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Tra pena di morte e esecuzioni di massa la Turchia non è più una democrazia

Tra pena di morte e esecuzioni di massa la Turchia non è più una democrazia

Tra pena di morte e esecuzioni di massa la Turchia non è più una democrazia

Con parole molto dure per la Ue, che da giorni gli ricorda l’incompatibilità tra pena capitale e procedura di adesione, Erdogan torna a ribadire: “Per 53 anni abbiamo bussato alla porte dell’Unione europea e ci hanno lasciato fuori, mentre altri entravano. Se il popolo decide per la pena di morte, e il Parlamento la vota, io la approverò”. E’ solo il caso di ricordare che l’Akp, fondato da Erdogan nel 2001, dal 2002 detiene la maggioranza in Parlamento. E di chiedersi che uso verrebbe fatto della pena capitale in un Paese dove l’indipendenza dei giudici non era contemplata dalla visione della democrazia del suo leader ben prima che la rappresaglia post golpe si abbattesse sulla magistratura.

“Un tentativo di golpe è un reato o no? Lo è – insiste il presidente turco -. E’ un crimine contro lo Stato e lo Stato ha il dovere di trovare i colpevoli e consegnarli ai giudici che, in uno Stato di diritto, li giudicano nel rispetto della legge”. Già, ma quali giudici?. Perché poco prima dell’intervista del presidente, il canale televisivo Ntv annuncia il nuovo colpo di scure calato sul sistema giudiziario: 113 arrestati, tra cui due giudici della Corte Costituzionale. Giorni fa, in un primo bilancio della reazione al golpe, il premier Yildirim aveva inserito altri due giudici dell’alta corte tra quanti finiti in manette. E dopo militari, polizia, giornalisti, autorità religiose e dipendenti pubblici, la rappresaglia colpisce scuole e Università. Anche se è l’Akp di Erdogan finire a sua volta nel mirino di Wikileaks.

Arresti – sono 9mila secondo le cifre fornite dallo stesso presidente in serata -, sospensioni e licenziamenti che continuano, nonostante gli inviti rivolti da tutto l’Occidente a Erdogan e al governo del suo partito perché tornino nel perimetro dello Stato di diritto, usino moderazione, rispettino i diritti, soprattutto quelli che una vera democrazia garantisce anche a chi è agli arresti. “Nessuno può darci lezioni” risponde Erdogan, ricordando la proclamazione dello stato d’emergenza e gli arresti in Francia dopo gli attentati. Non è un caso. Erdogan, molto irritato, se la prende in particolare con Jean-Marc Ayrault, ministro degli Esteri francese, per avergli sottolineato di non avere “un assegno in bianco” per fare ciò che vuole dei golpisti. “Pensi agli affari suoi. Come può pensare di avere l’autorità di rilasciare queste dichiarazioni su di me? No, non può. Se vuole una lezione di democrazia può facilmente riceverla da noi”.

Per tutti i coinvolti nelle retate di regime, ormai è evidente, l’accusa è di legami con Fetullah Gulen, politologo e religioso islamico residente negli Usa dal 1999, vertice di un sistema culturale e informativo puntellato in Turchia su scuole, giornali e tv. A Gulen, suo alleato fino alla clamorosa rottura del 2013, Erdogan attribuisce la regia occulta del tentato golpe. Accusa ribadita stasera nell’intervista ad Al Jazeera, quando il presidente ha parlato di “organizzazione terroristica”, come ha più volte definito la rete del predicatore Gulen, una “minoranza che voleva imporre la sua volontà alla maggioranza”. Un piano, accusa apertamente Erdogan, “in cui potrebbe essere stato coinvolto anche qualche Paese straniero”.

