Nati grazie a procreazione assistita 2,5 bimbi su cento

Nati grazie a procreazione assistita 2,5 bimbi su cento
Nati grazie a procreazione assistita 2,5 bimbi su cento
Nati grazie a procreazione assistita 2,5 bimbi su cento

Sono 12.658 i bambini nati nel 2015 grazie e tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma), ovvero il 2,5 per cento dei nuovi nati in Italia. Sono i dati presentati pochi giorni fa al Parlamento dal Ministero della Salute, nell’annuale appuntamento con la relazione sullo stato di attuazione della legge 40 del 2004. Un appuntamento che aiuta anche a ripercorrere la turbolenta storia dell’ultimo decennio in materia di infertilità, in cui sono stati smontati progressivamente alcuni punti chiave della normativa del 2004: fra gli altri l’obbligo di impianto di tutti gli embrioni fecondati, il divieto di fecondazione eterologa, il divieto di diagnosi preimpianto a coppie portatrici di malattie genetiche.

Le fecondazione eterologa, con l’impiego cioè di gameti (ovociti e spermatozoi) da donatori esterni alla coppia, ha ancora dei numeri limitati: 236 cicli iniziati nel 2015, dati che, spiegano dal Ministero, “non consentono di fare valutazioni epidemiologiche”.

E sulle altre tecniche di fecondazione assistita cosa sappiamo? Diminuisce leggermente il numero di coppie che effettua inseminazioni semplici e aumentano invece i cicli di tecniche cosiddette di secondo e terzo livello, che prevedono cioè fecondazione in vitro o prelievi testicolari. Aumenta il ricorso alle tecniche di crioconservazione, soprattutto di embrioni congelati, mentre cala l’uso di gameti (ovociti e spermatozoi) congelati. Vale la pena segnalare che l’Italia proprio nelle tecniche con gameti crioconservati ha sviluppato una competenza unica al mondo, dati i limiti imposti per diversi anni dalla legge 40, con 1.500 bambini nati da ovociti scongelati, circa la metà della casistica mondiale. Anche oggi che è possibile ricorrere alla conservazione degli embrioni, l’expertise nella crioconservazione degli ovociti è preziosa per le ragazze e le donne che devono sottoporsi a terapie che mettono a rischio la fertilità, prime fra tutte le cure anticancro.

La Pma funziona? E’ la domanda più importante per chi si trova ad averne bisogno. I dati restano costanti: 10 gravidanze su cento cicli di inseminazione semplice e 19,4 su cento cicli con tecniche a fresco di secondo e terzo livello. Queste percentuali sono generali e per avere un’idea più realistica delle possibilità di una coppia bisogna chiedere allo specialista le prospettive che ci sono in quel centro, per quel tipo di problema, per quella fascia d’età.

Ma se la medicina oggi può dare una speranza a coppie che prima non ne avevano – o erano costrette a provarci all’estero – resta un dato di fatto da considerare, ammonisce il ministero: la Pma non può dare un figlio a tutti. Ecco perché è importante lavorare anche sul piano della prevenzione. Il prossimo 22 settembre si terrà il primo Fertility Day, un’occasione per fare informazione e sensibilizzare ragazzi e ragazze sulla loro fertilità: quanto dura, da cosa dipende, cosa può metterla a rischio. Oggi si diventa madri più tardi, perché le donne studiano, lavorano o semplicemente hanno un’autonomia di scelta diversa da quelle delle loro madri e nonne. Devono però avere un’idea realistica di come la salute riproduttiva cambia con l’età e anche aspettative realistiche sulle possibilità offerte dalla Pma: l’età media delle donne che ricorrono a tecniche di Pma di secondo e terzo livello è di quasi 37 anni, una su tre ha più di 40 anni, ma dopo i 43 anni il numero di gravidanze crolla (5,3 ogni cento cicli iniziati) e solo nella metà dei casi si concludono con un bambino in braccio.

L’infertilità è una patologia e come tutte le malattie va curata ma va anche prevenuta, per quanto possibile, per ridurre i costi emotivi, economici e sociali del dolore di chi cerca un figlio che non riesce ad arrivare.

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