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“Da Trump informazioni top secret ai russi”

"Da Trump informazioni top secret ai russi"

Donald Trump

Ostruzione della giustizia: l’accusa che si stende sulla Casa Bianca di Donald Trump potrebbe aprire la strada a un procedimento di impeachment, ovvero alla messa in stato di accusa del presidente ad opera della Camera per farlo ‘processare’ dal Senato e – se condannato – rimuoverlo dall’incarico. È la stessa accusa che nel 1974 costò la presidenza a Richard Nixon, che si dimise prima che l’impeachment fosse deciso, ed è la stessa che era stata mossa contro Bill Clinton nel 1998 ai tempi dello scandalo Lewinsky.

Trump, scrive il New York Times, avrebbe chiesto a James Comey, poi direttore dell’Fbi, di lasciar cadere l’indagine sul suo consigliere Michael Flynn. È ostruzione del meccanismo giudiziario, o no? La stampa americana sottolinea che al Congresso si discute vivacemente su che cosa significhi “azioni che ostacolano le indagini ufficiali”. Al di là dei casi più eclatanti (l’omicidio di un testimone o la distruzione di prove), la legge americana considera ostruzione alla giustizia, cioè un crimine, se qualcuno “blocca, influenza o ostacola qualsiasi procedimento ufficiale”.

Questo, si chiede il NYT, può comprendere una richiesta al direttore dell’Fbi di abbandonare un’inchiesta e il suo successivo licenziamento? La risposta, secondo il quotidiano, è sì. A sostegno di questa tesi, il giornale porta l’opinione di Julie O’Sullivan, ex procuratore federale e oggi docente all’università di Georgetown, specializzata in Diritto penale “dei colletti bianchi”: secondo la studiosa, il rapporto di potere che intercorre tra un presidente e il direttore dell’Fbi rende illecita la richiesta di archiviazione di un’indagine. Al New York Times, la signora ha commentato: “Trump ha davvero bisogno di un avvocato. Sta costruendo un bel caso contro se stesso”. Trump aveva effettivamente l’autorità di licenziare Comey, ma anche atti legittimi diventano illegali se commessi con intenzioni improprie, cioè in questo caso se lo scopo dell’atto era quello di fermare un’inchiesta sgradita.

Donald Trump avrebbe, inoltre, “trasmesso informazioni top secret al ministro degli Esteri russo e al suo ambasciatore”. Non in campagna elettorale. Qui si parla di un incontro avvenuto la settimana scorsa, alla Casa Bianca. Quindi l’accusa investe il presidente in carica, non il candidato come molte altre storie relative alla Putin-connection. La notizia-bomba è l’apertura del sito del Washington Post. Il quotidiano della capitale cita come sue fonti “funzionari attuali e precedenti”, cioè sia dell’Amministrazione Trump che del governo Obama.

Sempre secondo il Washington Post, i segreti in questione – “highly classified”, cioè la categoria più elevata per livello di riservatezza – riguarderebbero lo Stato Islamico o Isis. Quelle informazioni sarebbero state fornite all’Amministrazione Usa da un partner straniero, un governo alleato, che non ha dato agli americani il permesso di divulgarle a terzi (si tratterebbe moltoo provabilmente di Israele). Passando le notizie segrete ai russi, Trump avrebbe quindi “messo in pericolo una fonte d’intelligence cruciale”.

Il lungo articolo sul sito del Washington Post descrive come, nel corso del lungo e amichevole colloquio della scorsa settimana fra Trump, il ministro russo Sergei Lavrov, e l’ambasciatore Sergey Kislyak, il president americano si sia “discostato dalla traccia che doveva seguire” e abbia cominciato a rivelare dettagli su una minaccia di attentati dell’Isis attraverso computer portatili sugli aerei. La minaccia in questione è quella che ha portato gli Stati Uniti a vietare laptop e tablet in cabina su tutti i voli in provenienza da 10 aeroporti del Medio Oriente. Vantandosi con Lavrov “delle grandi notizie che ricevo dall’intelligence”, Trump avrebbe rivelato dettagli top secret. L’incontro con Lavrov e l’ambasciatore russo peraltro era già stato al centro di polemiche per la sua tempistica: esattamente il giorno dopo il licenziamento del capo dell’Fbi che indagava sul Russia-gate.

Di fronte all’accusa del Washington Post, però, la Casa Bianca già corre ai ripari. Interviene in persona il generale McMaster, capo del National Security Council e quindi massimo consigliere presidenziale, a spiegare che il presidente ha l’autorità per “de-secretare” qualsiasi informazione. E quindi per definizione non può compiere alcun reato se divulga notizie “classified”, perché dal momento che lo fa lui smettono di essere coperte dal segreto di Stato. Il consigliere per la Sicurezza Nazionale ha dichiarato “falsa” la storia del Washington Post’. Nel comunicato letto da McMaster dopo la clamorosa rivelazione, si nega che siano stati discussi “metodi, fonti o operazioni militari” ma non si citano le informazioni classificate.

Una smentita è arrivata poi anche dalla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha liquidato le accuse pubblicate dal quotidiano statunitense come l’ennesimo caso di “fake news”. “I giornali americani nell’ultimo periodo non bisogna leggerli: oltre che far male alla salute sono pericolosi”, ha scritto su Facebook Zakharova, ricordando di aver annunciato già lo scorso 11 maggio l’arrivo di “scoop” sull’incontro Lavrov-Trump.

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