Spagna: ancora nessun governo

Spagna: ancora nessun governo
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Spagna: ancora nessun governo

Ieri mattina, dopo un colloquio fra il candidato nominato dal capo dello stato, Pedro Sanchez, e il presidente del Congresso Patxi Lopez, quest’ultimo ha messo il primo paletto. Il dibattito di investitura avverrà il giorno 2 marzo. In modo tale che, verosimilmente, la prima votazione avverrà il giorno dopo, e dato che certamente Sanchez non riceverà la maggioranza assoluta dei voti, la seconda votazione – in cui saranno solo necessari più sì che no – avverrà il giorno 5. In questo modo i socialisti avrebbero modo di consultare la base a fine mese, come ha promesso Sanchez per aggirare i veti dell’apparato a un eventuale accordo. Questo metterà finalmente in moto il conto alla rovescia. Infatti se il 3 maggio ancora non ci sarà un governo, si andrà automaticamente al voto il 26 giugno.

I negoziati, almeno quelli pubblici, procedono con una lentezza esasperante. Sanchez ufficialmente non parla mai con più di un interlocutore al giorno, e se a queste lentissime trattative si aggiungono anche i colloqui con le parti sociali e vari collettivi, la politica spagnola sembrerebbe proprio confermare i più logori luoghi comuni sui tempi mediterranei. Ieri Podemos ha rappresentato un altro colpo di scena che inevitabilmente ha infastidito i socialisti. Con un’inedita cravatta, Pablo Iglesias ha presentato alla stampa 100 pagine dettagliate di programma che i viola sarebbero disposti a discutere coi socialisti per poter formare il governo. Il documento comprende una disamina accurata delle competenze dei ministeri che Podemos si attribuirebbe. In particolare, Iglesias stesso, che conferma di ambire alla vicepresidenza, vorrebbe controllare oltre ai servizi segreti, l’equivalente dell’Istituto nazionale di statistica, la gazzetta ufficiale, nonché la lotta alla corruzione e i diritti sociali. Altro ministero chiave sarebbe il nuovo ministero della Plurinazionalità, che affronterebbe il « deficit democratico» relativo «alla coesione territoriale» e avrebbe come primo compito il referendum in Catalogna che risolverebbe una volta per tutte il conflitto territoriale ma che gli altri partiti come Psoe e Ciudadanos vedono come fumo negli occhi. Tanto che molti dubitano che questa sia una proposta onesta.

I socialisti, comunque, piccati, hanno fatto sapere per bocca del portavoce al Congresso che Iglesias «non sa dove sta» e che l’incaricato dal re di formare il governo è Sanchez, non lui. Anche se comunque dichiarano di mantenere la mano tesa. Iglesias è perfettamente cosciente che senza l’astensione dei partiti catalani (che però nel remoto caso si mettesse sul tavolo un referendum sarebbero disposti al passo) e di Ciudadanos i numeri per Sanchez non ci sono, ma non sembra accettare Ciudadanos come compagno di viaggio. Izquierda Unida, probabilmente più per ragioni legate al carattere del suo portavoce Alberto Garzon che politiche, finora non ha messo paletti al Psoe, e parla di posizioni «più vicine», anche se è molto chiara sul fatto che la decisione finale, che in nessun caso comprende l’entrata nel governo, la prenderà sul programma. D’altra parte, l’unica altra opzione realistica anche se remota sarebbe l’astensione del Pp a un governo Psoe-Ciudadanos. Ma il Pp è in frantumi. Il suo leader Mariano Rajoy sembra uno dei personaggi del Sesto Senso, è morto e non lo sa. L’ultima pugnalata gli è arrivata domenica: la potentissima leader Esperanza Aguirre ha fatto “la mossa” di dimettersi da presidentessa del Pp Madrid, anche se non da portavoce nel comune. Lo fa, dice, «assumendo la responsabilità politica» dei casi di corruzione che esplodono dal 2009 ma che negli ultimi giorni hanno di nuovo occupato le cronache. Ma è chiaro che il suo gesto, a pochi mesi dal congresso che comunque l’avrebbe sostituita, è più un colpo mortale per l’indolenza di Rajoy. Anche per lui è scattato il conto alla rovescia.

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