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[Storia] L'ingresso dei cattolici in politica

Partito Popolare Italiano
Partito Popolare Italiano

L’Unione Elettorale Cattolica Italiana fu fondata a Roma nel 1906 da
Vincenzo Ottorino Gentiloni, in sostituzione della disciolta Opera dei Congressi, per coordinare le forze cattoliche alle elezioni nazionali.

Nel 1909 Gentiloni salì alla presidenza in seguito al motu proprio di papa Pio X, che sanciva l’entrata dei cattolici in politica. L’UECI assunse un atteggiamento di collaborazione con il governo liberale. Ebbe la possibilità di entrare in Parlamento soltanto nel 1913, in seguito al Patto Gentiloni. L’associazione si sciolse nel 1919 per dar vita al Partito Popolare fondato da Luigi Sturzo.

L’idea di Romolo Murri di costituire una formazione operante in campo politico aveva trovato ostilità da parte del Vaticano: il suo mancato accoglimento poteva riferirsi a una contrapposizione dottrinale che investiva più il campo religioso che quello politico. Così, diversi democratici cristiani subirono la condanna insieme ai modernisti. In seguito il clima cominciò a cambiare e in questo contesto don Sturzo diede vita al Ppi.

Nel PPI confluirono le varie componenti del variegato mondo cattolico italiano:

  • i conservatori nazionali di Stefano Cavazzoni, Carlo Santucci e Stefano Jacini;
  • i clerico-moderati di Alcide De Gasperi, già segretario del Partito Popolare Trentino (sciolto nel 1920);
  • i giovani democratici cristiani di Romolo Murri;
  • i cattolici sindacalisti di Achille Grandi, Giovanni Gronchi e Guido Miglioli (a cui era legato, tra gli altri, anche Riccardo Lombardi).

Tra novembre e dicembre 1918 don Sturzo riunì a Roma, in via dell’Umiltà 36, un gruppo di amici per alcune riunioni preparatorie.

Le direttive programmatiche del nascente partito furono esposte nell′Appello ai liberi e forti. L’Appello accettava ed esaltava il ruolo della Società delle Nazioni, difendeva “le libertà religiose contro ogni attentato di setta”, il ruolo della famiglia, la libertà d’insegnamento, il ruolo dei sindacati. I proponenti ponevano particolare attenzione a riforme democratiche come l’ampliamento del suffragio elettorale (compreso il voto alle donne) ed esaltavano il ruolo del decentramento amministrativo e della piccola proprietà rurale contro il latifondismo.

Il Ppi, però, secondo l’espressa volontà di Sturzo, era apertamente interconfessionale (partito di cattolici ma non cattolico), interclassista, che traeva la sua ispirazione dalla dottrina sociale cristiana, ma che non voleva dipendere dalla gerarchia cattolica. Durante il primo congresso del 1919 Sturzo, motivando la scelta di non avere riferimenti alla religione cattolica nel nome del partito, affermava: “È superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico. I due termini sono antitetici; il cattolicismo è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, ed abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione“. Questa iniziale confusione del ruolo del partito non contribuì a farne comprendere la vera natura, forse troppo moderna per l’Italia di quegli anni. Sturzo, infatti, faticò molto a mantenere l’autonomia del partito dalle gerarchie, anche perché il partito aveva raccolto anime tenute spesso insieme solo dalla comune ispirazione religiosa.

L’emblema scelto dal partito, conservato, poi, dalla Democrazia Cristiana, fu lo Scudo Crociato con il motto Libertas, rappresentante da un lato la difesa dei valori cristiani dall’altro il legame con i Liberi Comuni medievali italiani, da qui il forte impegno per il decentramento amministrativo ed uno Stato più snello.

Il partito, grazie alla buona diffusione dell’Azione Cattolica al Nord, delle leghe dei contadini in Italia centrale, delle società di mutuo soccorso al Sud e del Confederazione italiana dei lavoratori in tutto il paese, conobbe una rapida diffusione organizzativa. A questo si aggiunse il favore di molti sacerdoti che lo videro come il “partito cattolico” e per questo vicino alle posizioni del Vaticano.

Appena fondato, il Ppi poté contare in Parlamento su 19 deputati, eletti in precedenza con il cosiddetto Patto Gentiloni. Alle elezioni del 16 novembre 1919 (le prime dopo la riforma elettorale in senso proporzionale) raccolse il 20,5% dei voti, cioè 1.167.354 preferenze, e 100 deputati, dimostrando di essere una forza indispensabile per la formazione di qualsiasi governo.