L’obliquo riferimento sembra diretto agli Stati Uniti, alleati della Turchia nella Nato eppure considerati in qualche modo “complici” di Gulen, di cui Ankara chiede l’estradizione. E a proposito del quale Erdogan invia un messaggio a Washington apparentemente distensivo: “Dobbiamo separare la questione Gulen dalle nostre relazioni sull’utilizzo della base aerea di Incirlik”, che dal luglio 2015 Ankara ha messo a disposizione della Coalizione internazionale anti-Is. “La Nato ha chiarito che è al nostro fianco. Anche il presidente degli Usa mi ha dimostrato il suo sostegno durante una telefonata. La nostra solidarietà con gli Usa deve continuare, non è a breve termine. Ma se gli Usa non ci consegnano Gulen fanno un grave errore. Perché stiamo fornendo loro tutte le prove richieste”.

La Turchia ha inviato a Washington quattro dossier a sostegno della richiesta di estradizione di Gulen, che intanto si è visto sospendere da Ankara il pagamento della pensione. Oltre a essersi visto recapitare questa mattina una precisa minaccia. Quando dal tetto del centro culturale “Ataturk”, nella centrale piazza Taksim, un tempo cuore della protesta antigovernativa oggi invasa dai sostenitori di Erdogan, è stato srotolato lungo la facciata del palazzo un enorme striscione: “Gulen, cane del diavolo, impiccheremo te e i tuoi cani allo stesso guinzaglio”. La scritta, a caratteri cubitali, ha campeggiato per alcuni minuti, il tempo di essere ripresa dalle telecamere delle tv di tutto il mondo.

Perché soggette all’influenza presunta di Gulen, l’authority per le comunicazioni ha sospeso le trasmissioni di 24 emittenti Tv e radio, mentre il direttorato per la stampa ha comunicato il ritiro del tesserino per 34 giornalisti. Via Twitter, i responsabili di Leman fanno sapere che la polizia turca ha bloccato la distribuzione del nuovo numero del settimanale satirico, dedicato al golpe fallito. “Pensiamo che sia il prezzo che paghiamo per le vignette e le copertine su Feto (Gulen, ndr)”, di cui Leman non ha mai perso occasione di ricordare gli antichi legami con Erdogan prima della rottura, nel 2013. Eppure, ad Al Jazeera il presidente dice di non essere “mai stato contro i media, ma la libertà di espressione non dovrebbe essere usata come un’arma” e alcuni “hanno insultato anche me e la mia famiglia”.

Già sospeso perché sospettato di stare dalla parte di Gulen, si è suicidato il vice capo della polizia del distretto Gudul di Ankara, identificato dai media turchi come Mutlu C. L’ufficiale si è sparato un colpo alla testa, come Necmi Akman, governatore sospeso del distretto Ahmetli di Manisa, provincia sull’Egeo, che per uccidersi ieri ha utilizzato una pistola della sua scorta.

Ma la rappresaglia di Erdogan oggi ha investito soprattutto il mondo accademico e la scuola. Arrestato il rettore dell’Università di Gazi ad Ankara, Suleyman Buyukberber, dopo la sospensione di 95 membri del personale accademico dell’Università statale di Istanbul e dei rettori di altre quattro università turche da parte del Consiglio per l’alta educazione (Yok). I 1.577 decani delle università turche hanno presentato formalmente le loro dimissioni, richieste ieri dal Yok. Di questi, 1176 sono dipendenti pubblici e 401 legati a fondazioni private. Mentre Cnn Turchia riporta della sospensione da parte del ministero dell’Istruzione di altri 6.538 dipendenti, dopo i 15.200 di martedì e i 21mila a cui è stata ritirata la licenza per insegnare nelle scuole private. L’agenzia di stampa di Stato Anadolu rilancia invece che il ministero dell’Istruzione ha avviato la chiusura di 626 istituzioni educative, per la grande maggioranza private.

Anche l’intero apparato della giustizia militare è sotto osservazione: il ministero della Difesa ha avviato un’indagine su tutti i giudici e procuratori militari, sospendendone al momento 262. Il quotidiano Hürriyet e l’agenzia Dogan riferiscono di raid dell’aviazione per fermare la navigazione di due “motovedette della guardia costiera turca” verso le acque territoriali della Grecia. Il ministero dell’Interno, con un comunicato diffuso da Anadolu, smentisce.

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