sui negozi, sui palazzi, per le strade cambiavano volti, nomi e colori. Da una scuola, una moschea, una banca che mostravano i manifesti di Rouhani si passava a centinaia di bandiere e poster per il rivale Raisi e per i suoi alleati conservatori al consiglio comunale.

Raisi è stato la vera sorpresa di questa campagna elettorale: uomo discreto e poco comunicativo, da mesi era stato prescelto dalla guida suprema Khamenei come il rappresentante che avrebbe dovuto ridare forza ai conservatori che ancora mantengono il controllo degli apparati della forza (la polizia, l’intelligence, i pasdaran e i basiji). Khamenei più di un anno fa aveva nominato Raisi alla guida della “Astan Quds Razavi”, la ricca fondazione che amministra il santuario sciita dell’Imam Reza a Mashaad, con un impero economico da 13 miliardi di dollari che dà lavoro a 19 mila persone.

Da aprile, quando la sua candidatura era stata accettata ufficialmente dal Consiglio dei Guardiani (che hanno autorizzato solo 6 candidati su 1600), Raisi rapidamente ha alzato i toni contro Rouhani. In 3 dibattiti televisivi i due rivali hanno abbandonato le allusioni, i giri di parole involuti, gli ammiccamenti bizantini con cui si è sempre giocata la politica iraniana. Si sono accusati direttamente, in maniera spietata e diretta. Raisi ha fatto leva sulle difficoltà economiche che la Repubblica islamica continua ad attraversare. E questo nonostante che l’accordo sul nucleare firmato da Rouhani con gli Usa e l’Europa abbia iniziato a far cadere le sanzioni economiche che da 20 anni legavano le mani al commercio e agli investimenti. Raisi ha attaccato Rouhani a testa bassa, ha fatto promesse milionarie: “Il tuo governo è stato un fallimento in economia, io porterò altri 4 milioni di posti di lavoro”, seguendo un tono populista che ormai non ha confini nel mondo.

Il presidente però se possibile è stato anche più duro, al limite del pericoloso per se stesso: ha detto che “c’è chi vuole mantenere il paese nella violenza e nell’oppressione”, con un riferimento chiaro al potere armato delle Guardie, dei basiji e del sistema giudiziario, tutti controllati dai conservatori. L’avvertimento più forte lo ha fatto nominando direttamente Guardie e basiji: “Tenetevi lontani dal processo elettorale, è il popolo che deve scegliere”, avvertendo gli apparati della forza che nel 2009, al tempo dell’elezioni di Ahmadinejad, furono accusati di aver truccato il risultato.

A questo punto però molti soprattutto fra i riformisti più accorti non si fanno illusioni, il percorso di Rouhani sarà ancora molto difficile. Continuare sulla via delle riforme, sulla strada dell’apertura all’Europa invece che a Cina e Russia sarà difficile: Rouhani si troverà di fronte non solo Khamenei, ma soprattutto tutto l’apparato dello “Stato profondo” che in 40 anni di rivoluzione islamica e di mobilitazione permanente è riuscito a fare grandi affari. Il sistema ibrido iraniano, la commistione fra elementi di democrazia e di puro autoritarismo potrebbe creerà di sicuro moltissime difficoltà ai riformatori. In Iran ogni 4 anni sono permesse alcune settimane di democrazia, di campagna elettorale; ma immediatamente, dopo ogni passo falso, lo “stato profondo” nato dalla spinta dell’ayatollah Khomeini si riorganizza. E riprende a combattere per mantenHassaere il controllo sulla Repubblica islamica. Sarà una lunga battaglia.

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