M5S, approvato codice etico “salva Raggi”: sugli indagati deciderà Grillo

M5S, approvato codice etico “salva Raggi”: sugli indagati deciderà Grillo
M5S, approvato codice etico “salva Raggi”: sugli indagati deciderà Grillo
M5S, approvato codice etico “salva Raggi”: sugli indagati deciderà Grillo

Il M5S ha un codice etico tutto nuovo. L’hanno votato circa 41mila iscritti ed è stato approvato, annuncia il blog di riferimento del movimento, “con il voto favorevole del 91% dei partecipanti, pari a 37.360 iscritti”. Un plebiscito. Il capo indica la rotta ed il popolo vota quello che il capo desidera. Ma la chiamano ancora democrazia diretta perché il capo si fa chiamare garante, il che suona un po’ sovietico, oppure orwelliano, come ha giustamente osservato l’Huffington Post proprio in merito al codice etico in questione.

A metà dicembre, dopo un avviso di garanzia, si era dimessa Paola Muraro, assessore all’ambiente della giunta guidata dal sindaco a Cinque Stelle di Roma Virginia Raggi. E non era stato un fulmine a ciel sereno. Sull’indagine a suo carico era già stato sollevato un polverone e, in più, prima delle sue dimissioni, c’erano già stato il caso De Dominicis, indagato e quindi bocciato in partenza, e prima ancora quello del suo predecessore al Bilancio Minenna. Del resto, era finita male anche con la nomina a capo di Gabinetto di Carla Raineri, dimessasi dopo il sospetto d’abuso d’ufficio ed il parere contrario dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, e causando un forte scossone nella gestione delle partecipate romane. Fino ad arrivare appunto a dicembre ed all’arresto per corruzione anche del capo delle Risorse Umane, Raffaele Marra. Di lui si diceva fosse il braccio destro del sindaco, alcuni lo indicavano come il “sindaco ombra” della capitale e Virginia Raggi, del resto, era stata inamovibile nei mesi precedenti: lui deve rimanere. Una volta arrestato è improvvisamente diventato “uno dei tanti impiegati della pubblica amministrazione di Roma”.

A conclusione della triste vicenda, ieri il Movimento 5 Stelle ha approvato un nuovo “codice etico”, che molti hanno interpretato come una svolta garantista. Nel caso di procedimento penale, spiega un codice a dir la verità abbastanza avaro di dettagli, “Il Garante del MoVimento 5 Stelle (ndr, Beppe Grillo), il Collegio dei Probiviri od il Comitato d’appello, quando hanno notizia dell’esistenza di un procedimento penale che coinvolge un portavoce del Movimento5stelle, compiono le loro valutazioni in totale autonomia, in virtù e nell’ambito delle funzioni attribuite dal Regolamento del MoVimento 5 Stelle, nel pieno rispetto del lavoro della magistratura”. In pratica, in caso di indagini a carico degli amministratori grillini, non ci sarà più la richiesta automatica di farsi da parte, ma sarà la ‘cupola’ a decidere a seconda di una valutazione soggettiva della gravità del fatto. Il nuovo codice etico, insomma, con buona pace del garantismo, affida tutto alla discrezionalità del capo, con il sospetto più che fondato che il ritardo ingiustificato nell’elaborazione di un codice simile non sia soltanto da imputare alle vicende romane ma sia addirittura la copertura per un imminente avviso di garanzia indirizzato proprio al sindaco Virginia Raggi.

Ora, tutto si può perdonare in politica, anche l’incoerenza, ma certo non quando l’incoerenza è persistente ed interessata. Perché sul no al garantismo il M5S ci ha costruito la sua identità. In un movimento dall’appartenenza trasversale e che rifiuta di collocarsi a destra o sinistra, proprio il giustizialismo è stato volutamente il segno distintivo rispetto alla cosiddetta “casta”. Gli indagati, grillini o meno, dovevano dimettersi, punto e basta. Al sindaco di Parma Pizzarotti, ad esempio, non è stato concesso tanto. Ma, a costo di non perdere Roma, con le conseguenze politiche che ne conseguirebbero, si sta tentando il salvataggio della Raggi con ogni mezzo. Non certo nell’interesse dei cittadini. Quanto sta accadendo a Roma è vergognoso e gridare al complotto di fronte ai fatti non risolverà certo le cose ma, di sicuro, dimostra più di ogni altra cosa la sconfitta morale del M5S. Non è più ingenuità: in troppi hanno dimostrato di sapere e di aver nascosto. E non è più questione di media ostili o poteri forti che si mettono di traverso: se l’hanno fatto, è evidente che hanno trovato terreno fertile per creare disagio anche nella giunta grillina. Nessuna giustificazione, dunque.

Nel suo consueto contro-discorso di fine anno, d’altronde, Beppe Grillo ha esordito parlando di “rumori della stampa, della televisione e dei telegiornali”. Rumori che ultimamente, è vero, non hanno spostato nulla a livello internazionale (con il caso Trump e la Brexit, ad esempio) o sul fronte interno (vedi referendum costituzionale). Ma è troppo evidente l’invito malizioso all’associazione mentale tra i fenomeni di cui sopra ed i meschini giochi di poltrone in cui si è fatto coinvolgere il movimento nella gestione del potere. E non basta il fumo negli occhi quando occorrono risposte concrete a fatti concreti.

Non basta dire: “Ecco cosa non ci perdoneranno mai i partiti politici: che un comico è stato un cofondatore di un Movimento. Che non ci prendiamo tanto sul serio, che abbiamo l’ironia”. Ciò che non si perdona semmai a Grillo è quello di fare il capo in un movimento che, sulla carta, non ha capi. E di farlo a piacimento. Ciò che non si perdona al movimento è l’assoluta mancanza di chiarezza nella gestione delle vicende romane. E, quanto all’ironia, ci piacerebbe saperne di più, dal momento che tutta l’ironia che ricordiamo è riassunta in un “vaffanculo”, letterale o metaforico, urlato continuamente a squarciagola dal capo e dai suo sodali. Non che sia per forza una colpa di questi tempi, ma non si provi ora a giocare sulla simpatia e sulla leggerezza, quando ormai andare avanti con i paraocchi si è dimostrato quasi mortale – non può più funzionare neanche questo.

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