Ddl “Salva Risparmio” approvato in via definitiva dalla Camera

Ddl "Salva Risparmio" approvato in via definitiva dalla Camera
Ddl "Salva Risparmio" approvato in via definitiva dalla Camera
Ddl “Salva Risparmio” approvato in via definitiva dalla Camera

Approvato in via definitiva dalla Camera (287 sì, 173 no, 3 astenuti) e convertito in legge il decreto “Salva Risparmio”. Il fondo del governo da 20 miliardi per le banche ora è legge. Ma quasi il 70% della dote, una cifra tra i 13 e i 14 miliardi potrebbe essere già opzionata di fatto dagli aumenti di capitale di Mps, ma anche delle Banche Venete, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Nel primo caso si parla di 8,8 miliardi stando alle richieste avanzate dalla Bce a dicembre. Mentre nel caso degli istituti veneti, l’intervento pubblico temporaneo, come nello spirito della legge, potrebbe arrivare fino a 5 miliardi se la Francoforte alzerà davvero l’asticella della ricapitalizzazione richiesta tra 4,5 e 5 miliardi di euro, come anticipato dal Messaggero, escludendo il fondo Atlante 2, deciso a tirarsi indietro se non potrà avere la maggioranza.

E’ il via libera definitivo della Camera, con 246 sì, al  decreto salva-risparmio a far partire la macchina, con tanto di emissione di titoli di Stato, per il fondo da 20 miliardi per le banche in crisi. Un provvedimento che rappresenta «un passo avanti per garantire più sicurezza economica a famiglie e imprese», ha detto il premier Paolo Gentiloni. Restano però le polemiche delle opposizioni per un decreto «iniquo, confuso e inapplicabile» che «butta i soldi degli italiani», secondo Forza Italia, mentre la Lega parla di testo «estemporaneo» e che non risponde ad alcuna «strategia economica». Poche le modifiche apportate dal Parlamento al testo originale, a partire da una maggiore diluizione dei vecchi soci e obbligazionisti di Mps e delle altre banche che chiederanno il sostegno pubblico. Prime indiziate le venete appunto. A sollevare polemiche in Parlamento è stato però soprattutto il compromesso sulla black list dei debitori delle banche in crisi, dei cui saranno resi noti i profili di rischio.

Tra le principali novità l’allargamento della platea dei rimborsi forfait per i bon delle quattro banche salvate. Si riaprono fino a fine maggio i termini per presentare la domanda per gli obbligazionisti delle vecchie Banca Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti. E potrà accedere al meccanismo forfettario all’80% anche chi ha ricevuto i bond da coniugi, conviventi more uxorio o parenti fino al secondo grado e il prezzo pagato per i bond non sarà più conteggiato nel tetto a 100mila euro per il patrimonio mobiliare, tra i criteri per l’accesso al rimborso. Inoltre, è disposta anche la gratuità di tutte le spese di istruttoria a carico delle banche. Non ci saranno indicazioni dei nomi, come immaginato nella proposta avanzata dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli. Ma per Mps e le altre banche potranno essere rivelati i «profili di rischio e i meriti di credito» di chi ha ricevuto prestiti sopra l’1% del patrimonio netto delle banche che chiedono il sostegno pubblico.

Sempre in tema di quattro banche, il burden sharing sarà attenuato attraverso il riacquisto delle azioni in cambio di bond senior solo per le obbligazioni acquistate prima dell’entrata in vigore del bail in, il primo gennaio 2016. Prevista anche una misura anti-speculatori, con un limite al riacquisto delle azioni che il risparmiatore ottiene con l’applicazione del burden sharing fissato al prezzo di acquisto dei bond subordinati, non al loro valore nominale. Il burden sharing, ovvero le operazioni di condivisione degli oneri per le banche che chiedono il sostegno dello Stato, sarà neutro dal punto di vista fiscale per gli istituti. In casi specifici sarà possibile anche l’azzeramento dei bond seguito dall’assegnazione di azioni, anziché la conversione. Sconto rafforzato per lo Stato, con conseguente maggiore diluizione per vecchi azionisti e obbligazionisti per i quali non è prevista una compensazione.

In caso di ricapitalizzazione precauzionale,  per le banche non quotate il valore sarà calcolato in base alla consistenza patrimoniale della società, alle sue prospettive reddituali, all’andamento del rapporto tra valore di mercato e valore contabile delle banche quotate e tenuto conto delle perdite connesse a eventuali operazioni straordinarie, incluse quelle da cessione di attivi. Per le società quotate, invece, il valore è determinato in base all’andamento delle quotazioni dei 30 giorni di mercato antecedenti e nel caso di sospensione per oltre 15 giorni – il caso di Mps – il valore è il minore tra il prezzo di riferimento medio degli ultimi 30 giorni di Borsa e quello determinato in base al patrimonio e ai criteri per le non quotate.

I manager delle banche “aiutate” dallo Stato potranno inciampare nei limiti ai compensi per il cda e dell’alta dirigenza degli istituti coinvolti. Il richiamo, ha sottolineato il sottosegretario Pier Paolo Baretta, è alle norme Ue che prevedono «una retribuzione al massimo di quindici volte il salario medio nazionale dello Stato membro (o di dieci volte il salario medio della banca). Il salario medio italiano corrisponde a circa 28 mila euro, moltiplichiamo per 15 dà circa 450 mila euro».

Cambiano anche i termini per il versamento del canone in capo a tutte le banche che trasformano le Dta, le imposte anticipate qualificate, in crediti d’imposta. La modifica consente di far valere per l’esercizio 2016 quanto versato a luglio scorso. Il canone è dovuto fino al 2030. Prevista anche per le Bcc la piena trasformabilità delle Dta fino al 2015 in credito d’imposta. Il cuore del decreto si preoccupa anche della prevenzione.  Dunque, con una dote di 1 milione di euro l’anno nasce un comitato ad hoc con 11 componenti (anche un rappresentante dei consulenti finanziari), che parteciperanno a titolo gratuito.

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