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Le regole interne del M5S danneggiano le proprie giunte

Le regole interne del M5S danneggiano le proprie giunte

Filippo Nogarin e Federico Pizzarotti

La seduta si annuncia infuocata al Comune di Livorno, con le opposizioni pronte a chiedere le dimissioni del sindaco grillino di Livorno Filippo Nogarin. Facendo un’eccezione al metodo Davigo (“la presunzione d’innocenza non c’entra nulla coi rapporti politici”) e al metodo Di Maio (“non sono a favore della presunzione d’innocenza per i politici. Se uno è indagato deve lasciare”), sempre validi e tuttora in vigore per gli awersari, al momento Nogarin, il direttorio, Beppe Grillo e la Casaleggio Associati hanno deciso di fare un’eccezione: niente dimissioni, bisogna valutare gli atti. In realtà le difficoltà di Nogarin e della giunta (insieme a lui è indagato anche l’assessore al bilancio Gianni Lemmetti) sono più politiche che giudiziarie, perché da un pò di tempo la maggioranza grillina può contare su 17 voti, solo uno in più delle minoranze. I grillini hanno perso quattro consiglieri, espulsi per non aver approvato le decisioni sulla municipalizzata per cui Nogarin è indagato, e ora la maggioranza si regge sul voto di un consigliere che da diversi mesi fa avanti e indietro dalla Spagna, dove vive la famiglia e dove anche lui pensa di trasferirsi. Ha già messo la casa in vendita, il problema è che se dovesse dimettersi gli subentrerebbe la moglie di uno dei grillini epurati e addio maggioranza. La vicenda degli avvisi di garanzia, dopo le continue espulsioni, non è altro che l’ultimo scossone che rischia di far cadere un’amministrazione traballante. E non sarebbe neppure la prima giunta pentastellata ad avere difficoltà a rispettare il regolamento e i protocolli controllati da remoto dalla Casaleggio Associati.

Le amministrazioni grilline elette sono state in tutto 17. La prima a saltare è stata quella di Comacchio, con il sindaco Marco Fabbri cacciato per essersi candidato alla provincia. Poi è stata la volta del comune di Gela, con l’espulsione del sindaco Domenico Messinese per “non aver provveduto al taglio del proprio stipendio” e per aver “avallato il protocollo di intesa” con l’Eni. La terza amministrazione a cadere, o meglio, a perdere il bollino del M5s, è stata quella di Quarto. Dopo che un consigliere grillino viene indagato per voto di scambio e tentata estorsione nei confronti del sindaco Rosa Capuozzo, il blog pretende le dimissioni della Capuozzo – che non era indagata ma parte lesa – per non aver denunciato le presunte minacce del collega. Da lì uno psicodramma nazionale: prima la Capuozzo non si dimette, quindi arriva l’espulsione per non aver rispettato l’ordine, poi si dimette dopo l’epurazione e infine ritira le dimissioni. Non va tanto meglio per le gli altri comuni grillini: a Porto Torres una consignera è stata espulsa perché fidanzata con un giornalista nemico, a Ragusa tre consiglieri sono usciti dalla maggioranza e la giunta è in fase di “rimpasto” per vicende di clientelismo, a Bagheria il sindaco e un assessore (dimessosi) sono stati beccati dalle Iene per case abusive, ad Assemini tre consiglieri hanno presentato un esposto in procura contro il proprio sindaco, a Venaria la giunta si è alzata lo stipendio.

Un altro che ha rischiato l’espulsione, poi arrivata comunque, è stato il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, una volta uomo simbolo e ora voce critica del grillismo. La scomunica era giunta da Gianroberto Casaleggio in persona: “Gli impegni sono di una condotta lineare all’interno del movimento. Se io prendo l’impegno di chiudere un inceneritore o lo chiudo o vado a casa”. Pizzarotti, colpevole di non aver mantenuto le promesse elettorali, si è difeso con le stesse parole usate adesso da Nogarin, dicendo che “governando ci si sporca le mani”. Una constatazione che è un paradosso per un partito che ha un groviglio di regolarne fatto apposta per legare le mani e tenerle pulite, perché vuoi dire che o ci si “sporca le mani” violando le proprie regole oppure si è incapaci a governare. E’ la contraddizione a cui vanno incontro i partiti populisti, nati per stare all’opposizione, quando tocca amministrare.

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