Politica locale

Obbligatoria la fusione dei comuni sotto i 5.000 abitanti

Obbligatoria la fusione dei comuni sotto i 5.000 abitanti

Obbligatoria la fusione dei comuni sotto i 5.000 abitanti

Dagli incentivi alle minacce, dall’associazionismo spontaneo alle fusioni forzose. Non ci sarà scampo per i piccoli comuni, perché per poter esistere un municipio dovrà avere almeno 5.000 abitanti. Chi ne ha meno dovrà fondersi, altrimenti ci penseranno le regioni a intervenire d’imperio per accorpare i comuni. E se non lo faranno, i governatori rischieranno il taglio dei trasferimenti. Fantascienza? Nient’affatto. La « soluzione finale» per i mini enti è scritta nero su bianco in una proposta di legge (n. 3420) del Partito democratico (primo firmatario il deputato Emanuele Lodolini) presentata a metà novembre e già assegnata alla commissione affari costituzionali della camera. La tempistica da da pensare e rivela un atteggiamento quantomeno poco uniforme all’interno del Pd in materia di enti locali. Fallito l’associazionismo forzoso delle funzioni (come testimoniato dall’ennesimo rinvio dell’obbligo, questa volta al 31 dicembre 2016, disposto dall’ultimo decreto milleproroghe), proprio mentre in parlamento si discuteva di come superare questo modello coercitivo favorendo invece processi di aggregazione dal basso, sulla base di ambiti ottimali anche su base provinciale (come proposto dall’Anci, ma la soluzione non convince molti piccoli comuni), e mentre la legge di stabilità 2016 raddoppiava i contributi per le unioni e le fusioni «spontanee», incentivandole anche con una deroga su misura al tetto del turnover, tra le fila del Pd si pensava a una ricetta molto più « spicciola». Anche perché, ammettono i 20 deputati proponenti, « nonostante i cospicui incentivi e i contributi previsti da leggi statali» le fusioni sono state pochissime. Meglio, dunque, usare la forza. Via con un tratto di penna 5.652 comuni, il 70% del totale dei municipi italiani, che, se la proposta di legge diventasse realtà, avrebbero due anni di tempo per fondersi con altri enti fino a raggiungere la soglia minima di 5.000 abitanti. Sarebbe questa, secondo i 20 deputati Pd, l’unica via «per ridurre la frammentarietà dei comuni italiani e favorire il raggiungimento di dimensioni più adeguate, atte a consentire un netto miglioramento della qualità e dell’efficacia dei servizi offerti ai cittadini». Perché secondo Lodolini & C. la fascia demografica tra 5.000 e 10.000 abitanti sarebbe la « dimensione ottimale» per un comune, quella che consente il mantenimento di una dimensione a misura d’uomo coniugandola con servizi efficienti e ottimizzazione delle risorse. Non solo. Le fusioni sarebbero «ineludibili», si legge nella relazione di accompagnamento alla proposta, perché servirebbero a fronteggiare il rischio di un neocentralismo regionale. Dopo la riforma delle province, l’eccessiva frammentazione amministrativa in piccoli comuni finirebbe per ricondurre in capo alle regioni le funzioni un tempo prerogativa degli enti intermedi. Quindi per mantenerle nell’ambito comunale, via alle fusioni di massa. Chi non si unirà «spontaneamente» entro 24 mesi, sarà accorpato d’imperio dalle regioni, ma a quel punto perderà il diritto a godere di tutti i benefici previsti dalla legge per le fusioni. E se, nei successivi due anni, i governatori non avranno disciplinato con legge regionale gli accorpamenti forzosi, per le regioni scatterà il taglio ai trasferimenti erariali: meno 50% dei contributi non destinati a finanziare sanità e trasporto pubblico locale. Insomma, ce n’è un po’ per tutti. Ma i proponenti si difendono: due anni sono un periodo di tempo congnio per avviare le fusioni «autonomamente, dal basso e secondo criteri di omogeneità, rispettosi delle caratteristiche fisiche dei territori e delle tradizioni». Franca Biglio, presidente dell’Anpci, l’Associazione nazionale dei piccoli comuni italiani, non ci sta. E, quali che siano le chance della Pdl di vedere la luce, annuncia battaglia. « Convocheremo subito il direttivo per decidere il da farsi. Una cosa è certa: non staremo con le mani in mano», annuncia a ItaliaOggi. «Questa proposta di legge è pura fantascienza», prosegue, «perché la Costituzione parla chiaro e non si può invocarla solo quando fa comodo. La Costituzione parla di referendum, di partecipazione popolare per decidere gli accorpamenti. Pensare di modificare il Tuel, introducendo la soglia minima di 5.000 abitanti, è un attacco all’autonomia decisionale, gestionale e organizzativa, garantita dalla Carta a tutti i comuni. Tutti, nessuno escluso».

Categorie:Politica locale

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3 risposte »

  1. E’ un provvedimento che i 5 Stelle hanno nel loro programma di governo. Ma non è cosa fattibile. Vivo in un paese che a causa delle morti per tumori è sceso in due anni dall’ultimo censimento sotto i tremila abitanti. A due chilometri da noi c’è un paese di poco più di 1.000 abitanti, e a cinque km dall’altra parte ce n’è uno che sfiora i 2.500. Cioè, dovremmo crescere e diventare un unico comune lungo 9 km? E il Sindaco chi sarà. Come gestirà la popolazione che è distante 7 km dal municipio? E quale deve essere il municipio in questo caso?

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  2. Se tu vedessi il Comnune di Pioltello allora che diresti? Eppure si vive bene lo stesso. Il provvedimento invece nasce da altro. Dai troppi costi che ogni comune ha e dal fatto che lo Stato non ce la fa più a ripianare i debiti di tutti.

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