Centrodestra

[Storia] La destra prima dell'Msi

Il MSI, Movimento Sociale Italiano, nasce ufficialmente a Roma, nello studio dell’ex vicefederale romano, il ragionier Arturo Michelini. Lo scopo è quello di raccogliere le forze fasciste disperse dopo la fine della Guerra e in parte, provvisoriamente, confluite nel partito dell’Uomo Qualunque, creato da Guglielmo Giannini per contrastare l’egemonia dei partiti del Cln. Tra i fondatori del movimento alcuni reduci della Repubblica Sociale Italiana: Pino Romualdi, Giorgio Almirante, Cesco Giulio Baghino e Mario Cassiano. Come simbolo del partito, Giorgio Almirante propone l’adozione della fiamma tricolore. Il MSI rappresenta dunque il punto d’incontro dell’azione politica per unificare le varie forze, del Movimento italiano di unità sociale (Mius) costituito da Mario Cassiano con Giorgio Almirante, Giorgio Bacchi, Cesco Giulio Baghino, e del Fronte dell’Italiano costituito da Giovanni Tonelli.  Sin dalla prima riunione del gruppo, viene fissata la linea politica del nuovo partito in “Dieci punti programmatici”. In politica estera si rivendica l’unità, l’integrità, l’indipendenza nazionale auspicando però la nascita di una unione europea su basi di parità e giustizia; in politica interna si chiede il ristabilimento dell’autorità dello Stato, la soppressione della legislazione eccezionale, il referendum nei riguardi della Costituzione e del Trattato di pace, il rispetto dei Patti Lateranensi; sul piano economico-sociale si riconosce la proprietà individuale, si afferma la giuridicità dei sindacati e si auspica la partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili dell’azienda. Come simbolo del partito, Giorgio Almirante propone l’adozione della fiamma tricolore, traendo l’ispirazione dalle associazioni combattentistiche.

Il 15 giugno 1947 si riunisce per la prima volta il Comitato centrale che, riconosciuta conclusa la fase costitutiva del partito, elegge la Giunta esecutiva nazionale di cui fanno parte per la segreteria politico-amministrativa: Giovanni Tonelli, Giorgio Almirante e Arturo Michelini; per il settore sociale e sindacale Manlio Sargenti; per il settore combattenti e reduci Nino De Totto; per la stampa e la propaganda Mario Cassiano; i problemi universitari erano affidati a Giorgio Vicinelli, il settore femminile ad Amalia Sirabella; il Fronte giovanile a Marcello Perina; delegato per il Comitato centrale era Biagio Pace e delegato per l’Alta Italia G. Luigi Gatti.

Iniziano a confluire e affiancarsi al partito ulteriori forze e organizzazioni parallele: il gruppo socialdemocratico di Orazio Bozzini; il Movimento italico; il Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori guidato da Roberto Mieville; la Federazione nazionale combattenti della Repubblica Sociale Italiana (Fncrsi); l’Associazione nazionale combattenti italiani in Spagna (Ancis); il Movimento italiano femminile; i nuclei universitari, tra i quali il Nucleo universitario romano e il gruppo universitario San Marco dell’Ateneo padovano.

Il 22 dicembre 1947 sarà promulgata la Costituzione repubblicana, dove al capo XII delle disposizioni transitorie e finali si legge:

“È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.”.

Il MSI si presenta per la prima volta alle elezioni del 1948 e ottiene il 2,1 % alla Camera. I militanti del MSI sono ex esponenti del regime fascista e soprattutto reduci della Repubblica Sociale Italiana e occorre partire da li per capire la genesi e le trasformazioni di questo partito e più in generale la formazione della classe dirigente della destra italiana.

L’atto di nascita della Repubblica di Salò è la carta di Verona (17 novembre 1943)
Per chi ha vissuto quell’esperienza, la Repubblica Sociale di Salò è stato il tentativo estremo di difendere la dignità e l’onore della patria e la continuità dell’ideale fascista. Un tentativo vissuto sotto lo stretto controllo dell’occupazione nazista in Italia. Per molti ha rappresentato la possibilità di realizzare il fascismo delle origini, quello anticapitalista, antiborghese che rifiuta ogni compromesso, con una forte impronta sociale, anche se con forti accenti antisemiti e razzistici.

