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Leopolda6, la Terra degli uomini (la meno luccicante)

Leopolda6, la Terra degli uomini (la meno luccicante)

Leopolda 6

Anche la Leopolda numero 6 è andata. Ed è tempo di bilanci. In assoluto, il fatto che per tre giorni tutte le testate d’Italia, e non solo, televisioni, siti internet, radio, blog ecc, ne abbiano parlato in modo compulsivo, riportando e analizzando contenuti, scenografia, organizzazione, musica, cibi e addirittura dress-code con impressionante puntigliosità, significa che la Leopolda è viva e lotta insieme a Matteo Renzi. Così come sono un segnale di salute i numeri che, anche quest’anno, sono stati importanti sia per quanto riguarda le testate accreditate (oltre 400) che le presenze presso la vecchia stazione fiorentina. Qualche migliaia di persone felici di ritrovarsi là per il sesto anno consecutivo o di essersi affacciate venerdì scorso per la prima volta. Amici su Facebook contenti di conoscersi e riconoscersi di persona, tutti curiosi di vedere chi c’è e ansiosi di far sapere di esserci. Anche se nel frattempo la Leopolda è cambiata e le ultime due edizioni, quelle di governo per intenderci, hanno finito per diventare qualcosa di molto diverso rispetto a quelle di lotta dei primi quattro anni. Il passaggio si avverte. Queste erano un evento corsaro, irriverente, soprendente, anticonvenzionale. Un clandestino nella stiva del Pd. Quelle di oggi costituiscono il principale appuntamento annuale, istituzionalizzato quanto può esserlo un congresso, della corrente del segretario del Pd e presidente del Consiglio.

Una corrente (termine che ancora fa venire le convulsioni a chi ne fa parte) di cui si può essere membri avendo una tessera del Pd in tasca, non avendone nessuna o avendone una di un altro partito. Ma comunque una corrente. Se si preferisce, “un modo di pensare”, di essere, di concepire l’impegno politico, il proprio ruolo nella società e in un partito. Piaccia o no, appunto una corrente. Chi è affezionato alla Leopolda come all’utero materno non ama sentir dire che dietro la patina scintillante, vitaminica, della convention stile americano, a osservatori più neutrali, l’appuntamento di quest’anno è apparso anche come una liturgia un po’ stanca. A tratti noiosa, troppo auto referenziale, pochissimo innovatrice. Nata come una sorta di X Factor della politica italiana, la Leopolda sembra ormai diventata il Festival di Sanremo.

Cinque anni fa dava la scossa, oggi è un rassicurante appuntamento nazional popolare dove anche le cosiddette “sorprese” appaiono prevedibili. E come Sanremo e’ un brodo allungato oltremodo all’unico scopo di inzeppare la scaletta di pubblicità, così alla Leopolda si arriva stremati al gran finale dopo essere rimasti per tre giorni in un frullatore di parole, immagini, stacchetti musicali, intermezzi canori (quest’anno c’è stato pure il momento karaoke sulle note di “Azzurro”) solo per far intervenire dal palco più gente possibile, dare il contentino a quello, lanciare nell’orbita del renzismo quell’altro.

Poi, certo, ci sono stati momenti che hanno funzionato meglio e altri peggio. Un plauso va senz’altro ai volontari, un esercito degno del mitico servizio d’ordine del Pci ma più sorridente. Giovani e meno giovani, sinceramente entusiasti di star lì ad accogliere i partecipanti, smistarli tra la zona registrazione e l’ingresso per i controlli, scrupolosi ma non troppo invasivi. Bene l’allestimento generale: impossibile perdersi un video, un volto, un dettaglio del palco grazie ai giganteschi maxi schermi appesi alle alte volte della stazione ottocentesca. Interessanti, anche se oggettivamente troppo numerosi, alcuni degli interventi. Vincente, soprattutto, il confronto con la contro Leopolda organizzata dalla minoranza dem al Teatro Vittoria di Roma, una fotografia, questa, con tante bandiere del Pd ma priva di chrome.

Cosa, invece, ha funzionato meno a parte la generale lungaggine dell’intera kermesse? Intanto non ha funzionato Maria Elena Boschi. Travolta dall’affare Banca Etruria, la madrina dell’evento è apparsa troppo tardi, solo sabato sera, alla fine del secondo giorno. Imbarazzata, tesa, è salita sul palco per dire, con voce rotta dall’emozione, di essere tanto contenta di essere tornata a casa. Come se non fosse lei la padrona di quella casa, legge di stabilità o no a tenerla lontana. Ma senza proferire verbo sul caso, impronunciabile fino a quando a parlarne ufficialmente è stato Matteo Renzi, che ha schizzato di fango lei stessa, il governo e la Leopolda.

Non hanno funzionato i question time con i ministri. Non ci voleva certo l’ammissione della stessa Boschi per accorgersi che tutte le domande erano state attentamente concordate. Niente di grave se dopo le domande finte fossero arrivate almeno le risposte vere. Invece niente. Tutto ovvio, tutto scontato, tutto esageratamente addomesticato e, come ha detto Matteo Renzi parlando dei video, eccessivamente propagandistico.

Non ha funzionato, anzi è stato uno dei momenti più bassi e imbarazzanti dell’intera tre giorni, il sondaggio dal sapore grillino sulle peggiori prime pagine di giornali (ma i giornali erano solo tre: “Libero”, “Il Giornale” e “Il Fatto quotidiano”) fatto votare on line sul sito internet della manifestazione. E non ha funzionato, non solo perché un’iniziativa del genere svela cosa ne pensi della libertà di stampa chi oggi è al potere, ma anche perché ha avuto l’effetto boomerang di avvalorare le critiche che quelle testate riservano al premier in particolare e al renzismo in generale.

Infine la domanda delle domande: ha ancora senso per Matteo Renzi e i suoi continuare a riproporre un evento come la Leopolda anno dopo anno? Se per Leopolda si intende il luogo fisico e ideale dove è nata e cresciuta la spinta rottamatrice delle origini, allora, per avere ancora un senso, la Lepolda dovrebbe rottamare anche se stessa. Se invece la Leopolda deve essere, come lo è stato in questi ultimi due anni, il luogo fisico e ideale dell’autocelebrazione del renzismo al potere, allora è utile a Matteo Renzi che essa sopravviva il più a lungo possibile. Almeno fino a quando non arriverà un altro Renzi a decidere che anche il suo tempo è orami scaduto. E senza incentivi.

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