Giustizia

Furchì, ergastolo anche in secondo grado.

Furchì, ergastolo anche in secondo grado.

Francesco Furchì

Ancora ergastolo per Francesco Furchì, l’uomo accusato dell’omicidio dell’avvocato e consigliere comunale torinese Alberto Musy. Dopo la condanna in primo grado anche la Corte d’Assise d’Appello di Torino ha confermato la decisione. Il collegio presieduto da Fabrizio Pasi ha ritenuto colpevole il ragioniere di origine calabrese, uomo dai mille interessi e dai mille agganci, che era stato presentato a Musy per sostenerlo durante la campagna elettorale a sindaco da un autorevole docente della facoltà di giurisprudenza dove Musy insegnava. L’imputato ha ascoltato il verdetto in silenzio, scuotendo leggermente la testa e pronunciando poche parole prima di uscire dall’aula: “Sono innocente, è un’ingiustizia”, ha detto. Sollevati i familiari e soddisfatto il procuratore Marcello Maddalena che ha detto: “Sono contento che sia stato riconosciuto valido il lavoro svolto da questa procura e dalla polizia di Torino che ha risolto un caso difficilissimo”.

La Corte ha anche disposto la trasmissione degli atti alla procura per Felice Filippis, Maria Cefalì e Pier Giuseppe Monateri. Filippis e la moglie sono le due persone che secondo l’informatore Pietro Altana avrebbero custodito l’arma del delitto mai trovata. Filippis è l’uomo che intercettato dalla polizia fu registrato mentre diceva alla moglie: “Se parlo io quello si fa cent’anni”. Monateri è il docente di Giurisprudenza che presentò Furchì ad Alberto Musy.

Nei confronti  di Furchì il procuratore generale Marcello Maddalena aveva chiesto la conferma dell’ergastolo sostenendo che l’insieme delle coincidenze che si sono verificate il giorno del delitto, coincidenze che portano tutte a Francesco Furchì, non possono che essere la prova che era lui l’uomo con il casco che lo ha aspettato sotto casa e gli ha sparato. Musy venne ferito da quattro colpi di pistola il 21 marzo 2012 nell’androne della sua abitazione in via Barbaroux, e morì dopo 19 mesi di agonia senza essersi mai svegliato. Furchì è l’unico sospetto rimasto al termine di una meticolosa, quasi maniacale indagine della polizia durata quasi un anno. Lo ha incastrato proprio il docente di Giurisprudenza che lo aveva presentato a Musy, Pier Guseppe Monateri, che mentre era intercettato dagli agenti della sezione omicidi della questura riconosceva l’amico calabrese sotto il casco e l’impermeabile dell’uomo che camminava diretto verso il palazzo di via Barbaroux quella mattina. Monateri confidò a un amica di aver pensato subito a Furchì vedendo i filmati che venivano diffusi nelle settimane dopo il delitto e da questo la polizia arrivò proprio a lui. Furchì che risultava in effetti in quella zona del centro mentre avveniva l’agguato fu fermato dalla polizia e dal pubblico ministero Roberto Furlan al termine di un primo interrogatorio il 30 gennaio 2013.

Tre erano i moventi che hanno armato e spinto Furchì a uccidere. Il primo era di natura politica e risaliva a un anno prima dell’agguato quando l’avvocato era il candidato dell’Udc alle elezioni amministrative del 2011 e Furchì era stato in lista per lo stesso movimento: aveva promesso voti in cambio di ruoli, ma l’elezione non era andata bene, ruoli da spartire non ce n’erano e quindi Furchì era rimasto senza incarichi, nonostante si aspettasse qualcosa. Il secondo movente è di natura personale: Furchì aveva chiesto a Musy, nel suo ruolo di professore e componente di una commissione universitaria, di favorire il figlio dell’ex ministro del Psi Salvatore Andò nel concorso per la nomina a docente all’università di Palermo. Il terzo motivo era invece di tipo economico: l’imputato voleva rilevare l’Arenaways, piccola società di trasporti ferroviari fallita e aveva chiesto a Musy, avvocato civilista, di aiutarlo a trovare soci per formare una cordata di imprenditori, ma il progetto fallì. I riscontri delle telecamere e delle celle telefoniche hanno formato il grosso degli indizi contro di lui. Non si sono mai trovati invece il casco, l’impermeabile e l’arma del delitto.

Francesco Furchì si è sempre professato innocente. Ancora questa mattina poco prima che i giudici si chiudessero in camera di consiglio ha voluto rilasciare poche dichiarazioni spontanee:   ha cercato di allontanare le accuse: “Chiedo scusa alla Corte e al procuratore Marcello Maddalena di cui ho massima stima se durante il processo mi sono abbandonato a qualche frase concitata – ha detto -. E’ solo che mi sembra non ci siano gli elementi per condannarmi, confido perciò nella vostra coscienza di uomini e di persone perché non sono io la persona che ha ucciso Alberto Musy”.

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