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Il mestiere di Tiziano

Il mestiere di Tiziano

Il mestiere di Tiziano

Che che se ne dica (e qui non saranno d’accordo gli hater aprioristici) all’epoca della sua uscita Rosso Relativo è stato un importante fenomeno di costume all’interno della musica leggera italiana. Il Tizianone nazionale aveva provato a svecchiare il nostro panorama con un lavoro d’ispirazione r&b e degli imbarazzanti passi di danza da fare invidia a quelli degli N Sync. Forse perché non è nato nero, forse perché se non sei nato in America i balletti sono quasi sempre qualcosa di improponibile, sta di fatto che la cosa non gli uscì proprio benissimo, ma a dir la verità neanche troppo male. Tiziano era giovane, bello, fresco di dieta, passava su MTV e, ignari della sua omosessualità, gli avremmo Xdonato qualsiasi tentativo impacciato; anche perché l’ermetismo di Rosso relativo continua a essere ancora un ottimo argomento di discussione tra sconosciuti (molto più del vino).

E’ inutile negarlo, prima dell’avvento di Taylor Swift le ragazze che venivano lasciate dal fidanzato piangevano durante l’ascolto di Sere Nere. In Tiziano erano state riposte tutte le nostre speranze di poter avere una popstar, per tutte le teenager rappresentava il Ricky Martin italiano, mentre per il pubblico più attempato rimandava all’idea nostalgica di un moderno Miguel Bosè. Col tempo il cantante di Latina si è consolidato come uno di quei guilty pleasures che in molti (noi compresi) si concedono con la modalità privata di Spotify, nonostante negli ultimi tempi abbia intrapreso un percorso così tradizionale da fare invidia al sound dei classiconi sanremesi. Forse questa volta per evitare di cadere nella solita noiosa prevedibilità, o forse per sentirsi più giovane e dimostrare di essere ancora in grado di compiere colpi di testa, ha deciso di lasciare la sua sicurissima carreggiata e di sorpassare con la linea continua senza mettere la freccia. Non c’è ovviamente bisogno di sottolineare che in queste circostanze un incidente è inevitabile. Ma cosa ti è successo Tiziano?

Il cambiamento in musica è spesso necessario e da ricercare, ma è anche evitabile soprattutto se non ci sono le condizioni per farlo. Ascoltando Il mestiere della vita si capisce che Tiziano continua come ai tempi del suo esordio a guardare al panorama musicale black, questa volta non a quello più classico, ma a quello più moderno, oserei dire anche contemporaneo, se non fosse che oltreoceano queste sonorità sono ormai già trite e ritrite. Tiziano va al supermercato delle produzioni americane, entra nel reparto dalle hit scala classifiche e fa incetta di tendenze musicali cercando di spalmarle qua e là manco stesse imburrando le fette biscottate per colazione. Soprassedendo sui vari inserti in lingua inglese, di base resta la classica impostazione vocale artefatta e d’ispirazione r’n’b, con annessi i soliti vocalizzi e gorgheggi vari; questa volta però in aggiunta si va giù pesante di vocoder, beat elettronici e immancabili synth anni ’80; vengono persino inseriti il pezzaccio (pseudo)trap (Troppo bene) e pure il featuring col rapper di turno (My steelo con Tormento). Tutto questo imbarazzante composto per nulla amalgamato, forse per comunicarci che anche lui “sta sempre sul pezzo”, ma in realtà la maggior parte delle volte ne esce fuori una mezza tamarrata. Se invece ci si inoltra nel terreno del Tiziano più tradizionale (Potremmo ritornare) sperando di sentirsi meno spaesati, si viene spiacevolmente sorpresi da un sentimentalismo facile. Chiaramente i pezzi romantici ci sono sempre stati, ma questa volta sembra che siano stati caricati di un’emotività esasperata e più stucchevole del solito che sfiora il pathos da tragedia greca delle protagoniste di Beautiful in sindrome premestruale. Si salva giusto il duetto con Carmen Consoli, che si veste di leggerezza ed eleganza nonostante le tematiche rappresentino un po’ la solita solfa.

Sarebbe stato magari non bello, ma di sicuro migliore, un album di tracce sulla stessa linea de Il conforto; certamente meno azzardato e meno sicuro, ma almeno si sarebbe evitato il frontale a 120 all’ora e avremmo tutti goduto di un disco in più per la playlist dei guilty pleasures.

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