Il Manifesto di Verona, emanato il 14 Novembre 1943, durante il primo congresso del Partito Fascista Repubblicano, (nato dalle ceneri del Partito Nazionale Fascista), rappresenta l’atto di nascita della Repubblica Sociale di Salò e ne definisce il programma politico e i principi. I 18 punti della carta dichiaravano decaduta la Monarchia e convocano una costituente.

Si affermava che la base della Repubblica sociale e della dottrina economica del Partito Fascista Repubblicano è il lavoro (articolo 9); che la proprietà privata, frutto di lavoro e risparmio sarebbe stata garantita ma non si sarebbe dovuta per ciò trasformare in entità disgregatrice della personalità altrui sfruttandone il lavoro (articolo 10). Tutto ciò che era di interesse collettivo, da un punto di vista economico si sarebbe dovuto nazionalizzare (articolo 11). Nelle aziende sarebbe stata avviata e regolata la collaborazione tra maestranze e operai per la ripartizione degli utili e per la fissazione dei salari (articolo 12). In agricoltura le terre incolte o mal gestite sarebbero state espropriate e riassegnate a favore di braccianti e cooperative agricole (articolo 13). L’Ente Nazionale per la casa del popolo avrebbe avuto l’obbiettivo di fornire una casa in proprietà a tutti (articolo 15). Si sarebbe costituito un sindacato dei lavoratori, obbligatorio, e avrebbe riunito tutte le categorie (articolo 16). Ma all’articolo 7 anche che gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri.

Giano Accame:

“Sia la Repubblica Sociale sia il Movimento Sociale, sono una conferma di questo fondamentale dato di dignità del nostro paese, non era possibile che quelle punte così elevate di consenso che circondarono il fascismo e Mussolini non rimanesse più niente. Qualcuno doveva testimoniare. Purtroppo la repubblica sociale era caduta in questa trappola delle rappresaglie. Le rappresaglie dei fascisti contro i partigiani e la popolazione civile espressero troppo spesso una ferocia gratuita a dispetto dai principi contenuti nella Carta di Verona.”

L’amnistia Togliatti
Durante i primi anni dell’Italia Repubblicana gli ex gerarchi fascisti vivevano in clandestinità ed erano latitanti ricercati dalla legge. Tra questi vi era Giorgio Almirante, che visse un anno e mezzo in clandestinità tra Milano e Torino facendosi chiamare Giorgio Alloni. Un altro latitante eccellente era Pino Romuladi, ex vicesegretario del Partito Fascista della Repubblica di Salò, il più alto in grado tra i gerarchi sopravvissuti alla caduta della Repubblica Sociale Italiana, su di lui pendeva una condanna a morte.

Il 22 giugno del 1946, Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia del primo governo De Gasperi, vara la cosiddetta “amnistia Togliatti”: è la prima amnistia della storia repubblicana. L’intenzione del leader comunista era quella di pacificare il paese, ma il provvedimento finì per tradursi in un vero e proprio colpo di spugna per migliaia di fascisti, compresi i responsabili dei crimini più efferati. Il segretario comunista aveva varato un’amnistia “bipartisan“, che avrebbe dovuto comprendere anche i reati commessi dai partigiani ed escludere i reati peggiori, ma in realtà pochissimi uomini della resistenza beneficiarono del condono, mentre moltissimi criminali furono liberati per un vizio di formulazione del testo della legge.

Togliatti, laureato in giurisprudenza, aveva scritto personalmente la legge, senza neanche farla correggere dagli specialisti. Questo errore di presunzione lasciò molto campo all’interpretazione estensiva della magistratura, composta da uomini anziani e che avevano fatto carriera sotto il regime fascista. Grazie alla formula dell’amnistia che prevedeva l’esclusione “degli autori di sevizie particolarmente efferate”, i giudici poterono agevolmente interpretare il provvedimento in senso estensivo. Infatti la Corte di Cassazione di Roma amnistiarono persino chi aveva stretto nelle morse i genitali degli antifascisti perché la tortura non era durata particolarmente a lungo.

Circa diecimila persone beneficiarono del provvedimento soprattutto i gerarchi di più alto grado, che avevano i soldi a disposizione per pagare i migliori avvocati e per oliare i meccanismi della macchina giudiziaria. I 2/3 della base parlamentare del MSI sarà costituito da parlamentari amnistiati.

