Centrosinistra

La minoranza del Pd non sa più che pesci prendere

La minoranza del Pd non sa più che pesci prendere

Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo

Nelle intenzioni del premier doveva essere una direzione se non di tutto riposo quanto meno di routine. Ma non la pensa così la minoranza del Partito democratico. E la riunione di venerdì prossimo, al Nazareno, rischia di trasformarsi in uno scontro vero. Anche se poi la minoranza vuole evitare il voto perché sa di non avere sufficienti numeri dentro quell’organismo dirigente.

La decisione dei bersaniani di dare del filo da torcere al segretario del partito il 22 gennaio nasce dalle difficoltà di quell’area. Nel giro di dieci giorni, infatti, la minoranza rischia di dimostrare la sua ininfluenza per ben due volte. La prima al Senato, con il voto sulla riforma costituzionale. Un voto che appare scontato. La certezza di superare la soglia necessaria per una legge costituzionale in lettura definitiva, cioè 161 voti, è matematica, per questo il governo non ha nessun problema e Matteo Renzi canta già vittoria. Quella riforma, come è noto, non piace ai bersaniani, ma a parte i voti contrari di alcuni, la maggior parte se la dovrà far andare bene. E quel che è peggio è che non potrà nemmeno cercare di contrastarla al referendum. Primo, perché sarebbe difficile farlo e poi restare dentro il Pd. Secondo perché, per decisione del presidente del Consiglio, l’avvio della campagna referendaria coinciderà con la campagna elettorale, e questo è un ulteriore ostacolo per chi si vuole dissociare dalla riforma. Insomma, la minoranza da questo punto di vista ha ben pochi margini di manovra.

Ma c’è un secondo tema su cui i bersaniani rischiano di non toccare palla. Quello delle Unioni civili. Infatti, se la legge passasse, con o senza step-child adoption, il presidente del Consiglio potrebbe ascriversi il merito di aver mandato in porto una normativa che leader considerati ben più a sinistra di lui non erano riusciti a mettere in sicurezza. Non solo: otterrebbe questo risultato anche con i voti dei grillini, dimostrando che, come altre volte, alla fine, in Parlamento, l’accordo con i Cinque stelle lo fa lui e non i bersaniani. Certo, la minoranza, nel caso in cui la step-child adoption non dovesse passare a voto segreto, potrebbe sempre cavalcare la battaglia di introdurla alla Camera, mettendo in imbarazzo il governo. Ma non troverebbe nemmeno tutto il mondo Lgbt dalla sua parte. La paura della comunità Lgbt è infatti che a furia di fare la navetta tra la Camera e il Senato quella legge venga affossata. Perciò al di là delle frasi di rito una parte di quel mondo non esaspererà la situazione.

Insomma, la minoranza del Pd è in affanno. E non ce la fa ad aspettare le elezioni amministrative nella speranza che la sconfitta del centrosinistra targato Pd a Roma crei problemi al segretario. Di qui la decisione di drammatizzare alcune questioni nella direzione di venerdì prossimo.

Un assaggio di quello che intendono fare i bersaniani lo ha dato l’altro giorno Roberto Speranza. L’ex capogruppo del Pd a Montecitorio ha iniziato a sollevare la questione di Banca Etruria, ben sapendo che Renzi è particolarmente sensibile sull’argomento. Vi sarà poi una battaglia preventiva sulla step-child adoption, nella speranza di mettere il segretario in difficoltà con l’ala cattolica e moderata del Partito nella quale milita una parte dei suoi. Ma anche le amministrative saranno terreno di scontro. Napoli, dove i bersaniani agitano Bassolino contro Renzi. E pure Roma, dove la decisone di far scendere in campo Roberto Giachetti non sta bene a tutti. Tant’è vero che, con la richiesta di restare anonimo, più di un esponente della minoranza (e persino della sinistra collaborante di Maurizio Martina) confida che non è affatto detto che alle primarie voterà per il vicepresidente della Camera. Persino sull’Europa i bersaniani intendono porre dei problemi al presidente del Consiglio per sfidarlo a combattere sul serio con Bruxelles.

Dunque, di carne al fuoco ce n’è parecchia e la sinistra intende usare tute le armi a disposizione per evitare che quella del 22 si trasformi nella solita direzione-passerella trionfante per il segretario. Ma, come si diceva all’inizio, in tutto ciò i bersaniani vorrebbero evitare di contarsi. E questo indebolisce non poco la valenza della loro battaglia.

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