Nel suo programma il PPI ricalcò sostanzialmente i principi-cardine della Dottrina sociale della Chiesa Cattolica sostenendo, fra l’altro:

  • l’integrità della famiglia,
  • il voto alle donne,
  • la libertà di insegnamento,
  • il riconoscimento giuridico e la libertà dell’organizzazione di classe nell’unità sindacale,
  • la legislazione sociale nazionale ed internazionale,
  • l’autonomia degli enti pubblici ed il decentramento amministrativo (Regioni),
  • la riforma tributaria sulla base dell’imposta progressiva,
  • il sistema elettorale proporzionale,
  • la libertà della Chiesa,
  • la Società delle Nazioni,
  • il disarmo universale.

in particolare il Ppi si prefisse di svolgere e svolse un’azione antitrasformista ed antimoderata.

Nel campo politico nazionale del primo dopoguerra il PPI, forte dei 100 deputati conquistati alle Elezioni del 1919, esercitò una funzione di equilibrio combattendo gli estremismi ed i privilegi di classe. Tale azione, peraltro a causa del massimalismo del Partito socialista (PSI) e della diffidenza verso questi di Sturzo, impedì la collaborazione tra Psi e Ppi, che avrebbe garantito al Paese un governo stabile e che avrebbe impedito la conquista del potere del fascismo. In ciò incisero, da una parte l’anticlericalismo socialista, dall’altra la forte diffidenza verso il Psi sia della gerarchia ecclesiastica che della destra del Ppi.

Alle elezioni del 15 maggio 1921 il Ppi confermò la sua forza elettorale con il 20,4% dei voti e 108 deputati. Nel frattempo le squadre fasciste cominciarono ad attaccare non solo le sedi socialiste, ma anche quelle popolari e quelle delle associazioni cattoliche. Al 3º Congresso, a Venezia, il partito influenzato dalla paura verso i socialisti e condizionato dal clima generale di “moralizzazione” della vita del Paese, preferì assumere una posizione attendista nei confronti del fascismo.

Dopo la marcia su Roma (28 ottobre 1922), per frenare l’irrompere dello squadrismo fascista e l’azione di asservimento dello Stato da parte del partito fascista e nell’illusione di una normalizzazione, il Ppi accettò, contro il parere di don Sturzo (il quale si era espresso invece a favore di una collaborazione con i socialisti proprio in chiave antifascista), che alcuni suoi uomini entrassero, nell’ottobre del 1922, nel governo Mussolini: Vincenzo Tangorra ministro del Tesoro e Stefano Cavazzoni ministro del Lavoro e Previdenza Sociale. Nell’aprile del 1923, però, la collaborazione venne meno perché il 4º Congresso del partito, svoltosi a Torino, chiedendo il mantenimento del sistema elettorale proporzionale e l’inserimento del fascismo all’interno del quadro istituzionale, provocò le ire di Benito Mussolini. Il partito visse una crisi interna perché la destra del partito si allineò sulle posizioni filo-fasciste e di fatto abbandonò il partito. L’unico deputato del Partito Popolare a negare il suo voto alla legge Acerbo fu Giovanni Merizzi di Sondrio.

I delegati dell’ultimo congresso del Partito Popolare (Roma, 1925), riuniti attorno al ritratto di don Sturzo, in esilio a Londra.

Nelle elezioni del 6 aprile 1924, svoltesi in un clima di violenze e brogli elettorali perpetrati dai fascisti, il Ppi riuscì comunque ad ottenere il 9,0% dei voti e 39 deputati e divenne il primo tra i partiti non-fascisti. Visto vano ogni tentativo di impedire l’instaurazione della dittatura, dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924), il Ppi partecipò, contro la volontà delle gerarchie ecclesiastiche, alla secessione dell’Aventino e passò all’opposizione, dove rimase fino al suo forzato scioglimento avvenuto il 9 novembre 1926. Tutti i maggiori esponenti furono costretti all’esilio (don Sturzo, Giuseppe Donati, Francesco Luigi Ferrari) o a ritirarsi dalla vita politica e sociale (Alcide De Gasperi).

Breve fu la vita del Ppi (sette anni in tutto), la cui esperienza incise però a fondo nella società italiana. Lo storico Federico Chabod definì la comparsa del PPI come “l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo“; ed il comunista Antonio Gramsci ebbe a scrivere che con il PPI “avrebbe assunto una forma organica e si sarebbe incarnato nelle masse il processo di rinnovamento del popolo italiano“.

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