La nascita del Movimento Sociale
Il Movimento Sociale Italiano nasce ufficialmente il 26 dicembre del 1946, ma ha origine da piccoli gruppi di natura eversiva sempre sul crinale della legalità, che nascono sia nella zona occupata dai tedeschi sia in quella controllata dagli alleati dando vita a una sorta di resistenza a rovescia, l’esempio più noto è quello del gruppo del principe Valerio Pignatelli della Cerchiara che organizza sabotaggi nelle retrovie alleate in Calabria. (Colarizi).

La creazione vera e propria del partito è preceduta da un intenso dibattito su numerose riviste dell’area “post-fascista” che erano sorte in quel periodo “Rataplan”, “Rosso e nero”, “Senso nuovo”, “Il pensiero nazionale”, “Meridiano d’Italia”, “Brancaleone”, ‘Fracassa’, oltre al più noto e diffuso “Rivolta ideale” che diviene l’organo ufficioso del neonato partito, ma il MSI si afferma ben presto come il punto di riferimento di tutto l’ambiente nostalgico. Il Secolo d’Italia divenne ufficialmente giornale del partito solo nel 1963, quando l’allora segretario del MSI Arturo Michelini rilevò la società editrice del giornale, divenendone direttore. Il Secolo era stato fondato a Roma il 16 maggio 1952, come giornale indipendente di destra da Franz Turchi.

Il MSI si indirizza da subito verso una scelta di tipo legalitario, cercando d’inserirsi nel nuovo contesto politico. Il simbolo del partito, scelto nel 1947, è la “fiamma tricolore” l’emblema degli “arditi” della prima guerra mondiale. Nello stesso periodo viene promulgata la Costituzione Repubblicana (22 dicembre 1947), dove al capo XII delle disposizioni transitorie e finali si legge:

“È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.”.

La Costituzione entra in vigore il primo gennaio 1948. Il Movimento Sociale si presenta per la prima volta alle elezioni l’8 aprile del 1948 ottenendo il 2,1 % alla Camera.

Domenico Fisichella:

“I missini erano persone che avevano fatto un certo tipo di scelta e avevano acquisito consapevolezza che l’Italia era cambiata, ma volevano, non restaurare, ma neanche dimenticare.”

Il dibattito interno al MSI si articolò nella prima fase nello scontro tra tre principali correnti: quella rivoluzionaria dei socializzatori reduci di Salò; quella moderata corporativista e quella tradizionalista – spiritualista di Julius Evola dal primo congresso che si svolse a Napoli nel 1948 al quinto che si tenne a Milano nel 1956 dove la conflittualità del dibattito fra le componenti raggiunse il culmine.

Al I Congresso di Napoli (27-29 giugno 1948), Almirante era stato acclamato segretario nazionale e aveva iniziato la sua opera di espansione del movimento. Nel gennaio 1950, Almirante lascia la segreteria del partito, che viene affidata ad Augusto De Marsanich, il quale cerca di dare al partito una fisinomia sempre più democratica, con programmi meno populisti rispetto alla gestione Almirante. Nel 1954 assume la segreteria Arturo Michelini che tenta la carta dell’inserimento nell’area di governo. La sinistra, tuttavia, non reagisce positivamente all’escalation di un partito costituito in prevalenza da ex-camicie nere: così mobilita migliaia di militanti a Genova (dove si impedisce lo svolgimento del VI Congresso del Movimento, 2-4 luglio), dando vita a moti di piazza particolarmente violenti, dove i protagonisti sono soprattutto ex-partigiani che si scontrano con i missini per cacciarli.

Nelle elezioni amministrative del 1947 e nelle politiche del 1948, il neopartito ottiene il 2% dei voti ed entra in parlamento, alla Camera con sei deputati (AlmiranteMicheliniRobertiRusso PerezMieville e Filosa) e al Senato con un senatore (Enea Franza). Negli anni Cinquanta assorbe parte dei voti in fuga dalla Dc, che con il riformismo dei governi De Gasperi ha scontentato l’elettorato conservatore. Grazie ai successi elettorali nelle amministrative del 1951, entra in numerosi governi locali, soprattutto nel sud, anche in città importanti come napoli, Bari, Lecce e Salerno. Nel 1953 raggiunge il 5,8% dei voti, con un largo consenso presso l’elettorato meridionale.

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