Riforma dei partiti (proposta di legge)

Riforma dei partiti (proposta di legge)
Riforma dei partiti (proposta di legge)
Matteo Richetti

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” . Articolo 49 della Costituzione italiana. Una norma sacrosanta che finalmente, dopo quasi 70, potrebbe finalmente avere delle basi solide, regole certe cui i partiti non possano sottrarsi facendo il bello e il cattivo tempo, giocando sempre sul filo del rasoio, cercando di spingersi sempre un po’ più in là, sfruttando quell’opacità e quell’elasticità che da decenni sono le prerogative principali della nostra politica.

Disquisire sul perché ci sia bisogno di una disciplina certa da rispettare per i partiti appare dunque superfluo, di fondamentale importanza è invece capire come questa disciplina debba essere applicata, a prescindere dai danni che essa può arrecare alle singole forze politiche. In un Paese in cui i cittadini hanno ormai sviluppato un’ampia e condivisa disaffezione nei confronti della politica, cercare di toglierle almeno “le macchie” più visibili non può essere considerato un errore. Né per i partiti che dagli albori repubblicani hanno governato l’Italia, né per i Movimenti nati da qualche anno, che almeno a parole, ergono come vessilli del loro operato ed emblemi di differenziazione democrazia e onestà.

Questi gli scopi, almeno teorici di due provvedimenti attualmente al centro del dibattito nazionale: da un lato la riforma dei partiti che mira ad ampliare la trasparenza finanziaria dei partiti e a fissare delle dorme di democrazia interna ai singoli movimenti politici, dall’altro la proposta di legge sulle primarie, il cui fine ultimo sembrerebbe quello di regolamentarne lo svolgimento allo scopo di evitare che si ripetano le “farse” viste nel corso degli ultimi anni che tra gazebi, quote di partecipazione minime, brogli e voti in rete non hanno fatto altro che dare ai cittadini l’ennesima motivazione per girarsi dall’altro lato e provare ad ignorare il modo di intendere la politica dei nostri rappresentanti.

Entrambi i testi suscitano molti dubbi non tanto sulle intenzioni (il perché citato in precedenza) quanto sulle modalità di applicazione (il come). La riforma dei partiti sembra avere un unico destinatario: il Movimento 5 Stelle che, grazie alle sue debolezze, lascia ai contendenti ampio margine d’azione. La proposta di legge sulle primarie invece da un lato prevede che esse siano e rimangano facoltative, dall’altro multa il partito che decide di non usufruirne. Una contraddizione palese che ha già posto sul piede di guerra più di una forza politica. Lo scorso 3 maggio è stata depositata in Commissione Affari Costituzionali della Camera la proposta di legge sulla disciplina dei partiti politici, il cui relatore è il deputato del PD Matteo Richetti.

Il testo rappresenta una sorta di compromesso tra il provvedimento originariamente presentato dal Dem Lorenzo Guerini e le accanite proteste che il Movimento 5 Stelle ha posto in essere nel corso degli ultimi mesi. Il problema è che ai grillini non piace nemmeno la nuova versione. Il risultato, come da tradizione, è un caos totale. Ma cerchiamo di fare chiarezza.

Il testo presentato da Richetti prevede che le forze politiche che vogliono partecipare alle elezioni si dotino di uno statuto o, in alternativa, presentino una dichiarazione notarile all’interno della quale siano contenute alcune informazioni quali: il legale rappresentante del partito o del gruppo politico, la sede legale, gli organi del partito, la loro composizione e le relative attribuzione, le modalità di selezione dei candidati per la presentazione delle liste. Il comma 2 dell’art.3 prevede inoltre che, in caso di dichiarazione incompleta, il Ministero possa richiedere di integrarla, mentre chi non ha uno statuto, non presenta la dichiarazione di trasparenza o non deposita il proprio programma elettorale andrà incontro alla ricusazione delle liste. La presenza dello statuto rimane però la condizione per accedere ai finanziamenti pubblici indiretti, come il 2 per mille o le detrazioni fiscali previste dalla legge. Il provvedimento precedente invece (quello proposto da Guerini) stabiliva che i partiti e i movimenti privi di statuto in cui fossero contenuti dei requisiti specifici venissero esclusi dalle elezioni.

La proposta al vaglio della Commissione Affari Costituzionali prevede inoltre, all’articolo 2, il rispetto per i vari partiti di alcuni principi di democrazia interna riguardanti le “forme e le modalità di iscrizione; i diritti e i doveri degli iscritti e i relativi organi di garanzia; le modalità di partecipazione degli iscritti alle fasi di formazione della proposta politica del partito, compresa la selezione dei candidati alle elezioni, nonché le regole per l’istituzione e per l’accesso all’anagrafe degli iscritti, la cui consultazione deve essere nella disponibilità di ogni iscritto, nel rispetto della normativa vigente in materia di protezione dei dati personali”  La norma è valida però  solo per le forze politiche iscritte al registro dei partiti, non a tutti i movimenti o gruppi politici che partecipano alle elezioni. Ulteriori misure trasparenza sull’appartenenza del simbolo, e le informazioni che ogni partito deve obbligatoriamente pubblicare sul proprio sito.

Norme che però i 5 Stelle rifiutano in toto appellandosi ad una formulazione vaga e tendenziosa e alla libertà di ciascun movimento di organizzarsi secondo i propri parametri e le proprie regole. Alla democrazia interna preferiscono la democrazia in rete (qualunque sia la sua applicazione). Lo statuto proprio non piace ai grillini che alle modifiche, per bocca del deputato Danilo Toninelli rispondono così:  “Le norme previste dal testo base del relatore del Pd, Matteo Richetti violano l’articolo 49 della Costituzione. Il metodo democratico può e deve essere solo esterno al partito. Per questo lo abbiamo fatto”. Una democrazia interna dunque non è neanche da prendere in considerazione. Il M5S non ha uno statuto, non lo vuole e si appella al diritto di applicare una democrazia digitale, tranne quando c’è da prendere qualche decisione su sospensioni varie ed eventuali.

Altro punto di scontro riguarda l’articolo 6 della proposta relativo al finanziamento dei partiti. Il testo Richetti prevede infatti che per le donazioni comprese tra i 5mila e i 15mila euro si effettui una dichiarazione congiunta del donatore e del tesoriere (o del legale rappresentante) del partito. Per le cifre superiori ai 15mila euro invece la donazione deve essere pubblicata su internet, fatti salvi i finanziamenti concessi da istituti di credito o da aziende bancarie.

Nessun riferimento invece alle fondazioni che invece, secondo il M5S, dovrebbero rappresentare il punto cardine del progetto. Proprio su questo tema il movimento di Grillo ha presentato un emendamento, bocciato il 17 maggio. La proposta dei pentastellati, oltre a non prevedere alcun obbligo di democrazia interna (statuto in primis), stabiliva l’impossibilità di ricevere finanziamenti da parte di donatori che non vogliano rendere pubblica la propria identità e limiti nell’utilizzo delle somme di denaro ricevute, la riduzione da 5mila mille euro dell’importo sopra il quale si deve presentare la dichiarazione congiunta, ma soprattutto interveniva sulle fondazioni, applicando anche ad esse le regole di trasparenza, ampliando l’ambito di applicazione delle norme e prevedendo che ciascun partito possa essere collegato a una sola fondazione.

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